L’estrat­to del­le cose

AD (Italy) - - Storie - di RAF­FAE­LE PANIZZA

Ha avam­brac­ci lun­ghis­si­mi, che sem­bra­no pian­ta­ne di una gros­sa lam­pa­da (« tro­va­re una ca­mi­cia con­fe­zio­na­ta, per me, è impossibile»). E di con­se­guen­za c’è da im­ma­gi­na­re che il pa­ra­lu­me sia la sua ma­no de­stra, at­tra­ver­so la qua­le ogni vol­ta qual­co­sa di nuo­vo s’ac­cen­de e con cui di­se­gna tut­to quan­to, tem­pe­ran- do di fre­quen­te: «Non ho mai stam­pa­to un ren­de­ring in vi­ta mia. Uso sol­tan­to ma­ti­te», dice Ro­dol­fo Dor­do­ni, che ini­zia a par­la­re con gli oc­chi stro­pic­cia­ti e ros­si ti­pi­ci dell’han­go­ver da Sa­lo­ne del Mobile e fi­ni­sce poi ri­las­sa­to e pim­pan­te, come do­po un lun­go mas­sag­gio. Una del­le tan­te me­ta­mor­fo­si che lo ve­dran­no pro­ta­go­ni­sta du­ran­te due ore sor­pren­den­ti nel­la se­de mi­la­ne­se di Dor­do­ni Ar­chi­tet­ti, un alie­no ri­spet­to all’immagine di per­so­nag­gio schi­vo che spes­so gli si cu­ce ad­dos­so. Un rac­con­ta­to­re ge­ne­ro­so, ri­ser­va­to nei sentimenti ma sco­per­to sul­le vi­cen­de del­la vi­ta, che so­no di per sé vi­si­bi­li e uti­liz­za­bi­li, come un ta­vo­lo al cen­tro di una stan­za. Designer tra i più im­por­tan­ti del mon­do, di­ret­to­re ar­ti­sti­co di Mi­not­ti e Ro­da, crea­ti­vo per Flos, Fo­sca­ri­ni, Fon­ta­naAr­te, Poliform, Cas­si­na e mol­ti al­tri, sfog­gia una pa­ca­tez­za che non è rea­le, tan­to­me­no af­fi­da­bi­le. Ri­cor­da un po’ i ca­mi­ni del­le cen­tra­li nu­clea­ri, che na­scon­do­no sot­to stra­ti di ce­men­to ar­ma­to il lo­ro noc­cio­lo ato­mi­co, emet­ten­do nel frat­tem­po va­po­re ac­queo. «So­no Vergine ascen­den­te Scorpione», ri­pe­te spes­so, am- met­ten­do di non ca­pir­ci gran­ché, pe­rò, di se­gni zodiacali. Un mo­do come un al­tro per da­re un no­me al­le due crea­tu­re che nuotano, in di­re­zio­ni con­trap­po­ste, nel lago del­la sua per­so­na­li­tà. Pensa di ave­re una fac­cia più da pu­gi­le o da scrit­to­re? «En­tram­be le cose. E con­tem­po­ra­nea­men­te, il lo­ro con­tra­rio. Non scri­vo, ma mi pia­ce com­por­re ro­man­zi con le pa­ro­le, chiac­chie­ran­do. Non so­no un pu­gi­le per­ché odio la vio­len­za, an­zi, so­no qua­si un pa­vi­do. Ma allo stes­so tem­po mi ri­ten­go un com­bat­ten­te, uno che ama di­fen­de­re que­sta pro­fes­sio­ne da mol­ti at­teg­gia­men­ti con­trap­po­sti, e che non si la­scia scon­fig­ge­re fa­cil­men­te».

Fi­no a che pun­to il suo cor­po ha a che fa­re con le cose che di­se­gna?

« Si par­te da un’idea, si ar­ri­va a uno schiz­zo, si pro­du­ce un pro­to­ti­po e poi si te­sta il pro­dot­to. E lo si fa pri­ma di tut­to su di sé, sul­le pro­prie mi­su­re, sul­le pro­prie spi­go­lo­si­tà. Quin­di le cose che fac­cio so­no in­fluen­za­te dal­la mia cor­po­rei­tà, si­cu­ro».

Quan­to è al­to?

«Un me­tro e ot­tan­ta­sei». E quan­to pesa?

«Tra i 77 e i 78 chi­li».

Per­ché lo sa in mo­do co­sì pre­ci­so?

«Per­ché amo te­ner­mi sot­to con­trol­lo».

Qual è l’og­get­to che ha crea­to su cui si sten­de più vo­len­tie­ri? «La pan­ca Smi­th, che ho di­se­gna­to per Mi­not­ti e ten­go in ca­sa. Una ti­pi­ca pro­ie­zio­ne del­la mia for­ma men­ta­le: ra­zio­na­le, lo­gi­ca, qua­si asbur­gi­ca, con po­che cur­ve».

In cur­va si sban­da sem­pre? «Non ne­ces­sa­ria­men­te, ma so­no le­ga­to a una cer­ta idea di com­fort, che def­ni­rei “con­tem­po­ra­neo so­brio”. Quel­le cose in cui ci s’im­ma­gi­na stra­vac­ca­ti in sei, non è che non mi piac­cia­no, ma non mi ven­go­no pro­prio».

HA FA­MA DI UO­MO SCHI­VO, RO­DOL­FO DOR­DO­NI. MA QUI RAC­CON­TA DI NUO­VI SO­GNI E VEC­CHI VIAG­GI, CA­TE­NI­NE E MA­RI­JUA­NA, CA­PEL­LI BION­DI, CA­NI, MA­LAT­TIE. E DEL SEN­SO AU­TEN­TI­CO DA CER­CA­RE IN UN PRO­GET­TO.

«SO­NO STA­TO TAN­TE COSE. IL RI­VO­LU­ZIO­NA­RIO CON L’ESKI­MO. L’HIPPY. IL DAN­DY. TUT­TO CIÒ CHE NEL­LA VI­TA M’È PAS­SA­TO DI FIAN­CO, L’HO PRE­SO. OG­GI SO CHI SO­NO, E SO­GNO SOLO SO­GNI CHE PO­TREB­BE­RO AC­CA­DE­RE».

La co­sa più pro­mi­scua che ha di­se­gna­to?

«Me stes­so». Non si di­reb­be nel ve­der­la co­sì, con una ma­gliet­ta so­bria, un jeans, le snea­ker. «Da ra­gaz­zo, dal­la fne del li­ceo ar­ti­sti­co a Bre­ra fno al­la lau­rea al Po­li­tec­ni­co di Mi­la­no, mi so­no ve­sti­to solo con abi­ti fat­ti su mi­su­ra. Mi fa­ce­vo con­fe­zio­na­re ogni co­sa, dal­le cra­vat­te al­le scar­pe, che pa­ga­vo più di quat­tro­cen­to­mi­la li­re, nu­me­ro 44, e con­ser­vo an­co­ra a ca­sa, in bel­la vi­sta nell’ar­ma­dio». Con­si­de­ra una scar­pa all’al­tez­za di un og­get­to di de­si­gn? «Ho ri­spet­to per le scar­pe. So­no al­to ar­ti­gia­na­to per come la ve­do io, so­no og­get­ti di cul­to. In­dos­sa­vo solo com­ple­ti col pan­ciot­to, e mi vien da ri­de­re a pen­sar­ci, visto che og­gi gli abi­ti in­te­ri mi met­to­no a disagio, mi fan­no sen­ti­re ar­te­fat­to. Era un mo­do per tro­va­re me stes­so: poi, quan­do mi so­no sa­zia­to, ho cam­bia­to strada e so­no diventato più so­brio».

I suoi ge­ni­to­ri era­no ricchi? «No, ma mi han­no sem­pre as­se­con­da­to nel­le ten­den­ze e nei ca­pric­ci. Mio pa­dre era di­ri­gen­te all’Ag­fa, azien­da te­de­sca che pro­du­ce­va pel­li­co­le. Mia ma­dre ca­sa­lin­ga».

Il pre­giu­di­zio la vuo­le uo­mo schi­vo. «Non mi in­te­res­sa­no i rap­por­ti su­per­f­cia­li, è ve­ro, ma an­che su que­sto, come su tut­to quan­to, so­no mu­te­vo­le e in­co­stan­te».

Az­zar­di un’apo­lo­gia dell’in­co­stan­za. «L’in­co­stan­za è il mio più mar­ca­to di­fet­to. Il trat­to prin­ci­pa­le del mio ca­rat­te­re. Non so­no ca­pa­ce di sta­re solo ad esem­pio, viag­gia­re solo, an­che sol­tan­to ce­na­re. Può ap­pa­ri­re che ab­bia ca­pa­ci­tà di adat­ta­men­to al­le si­tua­zio­ni pa­ri a zero, e in­ve­ce so­no una per­so­na mol­to me­ta­mor­f­ca. D’al­tro canto, se mi ri­tro­vo in si­tua­zio­ni che mi dan­no disagio, ten­do a iso­lar­mi, a di­ven­ta­re qua­si orso. Ma è una for­ma di pro­te­zio­ne. Se co­sì non fa­ces­si di­ven­te­rei dra­sti­co, e nel­la mag­gior par­te dei ca­si, nel­le oc­ca­sio­ni pub­bli­che, al­ze­rei i tac­chi e me ne an­drei». Le pia­ce am­mi­ra­re il gros­so anello d’oro che por­ta al di­to, mentre di­se­gna? «L’ho fat­to rea­liz­za­re fon­den­do una ca­te­ni­na re­ga­la­ta­mi da mia non­na, al­la pri­ma co­mu­nio­ne. È l’uni­co at­to di va­ni­tà che mi sia con­ces­so ne­gli an­ni». È un ri­fes­so che non co­no­sce dav­ve­ro, la va­ni­tà? «Quel­la ve­ra l’ho pro­va­ta solo una vol­ta, do­po aver pre­so una pa­stic­ca di ec­sta­sy in di­sco­te­ca, mi­lio­ni d’an­ni fa. Mi sen­ti­vo bel­lis­si­mo, mi sem­bra­va di bal­la­re be­nis­si­mo. Per fortuna il mio cor­po non rea­gi­sce be­ne al­le dro­ghe, e non ci so­no mai ca­du­to più di tan­to. La ma­ri­jua­na in­ve­ce l’ho pro­va­ta in Gia­mai­ca, in viag­gio coi miei ge­ni­to­ri. So­no at­ter­ra­to, ho com­pra­to l’er­ba dal ta­xi­sta ma de­vo aver sba­glia­to do­si: mi so­no ri­sve­glia­to do­po due gior­ni e mez­zo, coi miei ge­ni­to­ri già ab­bron­za­ti. L’ha­shi­sh, in­ve­ce, mi fa da­re im­me­dia­ta­men­te di sto­ma­co».

L’ebbrezza do­ve la cer­ca? «Nel vi­no. Lo co­no­sco, so­no se­let­ti­vo, ma non mi con­si­de­ro un ma­nia­co». Lei è mai sta­to un ribelle? «So­no sta­to tan­te cose. Il ri­vo­lu­zio­na­rio con l’eski­mo. L’hippy. Il dan­dy. Tut­to ciò che nel­la vi­ta m’è pas­sa­to di fan­co, l’ho afer­ra­to e vis­su­to. Di­cias­set­te an­ni fa mi so­no pu­re tin­to i ca­pel­li di bion­do pla­ti­no, pre­sen­tan­do­mi co­sì, a sor­pre­sa, al pri­mo im­por­tan­te ser­vi­zio fo­to­gra­f­co come di­ret­to­re ar­ti­sti­co di Mi­not­ti. Ma son cose che non fac­cio per stu­pi­re, ben in­te­so. Quan­to per “usci­re”. Pro­vo­ca­zio­ni nei con­fron­ti del­la mia stes­sa ti­mi­dez­za».

La pa­ro­la pro­ta­go­ni­smo come le suo­na? «Ma­le. Tro­vo che in ogni pro­ta­go­ni­smo ci sia una for­ma di ar­ro­gan­za».

Va a dormire vo­len­tie­ri?

«Dor­mo me­no di una vol­ta, ma al­me­no mi con­ce­do il lus­so di al­zar­mi più tar­di». Al ri­sve­glio si sen­te su­bi­to co­mo­do nel­la sua pel­le? Sa su­bi­to chi è?

«So chi so­no an­che mentre dor­mo, cre­do».

Che ti­po di so­gni fa? «Mol­to rea­li­sti­ci. An­zi no: pos­si­bi­li. So­gno cose che po­treb­be­ro ac­ca­de­re dav­ve­ro».

Come vi­ve i suoi ses­sant’an­ni? «Be­ne, so­no fe­li­ce. Ho me­no en­tu­sia­smi di una vol­ta, lo am­met­to. Ma mi pia­ce di­stil­la­re le cose per ot­te­ner­ne l’estrat­to». Ha un ap­proc­cio geo­me­tri­co an­che ver­so la sfortuna? «Quin­di­ci an­ni fa mi han­no dia­gno­sti­ca­to un tu­mo­re. E l’ho afron­ta­to come un pro­ble­ma con cui con­fron­tar­si, e non come una di­sgra­zia o una ma­le­di­zio­ne. È un’espe­rien­za che mi ha mol­to mo­di­f­ca­to. Mi sen­to come se aves­si qua­ran­ta­cin­que

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