Il tet­to che scotta

AD (Italy) - - Storie. Il Reportage - di VIO­LET HEN­DER­SON — foto PHI­LIP SINDEN

Ma­ry­le­bo­ne, mer­co­le­dì se­ra, ora dell’ape­ri­ti­vo. L’ho­tel più po­po­la­re di Lon­dra, il Chil­tern Fi­re­hou­se, si ac­cen­de. Dai por­to­ni, do­ve nel 1890 usci­va­no le macchine dei pompieri, la lu­ce si ir­ra­dia do­ra­ta. Nel de­hors – un cortile ac­ciot­to­la­to, pro­tet­to dal­la strada da un mu­ro e dal­la chio­ma di un car­pi­no – c’è una fol­la di bel­li e fa­mo­si, tra cui Ka­te Moss e Nao­mi Cam­p­bell. Ge­rard Bu­tler si rilassa ac­can­to al ca­mi­no. Fra cio­to­le ne­re e va­si di ter­ra­cot­ta, piaz­za­ti ad hoc dall’ar­chi­tet­ta di pae­sag­gi e con­tri­bu­tor di Vo­gue Ame­ri­ca Mi­ran­da Brooks, le ca­me­rie­re gi­ra­no in tu­te blu elet­tri­co di Emi­lia Wick­stead.

Esat­ta­men­te un an­no fa il Fi­re­hou­se ha aper­to per pran­zo, cena e drink. Le sue 26 stan­ze so­no più re­cen­ti (so­no sta­te inau­gu­ra­te a set­tem­bre, giu­sto in tem­po per la Lon­don Fa­shion Week) e tra i pri­mi clien­ti ci so­no sta­ti Da­ko­ta John­son, Phi­lip­pe Starck e Carrie Fi­sher. Qui c’era una ca­ser­ma di vi­gi­li del fuo­co che ha chiu­so nel 2005. Era­no so­prat­tut­to uf­ci e ma­gaz­zi­ni, più lo spar­ta­no dor­mi­to­rio dei pompieri, diventato spa­zio espo­si­ti­vo. Nel 2011 l’ha com­pra­ta con una cor­da­ta di in­ve­sti­to­ri l’ho­te­lier ame­ri­ca­no dal tocco ma­gi­co An­dré Ba­lazs, quel­lo, tra gli al­tri, del­lo Cha­teau Mar­mont, del­lo Stan­dard e del Mer­cer Ho­tel. Poi ci so­no sta­ti mol­ti progetti e due an­ni e mez­zo di can­tie­re. Sot­to la di­re­zio­ne del­la Ar­cher Hum­ph­ryes Ar­chi­tec­ts, l’edi­f­cio è au­men­ta­to di 2.800 mq, ov­ve­ro un ter­zo in più del­la ta­glia ori­gi­na­le.

Al­le no­ve il cortile chiu­de e l’azio­ne si spo­sta nel ri­sto­ran­te, una stan­za di qua­si 400 mq all’estre­mi­tà del­la qua­le, su una piat­ta­for­ma, lo chef portoghese Nu­no Men­des e la sua bri­ga­ta di 16 cuo­chi pre­pa­ra­no un me­nu in sti­le ame­ri­ca­no su for­nel­li di ispi­ra­zio­ne fran­ce­se. I ta­vo­li so­no di­ver­si per di­men­sio­ni, aspet­to, sco­po. Ci so­no quel­li per far­si ve­de­re, come la mez­za­lu­na ros­sa a cui han­no ce­na­to in giu­gno Da­vid e Sa­man­tha Ca­me­ron. Ta­vo­li del­lo chef, per mangiare dav­ve­ro, che Bono pre­no­ta quan­do cena con gli U2. C’è an­che un pri­vé, uno spa­zio com­pat­to co­lor cre­ma vi­ci­no al bar, con ca­mi­net­to, ta­vo­li­no e una stan­zet­ta per drink clan­de­sti­ni.

Ma di si­cu­ro la po­sta­zio­ne più in­te­res­san­te è sul la­to op­po­sto all’en­tra­ta, un ta­vo­lo cir­co­la­re so­vra­sta­to dal pa­lo dei pompieri, cir­con­da­to da un’al­co­va di spec­chi. Die­tro al­le toi­let­te, ol­tre por­te a ve­tri con le scrit­te «si­ga­ret­te e uo­mi­ni» per le si­gno­re e «don­ne e vi­no» per gli uo­mi­ni, ecco il già ce­le­bre cortile fu­ma­to­ri. Tut­to è di­pin­to in ne­ro dis­so­lu­to, ec­cet­to un uni­co mu­ra­le, ope­ra dell’ar­ti­sta ame­ri­ca­no Jo­sé Par­lá. Sul mu­ro op­po­sto, sei stam­pe di Wil­liam Ho­gar­th raf­gu­ra­no al­tret­tan­ti at­ti di im­mo­ra­li­tà. Phi­lip­pe Starck ado­ra il Fi­re­hou­se: «Quan­do os­ser­vi i det­ta­gli, ti ac­cor­gi che tut­to è de­si­gn». La reazione de­gli ospiti del Chil­tern è sta­ta an­ti­ci­pa­ta e di­bat­tu­ta da una squadra di crea­ti­vi-os­ses­si­vi, di­ret­ti dal­lo stes­so Ba­lazs. Pren­de­te l’aro­ma nei cor­ri­doi: un’esclusiva del pro­fu­mie­re Az­zi Glas­ser, che evo­ca ricordi ol­fat­ti­vi. E i me­nu non so­no solo in­di­ca­zio­ni ga­stro­no­mi­che, ma le scel­te dell’ex edi­to­rial di­rec­tor di Condé Nast Ja­mes Tru­man. Perf­no i soft­ti non so­no solo soft­ti; Ba­lazs in­di­ca in al­to: «Quan­do leg­go AD, lo gi­ro a te­sta in giù per­ché mi af­fa­sci­na sco­pri­re quan­ta gente si la­sci so­pra la te­sta de­gli im­men­si, or­ri­bi­li spa­zi vuo­ti». Per il suo ri­sto­ran­te ha vo­lu­to un bal­dac­chi­no a pan­nel­li che sem­bra il rovescio di una se­dia im­bot­ti­ta, re­pli­ca­to all’inf­ni­to. Ma la stan­za in cui tutti

COM­PIE UN AN­NO IL CHIL­TERN FI­RE­HOU­SE: L’HO­TEL PIÙ DI MO­DA DI LON­DRA, QUIN­DI DEL MON­DO. IL SE­GRE­TO DEL SUO SUC­CES­SO?

È UN AL­BER­GO, MA SEM­BRA DI STA­RE A CA­SA PRO­PRIA.

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