IL RI­FU­GIO DEL RE —

«Cer­ca­vo una vil­la di cam­pa­gna, sem­pli­ce e ospitale per i fne­set­ti­ma­na. Da ore gi­ra­vo in au­to con amici quan­do all’ im­prov­vi­so c’è ap­par­sa que­sta pic­co­la Ver­sail­les»: di tut­te le case di GIOR­GIO AR­MA­NI quel­la di Bro­ni è la più in­ti­ma e vis­su­ta: per­ché por

AD (Italy) - - Sommario - Qua­rant’an­ni fa Gior­gio Ar­ma­ni fon­da­va la sua azien­da. Da ol­tre trenta, «AD» fo­to­gra­fa le sue case in gi­ro per il mon­do. Og­gi, per au­gu­rar­gli buon com­plean­no, ne pub­bli­chia­mo una se­le­zio­ne. Pri­ma tap­pa: For­te dei Mar­mi, 1983.

Il buen re­ti­ro di Gior­gio Ar­ma­ni nell’Ol­tre­pò Pa­ve­se è il luogo del cuo­re e dei ricordi.

In que­sta ca­sa, mia ma­dre – Maín, la chia­ma, con quel vez­zeg­gia­ti­vo dal sa­po­re antico che dà an­che il no­me al­la sua bar­ca, ndr – ha sem­pre tra­scor­so con gio­ia il suo tem­po. Ne ama­va la pia­ce­vo­lez­za, i suoi co­lo­ri dol­ci, la lu­ce. Quan­do so­no sta­to ma­le, tra­scor­re­re mol­to tem­po qui me l’ha fat­ta sen­ti­re più vi­ci­na, aiu­tan­do­mi a ri­pren­de­re for­za. Pri­ma mi sen­ti­vo un ospi­te in ca­sa mia: a Bro­ni ho sco­per­to il pia­ce­re di sta­re con i fa­mi­lia­ri, i miei animali. An­che per­ché in que­sto luogo c’è una quie­te ve­ra. Tut­to ha un ritmo len­to, più con­fi­den­zia­le».

Di­ce­va il poe­ta Ro­bert Frost, che la ca­sa è il po­sto che, quan­do de­vi an­dar­ci, de­ve ac­co­glier­ti. Di tut­te le di­mo­re che Gior­gio Ar­ma­ni pos­sie­de in­tor­no al mon­do – dall’En­ga­di­na a Saint-Tro­pez, e poi Pan­tel­le­ria, New York, For­te dei Mar­mi, An­ti­gua (ve­di ser­vi­zio suc­ces­si­vo) – quel­la di cam­pa­gna, nell’Ol­tre­pò Pa­ve­se, è il suo ri­fu­gio. La ca­sa in cui pas­sa più tem­po do­po l’ap­par­ta­men­to di Mi­la­no. De­gli amici, le oc­ca­sio­ni più pri­va­te. Do­ve ha fe­steg­gia­to tan­ti com­plean­ni, ma an­che il matrimonio del­la ni­po­te Ro­ber­ta.

2.360 me­tri qua­dri, più i 400 del­la dé­pen­dan­ce, 15 et­ta­ri di par­co ac­qui­sta­ti in due ri­pre­se e che si spin­go­no fin sot­to le col­li­ne. All’in­ter­no, una di­vi­sio­ne tra­di­zio­na­le de­gli spa­zi, con l’am­pio sca­lo­ne in mar­mo, le ve­tra­te, la sa­la stoviglie e quel­la del ca­mi­no, le ca­me­re di ser­vi­zio al se­min­ter­ra­to, la sca­li­na­ta per scen­de­re in giar­di­no. E qui capre, ca­val­li, muc­che, dai­ni e fa­rao­ne, asi­ni e pappagalli, per­fi­no gli al­pa­ca; un tem­piet­to neo-clas­si­cheg­gian­te in­va­so dal gli­ci­ne, un la­ghet­to con sa­li­ce pian­gen­te che ri­cor­da un an­go­lo del­la Reggia di Ca­ser­ta. La stal­la tra­sfor­ma­ta in un uf­fi­cio. «È più fa­ci­le la­vo­ra­re quan­do l’uni­co rumore in sot­to­fon­do è il canto de­gli uc­cel­li. Que­sta ca­sa ha un ef­fet­to qua­si ip­no­ti­co. È come im­mer­ger­si nel pas­sa­to».

Come l’ha tro­va­ta?

«Per ca­so, all’ini­zio de­gli an­ni Ot­tan­ta. Non sem­pre me la sen­ti­vo di an­da­re a Pan­tel­le­ria o a For­te dei Mar­mi, pur aman­do pro­fon­da­men­te il ma­re. Cer­ca­vo una vil­la di cam­pa­gna, sem­pli­ce e ospitale, per tra­scor­re­re i fi­ne­set­ti­ma­na. Da ore gi­ro­va­ga­vo in au­to con amici, quan­do all’im­prov­vi­so ci è ap­par­sa que­sta pic­co­la Ver­sail­les. En­tra­re una ten­ta­zio­ne trop­po for­te. Ho sco­per­to che era ab­ban­do­na­ta, che gli ere­di del pro­prie­ta­rio, il con­te Cel­la, in­ten­de­va­no ven­der­la. Tem­po una settimana ed era mia».

In che sta­to era?

« All’ester­no c’era­no so­prat­tut­to ru­de­ri. Statue neo­clas­si­che che sta­va­no sgre­to­lan­do­si nel giar­di­no in­sel­va­ti­chi­to. Quel­le in mi­glio­ri con­di­zio­ni so­no sta­te sal­va­te, e ora ac­col­go­no gli ospiti in ca­sa. E poi ba­gni bel­lis­si­mi, con mar­mi di di­ver­si ti­pi e co­lo­ri. Ho vo­lu­to man­te­ne­re l’aspet­to in­so­li­to di que­sta ca­sa, co­strui­ta ne­gli an­ni Cin­quan­ta su ispi­ra­zio­ne di una vil­la set­te­cen­te­sca po­co lon­ta­na».

(se­gue a pa­gi­na 94)

En­fi­la­de di stan­ze al pia­no ter­ra. Tra sa­la da pran­zo e sog­gior­no, una por­ta in le­gno de­co­ra­to a fo­glia d’oro del 700. In aper­tu­ra, due statue in mar­mo da giar­di­no ac­col­go­no gli ospiti nell’in­gres­so, ai pie­di di un mo­nu­men­ta­le sca­lo­ne an­ch’es­so di mar­mo.

L’ha ri­strut­tu­ra­ta per­so­nal­men­te?

«Mi oc­cu­po sem­pre io del­le mie case: è il pia­ce­re che mi ha spin­to ad af­fron­ta­re pro­fes­sio­nal­men­te an­che il de­si­gn d’in­ter­ni. Nel­la pri­ma ri­strut­tu­ra­zio­ne, pe­rò, ho sen­ti­to l’esi­gen­za di una ma­no fem­mi­ni­le, co­sì ho chie­sto all’ar­chi­tet­to Gabriella Giun­to­li di aiu­tar­mi nell’ac­co­sta­men­to dei co­lo­ri. Bro­ni as­se­con­da il mio cô­té bor­ghe­se, ma vi­ven­do­la in­ten­sa­men­te mi so­no con­ces­so aper­tu­re ver­so al­tri oriz­zon­ti, con piccole statue e og­get­ti orien­ta­li, e toc­chi an­ni 30-40, la mia ve­ra pas­sio- ne. All’ini­zio ho man­te­nu­to la ca­sa ta­le e qua­le, sia nel­le parti strut­tu­ra­li che de­co­ra­ti­ve. Poi so­no in­ter­ve­nu­to di­pin­gen­do le pa­re­ti con sfu­ma­tu­re che ac­ca­rez­za­no la lu­ce, e in­se­ren­do ca­mi­ni, ta­vo­li­ni bas­si, co­mo­dis­si­mi di­va­ni e boi­se­rie. Re­cen­te­men­te ho av­via­to un am­pio ri­ma­neg­gia­men­to de­gli in­ter­ni, ri­fa­cen­do tap­pez­ze­rie, ser­ran­de, ve­tri e pa­vi­men­ti. L’ag­giun­ta con­sa­pe­vo­le di un tocco ur­ba­no, pra­ti­co. Lo sti­le del­la ca­sa, pe­rò, co­lo­ri e su­per­fi­ci, so­no ri­ma­sti in­tat­ti».

Uno sti­le che – colpisce – è as­sai di­ver­so da quel­lo che ab­bia­mo im­pa­ra­to a co­no­sce­re come «sti­le Ar­ma­ni». Più opu­len­to, me­no mi­ni­ma­le. «Ho pre­fe­ri­to da­re un sen­so di leg­ge­ra so­len­ni­tà, gio­can­do su que­sta spe­cie di gran­deur da XVIII se­co­lo, e al tem­po stes­so im­mer­ge­re gli spa­zi più in­ti­mi in una sem­pli­ci­tà da ca­sa lom­bar­da. Due aspetti che ap­pa­io­no sot­to­trac­cia an­che nel mio la­vo­ro. Mol­ti mo­bi­li so­no Ar­ma­ni/Ca­sa».

In che mo­do la ca­sa par­la di lei, che co­sa dice? «Nel­la bel­la sta­gio­ne so­no sem­pre all’aper­to. Va­do nel frut­te­to, a tro­va­re gli animali, mi ri­las­so nel­la pi­sci­na ad acqua sa­la­ta ri­scal­da­ta, gio­co a boc­ce. Bro­ni è una spe­cie di so­gno, di tea­tro in cui m’im­mer­go in un’at­mo­sfe­ra ben di­ver­sa da quel­la che mi è abi­tua­le. Mi ri­tro­vo in ogni spa­zio, mi ri­cor­da quan­do ero bam­bi­no. So­no cre­sciu­to a Pia­cen­za, du­ran­te gli an­ni del­la guer­ra: non ave­vo mol­ti gio­cat­to­li, l’im­ma­gi­na­zio­ne, pe­rò, non mi man­ca­va. E ciò che più ri­cor­do so­no le gior­na­te di cam­pa­gna, i ba­gni al fiu­me. Ho scel­to que­sto po­sto per ri­tro­va­re i luo­ghi del­la mia memoria, lo spi­ri­to e la te­ne­rez­za dell’in­fan­zia. Ogni vol­ta mi per­met­to­no di af­fron­ta­re con mag­gio­re gio­ia il ri­tor­no in cit­tà».

La ven­de­reb­be mai?

«Non pen­so mai di ven­de­re le mie case. So­no lo spec­chio dei miei gu­sti e del­la mia vi­ta». FI­NE Per i nuo­vi progetti di Gior­gio Ar­ma­ni nel mon­do dell’in­te­rior de­si­gn ve­di «Back­sta­ge» p.161

te­sto di CO­STAN­ZA R IZZACASA D’OR­SO­GNA — fo­to­gra­fe di MAX ROMMEL

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