IL DOL­CET­TO DEL­LA FE­LI­CI­TÀ

IL CU­P­CA­KE

AD (Italy) - - Focus. - ERA UN IL­LU­STRE SCO­NO­SCIU­TO, OG­GI È UN FE­TIC­CIO: DI­VEN­TA SIM­BO­LO DI FAN­TA­SIA E CREA­TI­VI­TÀ, CO­ME SPIE­GA­NO DUE ESPER­TI. CHE SUG­GE­RI­SCO­NO AN­CHE AL­CU­NE ANA­LO­GIE TRA AL­TA PA­STIC­CE­RIA E DE­SI­GN. R.M.

QUI Mar­co D’Ar­ri­go e Ca­ro­li­ne Den­ti so­no gli ar­te­fi­ci del suc­ces­so di Ca­li­for­nia Ba­ke­ry, ca­te­na mi­la­ne­se di lo­ca­li de­di­ca­ti ai dol­ci e al­la cu­ci­na ame­ri­ca­na. Il cu­p­ca­ke è di­ven­ta­to un sim­bo­lo. Co­me mai? «Per­ché è un dol­ce di­ver­ten­te. La pa­stic­ce­ria è sot­to­po­sta a re­go­le chi­mi­che che non pos­so­no es­se­re tra­sgre­di­te, ma la de­co­ra­zio­ne è li­be­ra dal­le im­po­si­zio­ni. I cu­p­ca­ke piac­cio­no ai bam­bi­ni, for­se gra­zie a quel­la for­ma fia­be­sca, mor­bi­da e co­lo­ra­ta. An­che per noi rap­pre­sen­ta­no un mo­men­to di di­sten­sio­ne: nei la­bo­ra­to­ri ma an­che ne­gli sho­w­coo­king che or­ga­niz­zia­mo, in cui il pub­bli­co li può de­co­ra­re». An­che nel de­si­gn di og­gi ci so­no for­me soft e co­lo­ri pa­stel­lo. Cre­de che le due co­se sia­no in re­la­zio­ne? «Cer­to. Tut­to si fon­da su equi­li­bri pre­ci­si: ri­gi­di­tà/mor­bi­dez­za, re­go­la/tra­sgres­sio­ne, di­sci­pli­na/istin­to. Nel de­si­gn, e in pa­stic­ce­ria, ci si at­tie­ne a re­go­le pre­ci­se e poi, a par­ti­re da quel­le re­go­le, si ini­zia a crea­re, a vol­te in ma­nie­ra pro­vo­ca­to­ria, con­trav­ve­nen­do al­le stes­se con iro­nia. Se non hai ba­si so­li­de il ri­sul­ta­to può ri­ve­lar­si un di­sa­stro». In tv ci so­no gli chef e l’al­ta cu­ci­na, ma la gen­te cer­ca com­fort food. Se­con­do voi per­ché? «Il ci­bo ha un va­lo­re sim­bo­li­co mol­to for­te e ri­spec­chia pro­fon­da­men­te sta­ti d’ani­mo e per­so­na­li­tà di ogni sin­go­lo es­se­re uma­no. È at­tra­ver­so il gu­sto che im­pa­ria­mo a co­no­scer­ci e spes­so cer­chia­mo nel ci­bo le no­stre ra­di­ci o un mo­men­to di se­re­ni­tà. Il com­fort food per noi è la ri­spo­sta in­tra­mon­ta­bi­le al­la vo­glia di sta­re be­ne». Co­sa è per voi mor­bi­dez­za? «È si­no­ni­mo di ac­co­glien­za, e in cu­ci­na si tra­du­ce in sa­po­ri av­vol­gen­ti. Quel­lo di una vel­lu­ta­ta, di un buon vi­no, di una ca­ke che culla e coc­co­la il pa­la­to. La mor­bi­dez­za è an­che un at­teg­gia­men­to, una sfu­ma­tu­ra del ca­rat­te­re che si cer­ca e spes­so si tro­va in cu­ci­na, so­prat­tut­to quan­do si tra­smet­te amo­re at­tra­ver­so il ci­bo».

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