CA­SA E CHIE­SA

AD (Italy) - - Speciale - pro­get­to di PAO­LA SAUSA te­sto di MI­CHE­LE N ERI fo­to­gra­fe di MAS­SI­MO VI­TA­LI

Se que­sto edi­f­cio scon­sa­cra­to in cui vi­ve MAS­SI­MO VI­TA­LI, uno dei pro­ta­go­ni­sti del­la fo­to­gra­fa con­tem­po­ra­nea, ri­cor­da le sue immagini, la ra­gio­ne è sem­pli­ce: ed ha a che fa­re con la lu­ce e lo spa­zio. E la real­tà, e i di­ver­si pun­ti di vi­sta che ser­vo­no per in­qua­drar­la.

Se la nuo­va ca­sa di Mas­si­mo Vi­ta­li, uno dei pro­ta­go­ni­sti del­la ri­cer­ca fo­to­gra­f­ca con­tem­po­ra­nea, ri­cor­da le sue immagini, quei pae­sag­gi pub­bli­ci ri­pre­si dall’al­to e do­ve l’uma­ni­tà vi­ve e in­te­ra­gi­sce – spiag­ge, pi­sci­ne, di­sco­te­che –, la ra­gio­ne è sem­pli­ce. La chie­sa scon­sa­cra­ta del Quat­tor­di­ce­si­mo se­co­lo, a Luc­ca, è sta­ta scel­ta e rin­no­va­ta se­con­do l’este­ti­ca del fo­to­gra­fo, per cui la real­tà con­tie­ne in sé già tut­ta la sto­ria ne­ces­sa­ria. E pun­to di vi­sta o ispi­ra­zio­ne dell’ar­ti­sta, con­ta­no me­no del­la preparazione me­ti­co­lo­sa del set.

Il fo­to­gra­fo, na­to a Co­mo nel 1944, ma da di­ciot­to an­ni re­si­den­te in To­sca­na, si è in­se­dia­to qui set­te me­si fa, in­sie­me al­la mo­glie An­net­te Klein, sto­ri­ca dei gio­iel­li, e il fglio Ot­to, se­di­cen­ne. I vin­co­li po­sti per il re­cu­pe­ro – ob­bli­go di pre­ser­va­re l’open space ori­gi­na­rio, i la­vo­ri pe­di­na­ti dal­la So­prin­ten­den­za –, l’esi­gen­za quin­di di un gran­de sfor­zo di fan­ta­sia per non mo­di­f­ca­re la real­tà, sem­bra­va­no una sf­da idea­le. Con­ce­den­do­si un fa­ci­le pa­ra­go­ne, il ri­sul­ta­to ri­ve­la tut­to il fa­sci­no di un pro­ce­di­men­to fo­to­gra­f­co ana­lo­gi­co.

La scel­ta del­la ca­sa è sta­ta in­fluen­za­ta dal­la sua pro­fes­sio­ne? «Sì, per­ché come fo­to­gra­fo ho bi­so­gno del­la va­sti­tà, di gran­di spa­zi. E que­sta ca­sa sod­di­sfa que­sta ne­ces­si­tà. Gra­zie al­le sca­le, al box ri­ca­va­to all’in­ter­no, al­le fne­stre che non so­no a un’al­tez­za re­go­la­re, ofre nu­me­ro­si pun­ti di vi­sta per in­qua­drar­la da pro­spet­ti­ve di­ver­se».

Che co­sa sa del­la sto­ria del­la chie­sa? «L’edi­f­cio è del 1364. Poi ne ha vi­ste di tutti i co­lo­ri. È sta­to il de­po­si­to del­la Com­pa­gnia del­la Cro­ce, che si oc­cu­pa­va de­gli ul­ti­mi mo­men­ti dei con­dan­na­ti a mor­te, dei mo­ri­bon­di. È diventato una chie­sa dal 1760. Poi ha su­bi­to nu­me­ro­si espro­pri, al­cu­ne cose so­no sta­te con­ser­va­te, per fortuna. È sta­ta tra­sfor­ma­ta in una pa­le­stra sot­to i fa­sci­sti; scon­sa­cra­ta ne­gli an­ni Qua­ran­ta, è sta­ta col­pi­ta da una bom­ba: le scheg­ge so­no nel­la fac­cia­ta. Poi è ap­par­te­nu­ta al Signor Ros­si, ven­di­to­re di sa­ni­ta­ri, il giar­di­no era tra­sfor­ma­to in un par­cheg­gio. Al­la fne so­no ar­ri­va­to io, era la ter­za chie­sa che ve­de­vo nei din­tor­ni. A con­qui­star­mi è sta­to il giar­di­no di 900 me­tri».

L’edi­f­cio, del 1364, ne ha vi­ste di tutti i co­lo­ri: con­dan­na­ti a mor­te, pu­gi­li fa­sci­sti, bom­be, sa­ni­ta­ri...

Di qua­le ri­sul­ta­to del­la ri­strut­tu­ra­zio­ne è più sod­di­sfat­to?

«Es­se­re riu­sci­to a non na­scon­de­re gli stra­ti so­vrap­po­sti del tem­po sul­le pa­re­ti. Dal­la scrit­ta “Cre­de­re, ob­be­di­re, com­bat­te­re” die­tro il mio let­to, sol­tan­to in par­te co­per­ta dal cu­bo, a quel­la par­ti­co­la­re to­na­li­tà del­la vol­ta, tra l’azzurro e il gri­gio, che fa co­sì To­sca­na pri­ma dell’ini­zio del­la not­te. Per non toc­ca­re i mu­ri, ho do­vu­to lot­ta­re con­tro tutti, mae­stran­ze, ar­chi­tet­ti, mo­glie. Ho na­sco­sto la par­te elet­tri­ca sot­to il pa­vi­men­to, e den­tro le pa­re­ti di car­ton­ges­so, ne­ces­sa­rie per ele­va­re le due strut­tu­re in­ter­ne».

La fa­ti­ca più gran­de?

«I tempi ne­ces­sa­ri per gli sca­vi, den­tro e fuori. La po­sa del ce­men­to in ca­sa, i la­vo­ri nel giar­di­no so­no du­ra­ti me­si. Ci ab­bia­mo mes­so un an­no e mez­zo: gli ar­cheo­lo­gi se­gui­va­no le ope­ra­zio­ni, e per ogni sas­so...».

La ri­strut­tu­ra­zio­ne è sta­ta cu­ra­ta dall’ar­chi­tet­to Pao­la Sausa del­lo stu­dio Mo­mus di Luc­ca. Qual è sta­to il suo con­tri­bu­to più im­por­tan­te?

«Ha in­di­vi­dua­to la giu­sta di­men­sio­ne del cu­bo di le­gno di tre pia­ni (in cui so­no sta­ti ri­ca­va­ti camera da let­to del­la cop­pia, ba­gno e spa­zi di ser­vi­zio, ndr), e la sua al­tez­za. Lo stu­dio è an­che riu­sci­to a spie­ga­re il pro­get­to al­la So­prin­ten­den­za. È il van­tag­gio di la­vo­ra­re con gente in­tel­li­gen­te del po­sto. Se aves­si chia­ma­to Frank Geh­ry, non avreb­be po­tu­to fa­re mol­to».

La sen­sa­zio­ne im­me­dia­ta dell’am­bien­te?

«Il si­len­zio».

Il pre­gio?

«La lu­ce. Nel­le chie­se sa­pe­va­no do­ve met­te­re le fne­stre. La lu­ce pro­vie­ne dall’al­to, gi­ra per tut­to il gior­no. L’efet­to è di una lu­mi­no­si­tà spe­cia­le, come la ve­di sol­tan­to al ci­ne­ma».

La stan­za del fglio è ri­ca­va­ta su un sop­pal­co po­sto di fron­te al cu­bo dei ge­ni­to­ri. I soft­ti non ci so­no, è la vol­ta del­la chie­sa a fa­re da tet­to. Con un ado­le­scen­te non era un ri­schio?

«È sta­ta una scom­mes­sa, ma al­la fne sia­mo mol­to con­ten­ti».

Per i fo­to­graf la ca­sa spes­so è sol­tan­to un ri­fu­gio, do­ve tor­na­re do­po i lun­ghi viag­gi...

«No, per me è di più: è la pri­ma ca­sa ve­ra, che ho col­ti­va­to, pre­pa­ra­to a fon­do e pos­se­du­to. So­no en­tra­to a me­tà ottobre scor­so, e da al­lo­ra an­dar­me­ne è sem­pre più di­f­ci­le. Sen­to una for­te at­tra­zio­ne gra­vi­ta­zio­na­le».

«Nel­le chie­se sa­pe­va­no do­ve met­te­re le fne­stre: la lu­ce è uni­ca, come la ve­di solo al ci­ne­ma».

Mas­si­mo Vi­ta­li ha “pre­sta­to” una sua foto a un pro­get­to mo­da del brand Vi­le­bre­quin: det­ta­gli in «Back­sta­ge» p.161

Sa­cro e pro­fa­no. Mas­si­mo Vi­ta­li con la mo­glie An­net­te Klein

e il fi­glio Ot­to. L’open space è sta­ta una scel­ta ob­bli­ga­ta: la So­prin­ten­den­za non per­met­te di di­vi­de­re una chie­sa in spa­zi

più pic­co­li. Sul­la de­stra, pol­tro­ne Spon­ge di Edra. In aper­tu­ra: lo strap­po di af­fre­sco, di scuo­la Tie­po­lo,

è un’ere­di­tà del non­no. Ot­to­ma­na in pel­le Edra.

Zo­na pran­zo. Ta­vo­lo au­to­co­strui­to, scaf­fa­la­tu­ra-ve­tri­net­ta

an­ni 30. Le se­die, Edra come la mag­gior par­te del­le se­du­te

di ca­sa, Vi­ta­li le ha com­pra­te ne­gli an­ni nel­la fabbrica

di Pe­ri­gna­no (Pi): « For­se ave­vo già in men­te que­sta chie­sa».

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