FIO­RE DI ROC­CIA

Nel de­ser­to del­la Ca­li­for­nia, un’ar­chi­tet­tu­ra vi­sio­na­ria: la co­per­tu­ra è in so­vrap­po­ste, dal di­se­gno LA­STRE DI CE­MEN­TO mor­bi­do. E l’in­ter­no è uno spa­zio su più li­vel­li. Spet­ta­co­la­re.

AD (Italy) - - Sommario - Pro­get­to di KEN­DRICK BANGS KEL­LOGG — in­te­rior de­si­gn di JOHN VUGRIN te­sto di MI­CHAEL WEBB — fo­to­gra­fie di RI­CHARD PO­WERS

In CA­LI­FOR­NIA, i vo­lu­mi scul­to­rei del­la Hi­gh De­sert Hou­se, il ca­po­la­vo­ro di Ken­drick Bangs Kel­logg.

La Hi­gh De­sert Hou­se, vicino a Palm Springs, è il ca­po­la­vo­ro di Ken­drick Bangs Kel­logg, un gran­de ar­chi­tet­to ancora da ri­va­lu­ta­re. Na­to nel 1934, a 21 an­ni Kel­logg co­no­sce Frank Lloyd Wright: un in­con­tro che si ri­ve­le­rà im­por­tan­tis­si­mo per la sua for­ma­zio­ne di pro­get­ti­sta. Due an­ni do­po ini­zia la sua at­ti­vi­tà pro­fes­sio­na­le, crean­do edi­fi­ci che mo­del­la­no lo spa­zio in ma­nie­ra au­da­ce. Un’ori­gi­na­li­tà che lo ha con­fi­na­to in una po­si­zio­ne mar­gi­na­le: di cil­men­te as­si­mi­la­bi­le a una ca­te­go­ria, è sta­to di con­se­guen­za igno­ra­to dal­la cri­ti­ca.

La sto­ria del pro­get­to del­la Hi­gh De­sert Hou­se sem­bra una leg­gen­da. La com­mit­ten­za è una cop­pia di ar­ti­sti, Bev e Jay Doo­lit­tle; il si­to – so­pra al Jo­shua Tree Na­tio­nal Park, in Ca­li­for­nia – è ab­bar­bi­ca­to su bloc­chi di are­na­ria in pie­no de­ser­to. Kel­logg pen­sa una strut­tu­ra fat­ta di pe­ta­li di ce­men­to so­vrap­po­sti: un open spa­ce ver­ti­ca­le, una ca­me­ra da let­to rial­za­ta e una stan­za per gli ospiti al pia­no in­fe­rio­re. La strut­tu­ra sem­bra cre­sce­re direttamente dal­la roc­cia, co­me le pun­gen­ti Yuc­ca bre­vi­fo­lia (in in­gle­se Jo­shua tree) che dan­no il no­me all’in­te­ra area. I pri­mi di­se­gni so­no del 1988, la strut­tu­ra vie­ne ul­ti­ma­ta nel ’93: so­lo per ta­glia­re la roc­cia, crea­re la ba­se per l’edi­fi­cio e co­strui­re la stra­da di ac­ces­so al si­to ci vo­glio­no tre an­ni. Le so­lu­zio­ni ven­go­no in­ven­ta­te man ma­no che si pre­sen­ta­no i pro­ble­mi. L’edi­fi­cio che na­sce ha una for­ma a asci­nan­te, co­me dei gran­di na­stri in ce­men­to ap­pog­gia­ti uno sull’al­tro. La strut­tu­ra a pia­ni so­vrap­po­sti ri­pa­ra dal so­le ma la­scia fil­tra­re la lu­ce da­gli spa­zi tra una fo­glia e l’al­tra, chiu­si da ve­tra­te. Un pro­get­to pen­sa­to per le con­di­zio­ni cli­ma­ti­che par­ti­co­la­ri di que­sto luo­go: ac­cia­io e ce­men­to re­si­sto­no al cli­ma del de­ser­to mol­to me­glio del le­gno, e i giun­ti in neo­pre­ne la­scia­no spa­zio al ve­tro per espan­der­si.

Ma ci vuo­le il 2002 pri­ma che i Doo­lit­tle si tra­sfe­ri­sca­no: per­ché per riem­pi­re que­sto gu­scio grez­zo Kel­logg chia­ma John Vugrin, de­si­gner e ar­ti­gia­no ec­ce­zio­na­le che nel suo la­bo­ra­to­rio di San Diego crea mo­bi­li, ele­men­ti strutturali, ri­fi­ni­tu­re. Na­sco­no co­sì la mo­nu­men­ta­le re­cin­zio­ne in ac­cia­io ar­rug­gi­ni­to, che ri­cor­da lo sche­le­tro di un di­no­sau­ro, e poi la­stre di ve­tro in­ci­so, si­nuo­se for­me in mar­mo, og­get­ti e det­ta­gli in le­gno e bron­zo che de­fi­ni­sco­no le va­rie aree del­la ca­sa: uno stu­dio aper­to, un sa­lot­to in­cas­sa­to, la sa­la da pran­zo, una cu­ci­na e i ba­gni. Un’esu­be­ran­za scul­to­rea e un amo­re per l’or­na­men­to che fan­no pen­sa­re a un Gau­dí del 20esi­mo se­co­lo.

L’in­ter­no è ar­ti­co­la­to su più li­vel­li. Le por­te so­no po­chis­si­me, ogni am­bien­te si fon­de na­tu­ral­men­te nel suc­ces­si­vo. La ca­me­ra da let­to ha for­ma cir­co­la­re ed è rial­za­ta, cir­con­da­ta da ve­tri tra­slu­ci­di il­lu­mi­na­ti che dan­no l’im­pres­sio­ne di un vo­lu­me so­spe­so, co­me una lan­ter­na gi­gan­te, all’in­ter­no del­lo spa­zio prin­ci­pa­le.

Un sa­lot­ti­no in­cas­sa­to al­la ba­se ha un fo­co­la­re de­co­ra­to con ciot­to­li e dal­la cap­pa a for­ma di con­chi­glia. Nel ba­gno pa­dro­na­le la doc­cia si tro­va tra i mas­si e una sor­gen­te na­tu­ra­le, a nord. La giu­stap­po­si­zio­ne di di­ver­si ma­te­ria­li e con­si­sten­ze, ru­vi­de e li­sce, grez­ze e la­vo­ra­te ani­ma ogni an­go­lo.

Du­ran­te la gior­na­ta lu­ci e om­bre crea­no una sce­no­gra­fia in co­stan­te cam­bia­men­to: qui, a 1.300 me­tri di al­tez­za e lon­ta­ni dal­la cit­tà, l’aria è acu­ta­men­te lim­pi­da e il so­le splen­de sel­vag­gia­men­te. La ca­sa ne fil­tra i rag­gi, crean­do una pe­nom­bra che dà sol­lie­vo a ogni su­per­fi­cie. Sul tar­di, quan­do il so­le è bas­so, i rag­gi mo­del­la­no dol­ce­men­te il tet­to dal bas­so. Quan­do è al­to in­ve­ce il suo fu­ro­re vie­ne te­nu­to a ba­da, e l’aria cal­da che si for­ma all’in­ter­no esce at­tra­ver­so ven­to­le nel­le ve­tra­te. Le ter­raz­ze che cir­con­da­no il ri­fu­gio co­sti­tui­sco­no un’aper­tu­ra sul pae­sag­gio, con­fon­den­do il con­fi­ne tra in­ter­no ed ester­no. Co­sa che non è co­mu­ne in que­sto ti­po di pae­sag­gio, do­ve le tem­pe­ra­tu­re esti­ve rag­giun­go­no i 50 gra­di e le ca­se so­no in ge­ne­re gu­sci che non dia­lo­ga­no con l’ester­no. Co­me per le­git­ti­ma di­fe­sa. La Hi­gh De­sert Hou­se in­ve­ce è una ri­spo­sta so­ste­ni­bi­le a tem­pe­ra­tu­re estre­me. Di re­cen­te pas­sa­ta di ma­no (i Doo­lit­tle si so­no tra­sfe­ri­ti in uno spa­zio più pic­co­lo e me­no iso­la­to), la ca­sa è sta­ta man­te­nu­ta per for­tu­na fe­de­le al pro­get­to ori­gi­na­rio. Un fio­re di roc­cia spun­ta­to nel de­ser­to.

Un pro­get­to im­pos­si­bi­le: so­lo per ta­glia­re la roc­cia, crea­re la ba­se per l’edi­fi­cio e co­strui­re la stra­da di ac­ces­so al si­to ci vo­glio­no tre an­ni. Le so­lu­zio­ni ven­go­no in­ven­ta­te man ma­no che si pre­sen­ta­no i pro­ble­mi.

Fu­sio­ne to­ta­le.

qui so­pra: una del­le ter­raz­ze che cir­con­da­no la ca­sa. La strut­tu­ra por­tan­te è com­po­sta da 26 pi­la­stri in ce­men­to, sal­da­men­te an­co­ra­ti al­la roc­cia. pa­gi­na ac­can­to: la por­ta d’in­gres­so è una la­stra di cri­stal­lo con una gri­glia-scul­tu­ra in la­mie­ra me­tal­li­ca ar­rug­gi­ni­ta, dal de­si­gn vi­sio­na­rio. pa­gi­ne pre­ce­den­ti: la ca­sa è let­te­ral­men­te ap­pog­gia­ta su un al­ti­pia­no roc­cio­so. Sot­to di lei si sten­de il Jo­shua Tree Na­tio­nal Park, pae­sag­gio di­chia­ra­to mo­nu­men­to na­zio­na­le ame­ri­ca­no nel 1936.

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