Il fglio se­gre­to

AD (Italy) - - Storie - di GIO­VAN­NI MON­TA­NA­RO

C’ERA UNA VOL­TA UN AL­BE­RO SA­CRO. LE COR­BU­SIER CI CO­STRUÌ AT­TOR­NO UNA CA­SA. POI L’AL­BE­RO MO­RÌ. FI­NE DEL­LA STO­RIA. O FOR­SE NO?

Tut­ta col­pa del­la piog­gia. È sta­ta una primavera in­so­li­ta, pie­na d’acqua, a Cor­seaux, sul­la par­te de­stra del lago di Gi­ne­vra. O for­se no, è solo il de­sti­no. Di cin­quan­ta ra­mi di Pau­lo­w­nia nes­su­no ha ger­mo­glia­to. Uno do­po l’al­tro si so­no per­si in quel fan­go ina­spet­ta­to, so­no an­ne­ga­ti. E an­che i se­mi, sem­bra­no in­ca­pa­ci di da­re vi­ta, sec­ca­ti. Pa­trick Mo­ser, con­ser­va­to­re del­la Vil­la Le Lac, li ha fat­ti pian­ta­re a Pa­ri­gi, a Boulogne-sur-Mer, a Ro­que­bru­ne-Cap-Mar­tin, a Bru­xel­les, nei quat­tro pun­ti car­di­na­li, a di­ver­se la­ti­tu­di­ni, sot­to so­li di­ver­si, ma nien­te cre­sce. È che si può fa­re di tut­to, pro­va­re di tut­to, ma cer­te vol­te non si rie­sce. Quell’al­be­ro è uni­co, nes­sun al­tro può pren­der­ne il po­sto. Le Cor­bu­sier ha già qua­rant’an­ni quan­do pro­get­ta quel­la Vil­la. È Le Cor­bu­sier da po­co, pe­rò. Non solo per­ché sta co­min­cian­do, tar­di, a pro­get­ta­re e co­strui­re, a fa­re l’ar­chi­tet­to dav­ve­ro. Ma an­che per­ché fi­no a qual­che tem­po pri­ma si fa­ce­va chia­ma­re solo e sol­tan­to Char­les-Edouard Jean­ne­ret- Gris. Ha scel­to il suo pseu­do­ni­mo, “il cor­vo”, nel 1920; l’ha usa­to le prime vol­te per fir­ma­re ar­ti­co­li del­la ri­vi­sta Esprit

Nou­veau. Lo fa­ce­va per gio­co, per es­se­re an­che al­tre per­so­ne con­tem­po­ra­nea­men­te. Lo fa­ce­va per ne­ces­si­tà, per­ché in quel­la ri­vi­sta di squat­tri­na­ti era il mo­do di fin­ge­re che ci fos­se­ro più col­la­bo­ra­to­ri. E an­che la Vil­la Le Lac è una com­mes­sa per mo­do di di­re; come già era sta­to nel 1912 per la Mai­son Blan­che, rea­liz­za quell’edi­fi­cio per i ge­ni­to­ri, in­sie­me al cu­gi­no Pier­re Jean­ne­ret.

C’è qua­si tut­to Le Cor­bu­sier, ci so­no tre dei cin­que ele­men­ti del­la sua ar­chi­tet­tu­ra mo­der­na, espres­si in Vers une ar­chi­tec­tu­re nel 1923: il tet­to-giar­di­no, la pian­ta libera, la finestra a na­stro. Man­ca­no solo i pilastri e la fac­cia­ta libera. Nel­la tra­di­zio­ne del­le sue vil­le, a Le Lac Le Cor­bu­sier si in­ven­ta non solo i mu­ri, ma an­che quel­lo che sta so­pra, fuori, e co­sì rea­liz­za una stan­za all’aper­to, la «sal­le de ver­du­re», la sa­la del verde. La ca­sa non fi­ni­sce mai, pro­se­gue fi­no al­le ri­ve del lago, con­ti­nua nell’acqua, nell’er­ba, nei mon­ti.

Rea­liz­za dei mu­ri bian­chi con una ba­se ne­ra, del­le por­te scu­re, e poi pe­rò la­scia un fian­co tut­to spa­lan­ca­to, per scen­de­re all’acqua. Su una pa­re­te all’aper­to, che vie­ta la vi­sta di pro­po­si­to, apre una finestra da cui si ve­de il lago; non è una de­ri­va con­cet­tua­le, è che ar­te e na­tu­ra, oc­chio e pae­sag­gio, so­no for­se la stes­sa co­sa. In mez­zo al­la sa­la, in mez­zo all’er­ba, de­ci­de di pian­ta­re un al­be­ro, che sia co­lon­na e tet­to, ma an­che com­men­sa­le. Le Cor­bu­sier pensa al ci­lie­gio, al pi­no, all’aca­cia, al piop­po, al sa­li­ce pian­gen­te. Ma poi de­ci­de per la Pau­lo­w­nia, al­ta, mae­sto­sa, si span­de in tut­te le di­re­zio­ni, co­per­ta di li­che­ni come me­da­glie. L’al­be­ro è lì per tut­to il No­ve­cen­to, su­pe­ra il 1965 in cui Le Cor­bu­sier muo­re, come ca­pi­ta al­le cose che pian­tia­mo, che tal­vol­ta han­no più tem­po di noi. È un mo­nu­men­to che con­ti­nua a cre­sce­re, a vi­ve­re, ci van­no gli ar­chi­tet­ti, gli stu­den­ti, i vi­si­ta­to­ri.

Non è solo che cer­ca­no Le Cor­bu­sier; come sem­pre, por­ta­no i lo­ro de­si­de­ri, le do­man­de, la sor­pre­sa di un viag­gio. Quel­la Pau­lo­w­nia gi­gan­te­sca di­ven­ta un luogo da rag­giun­ge­re, d’ar­ri­vo. È che le cose, sem­pre, fi­ni­sco­no. All’ini­zio del nuo­vo mil­len­nio un fun­go ag­gre­di­sce il tron­co. È una mor­te len­ta, do­lo­ro­sa, uma­na, fat­ta del do­lo­re de­gli al­tri, di quel­li che ten­ta­no di sal­var­la e si ac­cor­go­no di non po­ter far nien­te. Al­cu­ni giar­di­nie­ri sba­glia­no cu­ra, ta­glia­no la chio­ma an­zi­ché con­cen­trar­si sul tron­co, come ca­pel­li che van­no via a un ma­la­to, che non ri­cre­sco­no. Non ci si può far nien­te. L’ago­nia ter­mi­na con l’ab­bat­ti­men­to, nel 2013. Si con­ser­va­no i ra­mi, si pren­do­no i se­mi, si spe­ra che l’al­be­ro sia tut­to lì den­tro, an­co­ra, e pos­sa ve­ni­re, iden­ti­co e di­ver­so, pa­dre e fi­glio. È bel­lo ten­ta­re, qual­che vol­ta è gran­de an­che fal­li­re. È col­pa del­la piog­gia, più pro­ba­bil­men­te del de­sti­no.

Nes­su­no dei ra­mi ha at­tec­chi­to, tutti i se­mi so­no mor­ti. È tut­to fi­ni­to. An­zi, no. Il le­gno re­sta. Pa­trick Mo­ser, in­sie­me a l’Ecal, Uni­ver­si­ty of Art and De­si­gn Lau­san­ne, de­ci­de che il tron­co de­ve vi­ve­re, che ha bi­so­gno di di­ven­ta­re. All’ini­zio, si pensa di far­ne ma­ti­te, per­ché i ra­mi di­ven­ti­no pa­ro­le, se­gni, co­lo­ri, ar­ri­vi­no dap­per­tut­to. Ma le dit­te con­tat­ta­te si ri­fiu­ta­no di da­re av­vio a una pro­du­zio­ne di me­no di un mi­lio­ne di pez­zi. Non è quel­la la scel­ta giu­sta. Cas­si­na ca­pi­sce, e in­ca­ri­ca Jai­me Hayon di pro­dur­ne de­gli og­get­ti, fin­ché ci sa­rà le­gno, fi­no in fon­do al­la pian­ta. E di­re che è un le­gno osti­co, du­ro, che vuo­le spez­zar­si. Hayon si in­ven­ta tre og­get­ti; The

Bird, un uc­cel­lo por­ta­let­te­re, The Bird House, un por­taog­get­ti, e The Led­ge, una men­so­la a for­ma di al­ta­le­na. So­no uti­li den­tro ca­sa, ma vo­la­no fuori, una ca­sa non fi­ni­sce nei mu­ri che la chiu­do­no, e a guar­da­re que­gli og­get­ti è un po’ come tor­na­re lì, a Le Lac, in ri­va all’acqua. Le cose con­ti­nua­no; vie­ne pian­ta­ta un’al­tra Pau­lo­w­nia. È di un’al­tra fa­mi­glia, ma in fon­do è un sim­bo­lo. E poi se era de­sti­no che tut­to fi­nis­se, non si può fa­re nien­te. È che le cose non le de­ci­dia­mo mi­ca tut­te noi, tan­te vol­te ac­ca­do­no e ba­sta. È la primavera del 2014, Mo­ser esce sul terrazzo del­la vil­la, un gior­no come un al­tro. All’im­prov­vi­so, si ac­cor­ge di qual­co­sa, sul mu­ro dal­la par­te del lago. È verde, un ciuf­fo, un fu­scel­lo, c’è le­gno, qua­si in­vi­si­bi­le, ma è trop­po gros­so per es­se­re solo un’er­ba cat­ti­va, e poi si stac­ca dal bianco, va den­tro l’aria, ver­so il lago. Mo­ser scen­de emozionato, ve­lo­ce­men­te. E lo ve­de. È solo un ra­mo, un pic­co­lo ra­mo, ma come ogni ra­mo è già un al­be­ro, un gi­gan­te. Mo­ser lo fa ana­liz­za­re, ma già non ha dub­bi, ci so­no cose che si ca­pi­sco­no su­bi­to; è la Pau­lo­w­nia di Le Cor­bu­sier, l’al­be­ro è na­to an­co­ra. Un se­me che nes­su­no ha pian­ta­to, di cui nes­su­no si è mai ac­cor­to, ca­du­to e fi­ni­to lì chis­sà come, a qual­che me­tro di di­stan­za dal­la pian­ta, pro­tet­to dal­la pie­tra, chis­sà come è pos­si­bi­le, come fan­no le radici a nu­trir­si, bi­so­gna sta­re at­ten­ti, af­fer­rar­lo pia­no come un cuc­cio­lo. Che co­sa meravigliosa che è la vi­ta, i do­ni che fa quan­do vuo­le lei. Quel pic­co­lo ra­mo cre­sce, og­gi è al­to 50 cen­ti­me­tri, pian­ta­to a Bour­se aux Ar­bres, un vi­va­io al­la pe­ri­fe­ria di Lo­san­na. Quan­do sa­rà gran­de ab­ba­stan­za, ver­rà in ri­va al lago. E re­ste­rà lì per an­ni, cer­to non per sem­pre. Pri­ma o poi, ci sa­rà un’al­tra sto­ria da rac­con­ta­re.

NA­SCO­STO DA UN MU­RO, TUT­TO SOLO, UN SE­ME STA­VA GER­MO­GLIAN­DO.

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