Dia­mo ora la pa­ro­la a Ro­lan­do Ga­ri­bot­ti*, com­pa­gno di cor­da­ta di Co­lin

Vertical (Italian) - - INTERVIEW -

«Ro­lo» e Co­lin han­no fat­to cop­pia per la pri­ma vol­ta nel 2008 per la pri­ma sa­li­ta del­la Torre Tra­ver­se, un pro­get­to am­bi­zio­so per due sca­la­to­ri che si co­no­sce­va­no a ma­la­pe­na. So­no riu­sci­ti a por­tar­lo a ter­mi­ne in quat­tro gior­ni, e da al­lo­ra han­no con­di­vi­so nu­me­ro­se ascen­sio­ni e mo­men­ti di vi­ta in Pa­ta­go­nia. «La pri­ma vol­ta che mi so­no le­ga­to con Co­lin è sta­to al Col­le Stan­d­hardt, all’ini­zio del­la Torre Tra­ver­se. Ri­cor­do quel mo­men­to e, an­che se non lo co­no­sce­vo be­ne – era­va­mo an­da­ti so­lo due vol­te a fa­re bloc­chi – non ho avu­to al­cun dub­bio né ti­mo­re. Sa­pe­vo che no­no­stan­te aves­se so­lo ven­ti­tre an­ni, Co­lin ave­va tut­te le do­ti ne­ces­sa­rie per af­fron­ta­re una sa­li­ta im­pe­gna­ti­va co­me quel­la. Quan­do gli ho chie­sto se vo­le­va ac­com­pa­gnar­mi in quel­la ascen­sio­ne, mi ha ri­spo­sto: «ci sto», co­me se gli aves­si sem­pli­ce­men­te chie­sto di an­da­re a fa­re un gi­ro in bi­ci­clet­ta nel quar­tie­re. Per quel pro­get­to Co­lin ha do­vu­to in­ter­rom­pe­re gli stu­di uni­ver­si­ta­ri per sei me­si. Que­sto mi ave­va ispi­ra­to fi­du­cia. So­no si­cu­ro che mol­ti al­tri non si sa­reb­be­ro la­scia­ti con­vin­ce­re, ma Co­lin sa­pe­va esat­ta­men­te qua­le fos­se la sua prio­ri­tà e ha de­ci­so co­sì sui due pie­di. Co­lin è in­tel­li­gen­te, ra­zio­na­le, at­ten­to ed ef­fi­ca­ce. All’epo­ca ave­va un ar­do­re im­pe­tuo­so che in que­sti ul­ti­mi an­ni si è tra­sfor­ma­to in una giu­di­zio­sa at­ten­zio­ne ai par­ti­co­la­ri. For­tu­na­ta­men­te non ha quel­la spa­val­de­ria da ma­cho che ca­rat­te­riz­za mol­ti al­pi­ni­sti. E’ un ti­po sen­si­bi­le con buo­ne ca­pa­ci­tà di re­la­zio­nar­si, il ge­ne­re di ami­co con il qua­le ci si con­fi­da vo­len­tie­ri. Co­lin ha un for­te sen­so dell’av­ven­tu­ra, è avi­do di al­pi­ni­smo, del ge­sto al­pi­ni­sti­co, di ghiac­cio, di ne­ve e di fred­do mol­to più di chiun­que al­tro io co­no­sca. Spes­so mi so­no det­to che avrei vo­lu­to co­no­scer­lo die­ci an­ni pri­ma, quan­do ero più gio­va­ne e più «af­fa­ma­to». I buo­ni com­pa­gni di cor­da­ta so­no ra­ri e spes­so con­tri­bui­sco­no a più del­la me­tà del suc­ces­so di un'ascen­sio­ne. In que­sti ul­ti­mi sei an­ni il no­stro rap­por­to è cam­bia­to. All’ini­zio ero io il lea­der, quel­lo che apri­va la via, ma ades­so i ruo­li si so­no in­ver­ti­ti. Co­lin è di­ven­ta­to più for­te e io so­no un po’ più vec­chio e len­to di un tem­po. E’ sor­pren­den­te, ma no­no­stan­te le straor­di­na­rie so­li­ta­rie che ha rea­liz­za­to, Co­lin non ama il ri­schio. Per que­sto è so­pran­no­mi­na­to «Ca­pi­tan Si­cu­rez­za». Lui ar­ram­pi­ca no­no­stan­te il ri­schio, non per il ri­schio. E an­che se que­sto ap­proc­cio lo li­mi­ta un po’, gli per­met­te­rà di con­ti­nua­re an­co­ra per de­cen­ni».

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