Un com­ples­so gran­dio­so

Archeo Monografie - - Baalbek -

La vi­si­ta al com­ples­so di Baalbek av­vie­ne, og­gi come nell’an­ti­chi­tà, da est, at­tra­ver­so i Pro­pi­lei co­strui­ti sot­to l’imperatore Ca­ra­cal­la e com­po­sti da 12 co­lon­ne, in ori­gi­ne ter­mi­nan­ti con ca­pi­tel­li in bron­zo do­ra­to. Da qui si en­tra in una cor­te esa­go­na­le ( co­strui­ta sot­to Fi­lip­po l’Ara­bo nel­la pri­ma me­tà del III se­co­lo d. C.), che si apre sul piaz­za­le ret­tan­go­la­re ( 110 x 135 m), chiu­so sui tre la­ti da un por­ti­co co­lon­na­to ar­ti­co­la­to a ese­dre. Sul la­to aper­to ver­so ovest, un’am­pia sca­li­na­ta, lar­ga piú di 40 m, con­du­ce al po­dio del tem­pio ve­ro e pro­prio, la cui fron­te, co­sti­tui­ta da 10 co­lon­ne che reg­ge­va­no il tim­pa­no, rag­giun­ge­va i 40 m dal pia­no del­la cor­te. Il tem­pio di Giove è il piú gran­dio­so edi­fi­cio di Baalbek. Con­ser­va 6 del­le 19 co­lon­ne co­rin­zie che ne or­na­va­no il pe­ri­sti­lio sud- oc­ci­den­ta­le. In ori­gi­ne, sen­za con­ta­re le sca­li­na­te e le terrazze che lo cir­con­da­va­no, il tem­pio mi­su­ra­va cir­ca 90 m in lun­ghez­za e 50 in lar­ghez­za, e 54 co­lon­ne ne se­gna­va­no il pe­ri­me­tro. Per i mu­ri ester­ni del­la sua enor­me piat­ta­for­ma, i Romani im­pie­ga­ro­no bloc­chi mo­no­li­ti­ci, ognu­no del pe­so di cir­ca 400 t. So­pra sei di es­si, po­sti lun­go il mu­ro oc­ci­den­ta­le del po­dio, so­no ste­si due dei tre gi­gan­te­schi mo­no­li­ti, dal pe­so di ol­tre 1000 t l’uno, i fa­mo­si tri­li­thon, un ter­mi­ne co­nia­to in età bi­zan­ti­na e, da al­lo­ra, di­ve­nu­to si­no­ni­mo dell’edi­fi­cio. Il ter­zo tri­li­thon ( det­to « pie­tra del­la ge­stan­te » ) gia­ce an­co­ra og­gi nel­la gran­de ca­va di Baalbek ( ve­di al­le pp. 118/ 119). Scen­den­do le sca­le sul la­to me­ri­dio­na­le del san­tua­rio di Giove si tro­va il tem­pio Mi­no­re, chia­ma­to an­che « di Bac­co » , il piú in­tat­to e me­glio con­ser­va­to di tutti i tem­pli romani. Ai pri­mi del No­ve­cen­to ven­ne at­tri­bui­to al dio per le rap­pre­sen­ta­zio­ni di vi­gne­ti, non­ché di una pro­ces­sio­ne dio­ni­sia­ca po­sta all’in­gres­so. In se­gui­to, fu as­se­gna­to a Venere o, an­co­ra, a Bac­co- Mer­cu­rio. Ri­spet­to al tem­pio di Giove, l’edi­fi­cio ha di­men­sio­ni de­ci­sa­men­te in­fe­rio­ri, ep­pu­re è no­te­vol­men­te piú gran­de, per esem­pio, del Par­te­no­ne. La cel­la mi­su­ra 35 m in lun­ghez­za per 19 di lar­ghez­za; la mo­nu­men­ta­le por­ta d’ac­ces­so è lar­ga 6,5 m e al­ta qua­si 13. Il tem­pio è co­strui­to so­pra un ba­sa­men­to al­to 5 m e vi si ac­ce­de per una sca­li­na­ta di 33 gra­di­ni. In ori­gi­ne il pe­ri­sti­lio era com­po­sto da 46 co­lon­ne, 15 su ogni la­to lun­go e 6 su quel­li cor­ti. L’aspet­to piú ri­le­van­te dell’edi­fi­cio è la so­vrab­bon­dan­te, fa­sto­sa de­co­ra­zio­ne a ri­lie­vo del­le pa­re­ti e del sof­fit­to del­la cel­la e del

pe­ri­sti­lio, una de­co­ra­zio­ne che, in ori­gi­ne, do­ve­va ca­rat­te­riz­za­re l’in­te­ro com­ples­so elio­po­li­ta­no. Il ter­zo tem­pio di Baalbek, si­tua­to un cen­ti­na­io di me­tri a est dei san­tua­ri prin­ci­pa­li, det­to « di Venere » , è un gra­zio­so edi­fi­cio cir­co­la­re de­di­ca­to al­la dea Fortuna di He­lio­po­lis.He­lio­po­lis Il no­me gli ven­ne da­to dai pri­mi viag­gia­to­ri oc­ci­den­ta­li, per­ché al­cu­ne nic­chie ester­ne dell’edi­fi­cio era­no de­co­ra­te con mo­ti­vi a con­chi­glia e a co­lom­be, ele­men­ti ge­ne­ral­men­te as­so­cia­ti con il cul­to, ap­pun­to, di Venere. All’av­ven­to dell’Islam, il tem­pio di Giove e quel­lo « di Bac­co » ven­ne­ro rac­chiu­si da po­ten­ti for­ti­fi­ca­zio­ni, mentre il pic­co­lo san­tua­rio cir­co­la­re, po­sto or­mai al di fuori dell’ori­gi­na­rio pe­ri­me­tro sa­cro, fu as­sor­bi­to nell’im­pian­to ur­ba­ni­sti­co me­die­va­le. Il tem­piet­to, co­sí come lo si può am­mi­ra­re og­gi, è sta­to in­te­ra­men­te rie­su­ma­to da­gli sca­vi tedeschi che lo han­no liberato dal­le case che, nei se­co­li, gli era­no sta­te co­strui­te ad­dos­so.

ri­ma­se cir­con­da­ta dal mi­ste­ro. Se­con­do una dif­fu­sa opi­nio­ne po­po­la­re, l’ori­gi­ne dei mo­nu­men­ti era do­vu­ta ad­di­rit­tu­ra all’ope­ra di gi­gan­ti o di per­so­nag­gi leg­gen­da­ri. Il geo­gra­fo ara­bo del­la pri­ma me­tà del XIV se­co­lo, al’Uma­ri, so­ste­ne­va, per esem­pio, che Baalbek fos­se sta­ta eret­ta nien­te­me­no che dal bi­bli­co re Salomone, un’at­tri­bu­zio­ne pron­ta­men­te ri­pre­sa da­gli Eu­ro­pei che, nel XVI se­co­lo, ave­va­no ri­sco­per­to e ini­zia­to a vi­si­ta­re il si­to. Era già scoc­ca­to l’an­no 1583, quan­do un no­bi­le te­de­sco, il prin­ci­pe Ni­co­la Ra­d­zi­vil, si chie­de­va se le im­po­nen­ti ro­vi­ne fos­se­ro quel­le del pa­laz­zo di Salomone men­zio­na­to dal­la Bib­bia nel I Li­bro dei Re (7, 2-7).

I pri­mi re­so­con­ti

Il pri­mo ten­ta­ti­vo di sti­la­re un re­so­con­to det­ta­glia­to dei re­sti mo­nu­men­ta­li ven­ne pe­rò in­tra­pre­so dai già ci­ta­ti Ro­bert Wood e Ja­mes Da­w­kins, i qua­li giun­se­ro a Baalbek nel 1751 mu­ni­ti di un fir­ma­no (de­cre­to, dal per­sia­no far­man, or­di­ne, n.d.r.)) del sul­ta­no e di una let­te­ra di rac­co­man­da­zio­ne del pa­scià di Tri­po­li. I due ini­zia­ro­no il lo­ro la­vo­ro pren­den­do mi­su­re e fa­cen­do di­se­gni dei gran­di mo­nu­men­ti. A quell’epo­ca era­no an­co­ra in pie­di ben no­ve co­lon­ne del Tem­pio di Giove Elio­po­li­ta­no. Quan­do, me­no di qua­rant’an­ni do­po, ar­ri­vò a Baalbek lo sto­ri­co e fi­lo­so­fo il­lu­mi­ni­sta Con­stan­tin-Fra­nçois de Chas­se­boeuf con­te di Vol­ney (au­to­re, tra al­tre ope­re, del Voya­ge en Egyp­te et en Sy­rie pen­dant les an­nées 1783, 1784 et 1785),1785 le co­lon­ne era­no ri­dot­te a sei. Le al­tre, mol­to pro­ba­bil­men­te, era­no ca­du­te in se­gui­to al vio­len­tis­si­mo terremoto ab­bat­tu­to­si sul­la regione nel 1759. An­che il piú pic­co­lo dei due tem­pli, quel­lo det­to «di Bac­co», era sta­to for­te­men­te danneggiato dal si­sma; del­le ven­ti­no­ve co­lon­ne an­co­ra in pie­di de­scrit­te da Wood e Da­w­kins, Vol­ney ne con­tò solo ven­ti. Inol­tre, la pie­tra che, come un gran­de per­no, fa da chia­ve di vol­ta nell’ar­chi­tra­ve dell’in­gres­so al tem­pio, si era stac­ca­ta ed era pe­ri­co­lo­sa­men­te sospesa (og­gi è sta­ta nuo­va­men­te in­se­ri­ta al suo po­sto, al cen­tro dell’ar­chi­tra­ve). Sem­pre se­con­do Vol­ney, non era­no pe­rò sol­tan­to gli even­ti naturali a di­strug­ge­re Baalbek, ma an­che l’avi­di­tà de­gli uo­mi­ni, che ave­va­no spo­glia­to i mo­nu­men­ti del­le grap­pe di me­tal­lo pre­zio­so che per se­co­li ave­va­no uni­to i bloc­chi di pie­tra. Sprov­vi­sti di questi fon­da­men­ta­li ele­men­ti co­strut­ti­vi, gli edi­fi­ci di­ven­ne­ro sen­si­bi­li an­che al­la piú pic­co­la scossa tel­lu­ri­ca, ca­pa­ce di cau­sa­re il di­stac­ca­men­to dei gran­di bloc­chi scol­pi­ti. Nel cor­so del XIX se­co­lo fu­ro­no nu­me­ro­si i vi­si­ta­to­ri che si re­ca­ro­no

AN­CO­RA QUAL­CHE SCOSSA DI TERREMOTO E UN PA­IO DI IN­VER­NI PAR­TI­CO­LAR­MEN­TE RI­GI­DI E AN­CHE LE SEI RE­GA­LI CO­LON­NE GIACERANNO PRO­STRA­TE NEL­LA POL­VE­RE. BEATI AL­LO­RA QUEI VIAG­GIA­TO­RI CUI SA­RÀ CON­CES­SO DI VE­DE­RE BAALBEK, AN­CHE NEL­LA SUA AT­TUA­LE GLO­RIA IN DE­CA­DEN­ZA, PRI­MA CHE LE IM­PLA­CA­BI­LI FOR­ZE DEL­LA NA­TU­RA E LA NON ME­NO IMPLACABILE MA­NO DELL’UO­MO NE AVRAN­NO COM­PLE­TA­TA

L’OPE­RA DI DI­STRU­ZIO­NE

( Sa­muel Jes­sup, un mis­sio­na­rio ame­ri­ca­no re­si­den­te a Baalbek, 1881)

a Baalbek, at­trat­ti dal­la fa­ma dei gran­dio­si mo­nu­men­ti che, or­mai, si era dif­fu­sa ne­gli am­bien­ti col­ti del mon­do oc­ci­den­ta­le. Tra i no­mi piú il­lu­stri fi­gu­ra­no quel­li di Léon de La­bor­de, Wil­liam Hen­ry Bar­tlett e Da­vid Ro­berts. Que­st’ul­ti­mo, ar­ti­sta fa­mo­so per i suoi di­se­gni dei siti ar­cheo­lo­gi­ci del Vi­ci­no Oriente, co­sí de­scris­se il mo­nu­men­ta­le in­gres­so al tem­pio di Bac­co: «Si trat­ta for­se del piú ela­bo­ra­to ma­nu­fat­to – e il piú squi­si­ta­men­te cu­ra­to nei suoi det­ta­gli – di que­sto ge­ne­re in tut­to il mon­do. La ma­ti­ta può re­sti­tui­re solo una va­ga im­pres­sio­ne del­la sua bellezza».

Un fon­da­to­re sco­no­sciu­to

La sto­ria di Baalbek ( He­lio­po­lis) ini­zia ne­gli an­ni successivi al­la mor­te di Ales­san­dro Ma­gno (323 a.C.), quan­do la regione dell’al­ta Be­qaa divenne par­te dei ter­ri­to­ri del­la di­na­stia to­le­mai­ca. Un so­vra­no lo­ca­le, il cui no­me è ri­ma­sto sco­no­sciu­to, co­struí nel luogo dell’odier­na Baalbek la sua ca­pi­ta­le re­gio­na­le, dal no­me gre­co di He­lio­po­lis, la «cit­tà del so­le» (il to­po­ni­mo se­mi­ti­co Baalbek non è at­te­sta­to pri­ma de­gli ini­zi del V se­co­lo d.C., seb­be­ne non si pos­sa esclu­de­re una sua mag­gio­re an­ti­chi­tà). Nel 64 a.C. il luogo cadde sot­to il con­trol­lo di Ro­ma e, nel 15 a.C., la cit­tà divenne par­te del ter­ri­to­rio del­la Co­lo­nia Iu­lia Au­gu­sta Fe­lix Be­ry­tus (l’odier­na Bei­rut), con il com­pi­to di as­si­cu­ra­re l’or­di­ne nel­la nuo­va pro­vin­cia ro­ma­na di Si­ria Fe­ni­ce (in se­gui­to Baalbek

as­sur­se a sua vol­ta al ran­go di co­lo­nia, con il no­me di Co­lo­nia Iu­lia Au­gu­sta Fe­lix He­lio­po­lis). Ed è a que­sto pe­rio­do che si può far ri­sa­li­re l’ini­zio dei la­vo­ri di costruzione del com­ples­so, che si pro­tras­se­ro per ol­tre due se­co­li. Le fon­ti an­ti­che non ci of­fro­no mol­te in­for­ma­zio­ni sul­la sto­ria di Baalbek pri­ma dell’ar­ri­vo dei Romani, sal­vo la no­zio­ne che il luogo era sta­to il cen­tro di un cul­to de­di­ca­to al dio Baal-Ha­dad. Sca­vi ar­cheo­lo­gi­ci svol­ti­si a Baalbek ne­gli an­ni pre­ce­den­ti allo scop­pio

(se­gue a p. 127)

QUAN­DO LA MIS­SIO­NE AR­CHEO­LO­GI­CA GER­MA­NI­CA INI­ZIÒ LE ESPLO­RA­ZIO­NI A BAALBEK, TRA IL 1898 E IL 1905, OT­TO PU­CH­STEIN, UNO DE­GLI SCIEN­ZIA­TI CHE FE­CE PAR­TE DEL­LA SPE­DI­ZIO­NE, SO­STEN­NE CHE IL TEM­PIO ERA DE­DI­CA­TO AL DIO BAC­CO: LA DE­CO­RA­ZIO­NE SCUL­TO­REA DELL’AL­TA­RE, IN­FAT­TI, RAFFIGURAVA UNA PRO­CES­SIO­NE DIO­NI­SIA­CA, E IL MO­TI­VO DELL’UVA E DEL­LA VI­TE ERA PRE­SEN­TE OVUN­QUE SUL FRE­GIO DEL TEM­PIO

del­la guer­ra ci­vi­le, all’in­ter­no del gran­de cortile an­ti­stan­te il tem­pio di Giove Elio­po­li­ta­no han­no por­ta­to in lu­ce im­por­tan­ti trac­ce di età pre­ro­ma­na. Fon­da­zio­ni di case da­ta­bi­li all’età del Bron­zo Medio (1900-1600 a.C.) era­no po­ste al di so­pra di un li­vel­lo an­co­ra piú antico, ri­fe­ri­bi­le all’età del Bron­zo Antico (2900-2300 a.C.). Nel ter­re­no, a bre­ve di­stan­za dai re­sti di questi an­ti­chis­si­mi in­se­dia­men­ti, è sta­ta sco­per­ta una cre­pa na­tu­ra­le, pro­fon­da cir­ca 50 m, sul fon­do del­la qua­le si tro­va un pic­co­lo al­ta­re sca­va­to nel­la roc­cia. Si trat­ta di un luogo sa­cro di an­ti­chis­si­ma memoria che, in se­gui­to,ven­ne am­plia­to e mu­ni­to di un cortile re­cin­ta­to: que­sto nuo­vo san­tua­rio era de­di­ca­to al cul­to di Baal-Ha­dad, la di­vi­ni­tà se­mi­ti­ca del­la piog­gia e del­la tem­pe­sta. Pro­prio so­pra a que­sto an­ti­chis­si­mo luogo

sa­cro sor­se, in epo­ca ro­ma­na, il gi­gan­te­sco po­dio che an­co­ra og­gi sor­reg­ge i re­sti del gran­de tem­pio di Giove Elio­po­li­ta­no. Il te­mi­ne fe­ni­cio «Baal», cor­ri­spet­ti­vo dell’ebrai­co «Adon», si­gni­fi­ca sem­pli­ce­men­te «si­gno­re» ed è il no­me con il qua­le era de­si­gna­ta la di­vi­ni­tà ce­le­ste ado­ra­ta in tut­to il Vi­ci­no Oriente antico. Es­so è men­zio­na­to an­che nell’Antico Te­sta­men­to in cui si fa ri­fe­ri­men­to al cul­to di Baal, dif­fu­so­si dal­la cit­tà di Ti­ro an­che nel­la ter­ra di Israe­le, in se­gui­to a matrimoni sti­pu­la­ti tra le ca­sa­te rea­li dei due re­gni (I Li­bro dei Re 16,31-33; 18,19). Ha­dad, di­spen­sa­to­re di piog­ge o, se adi­ra­to, di sic­ci­tà e inon­da­zio­ni, era og­get­to di un cul­to del­la fer­ti­li­tà del­la ter­ra. I san­tua­ri eret­ti in suo ono­re era­no ovun­que.

Le statue nel­lo scri­gno

Luciano di Sa­mo­sa­ta (II se­co­lo d.C.) de­scri­ve il sa­cro scri­gno all’in­ter­no del tem­pio di He­lio­po­lis, la cit­tà sacra a sud di Kar­ke­mi­sh, nel­la Si­ria set­ten­trio­na­le, in cui si ve­ne­ra­va­no Ha­dad e la dea Atar­ga­tis: «Nel­lo scri­gno – scri­ve Luciano – so­no espo­ste le statue, una di es­se è He­ra (Atar­ga­tis), l’al­tra Zeus, an­che se vie­ne chia­ma­to con un no­me di­ver­so. En­tram­be le statue so­no d’oro, en­tram­be se­du­te. He­ra è ac­com­pa­gna­ta da leo­ni, Zeus è as­si­so su to­ri». Come dio ce­le­ste, Ha­dad fu poi iden­ti­fi­ca­to con il dio-so­le, as­su­men­do, nel mon­do gre­co-ro­ma­no, il ruo­lo di Zeus e Giove. Ad Am­bro­sio Teo­do­sio Ma­cro­bio, scrit­to­re la­ti­no del V se­co­lo d.C., dob­bia­mo l’uni­ca te­sti­mo­nian­za piú este­sa e di un qual­che ri­lie­vo a pro­po­si­to del dio che, se­con­do ap­pun­to Ma­cro­bio, era chia­ma­to Giove Elio­po­li­ta­no: «La sta­tua è d’oro – scri­ve – rap­pre­sen­ta una per­so­na sbar­ba­ta che nel­la sua de­stra tie­ne

una fru­sta, come un au­ri­ga, e nel­la sua si­ni­stra un ful­mi­ne». Ma­cro­bio nar­ra an­che del­le straor­di­na­rie do­ti di­vi­na­to­rie pro­prie del dio che ri­sie­de­va a Baalbek: in oc­ca­sio­ne di pub­bli­che ce­ri­mo­nie la sta­tua au­rea di Giove Elio­po­li­ta­no ve­ni­va espo­sta al­le mas­se con­ve­nu­te sull’acro­po­li. La fa­ma dell’ora­co­lo di Baalbek si dif­fu­se in tut­to l’impero. Quan­do Tra­ia­no at­tra­ver­sò la pro­vin­cia del­la Si­ria nel cor­so del­la cam­pa­gna mi­li­ta­re con­tro i Parti, i suoi com­pa­gni lo con­vin­se­ro a in­ter­ro­ga­re l’ora­co­lo cir­ca l’esi­to del­la spe­di­zio­ne.

La per­ga­me­na vuo­ta

Al­cu­ni mem­bri dell’am­bien­te in­tor­no all’imperatore non si fi­da­va­no dei sa­cer­do­ti del tem­pio e, per­tan­to, mi­se­ro al­la pro­va l’ora­co­lo: fecero in­via­re a Baalbek una per­ga­me­na si­gil­la­ta e la ri­chie­sta che al­la do­man­da in es­sa con­te­nu­ta fos­se ri­spo­sto. Nel­lo stupore ge­ne­ra­le, l’ora­co­lo ri­spo­se or­di­nan­do che gli ve­nis­se por­ta­ta una per­ga­me­na vuo­ta e che que­sta ve­nis­se si­gil­la­ta e rin­via­ta all’imperatore. Tra­ia­no ne ri­ma­se mol­to im­pres­sio­na­to, dal mo­men­to che an­che lui, come pro­va, ave­va in­via­to all’ora­co­lo una per­ga­me­na si­gil­la­ta ma… sen­za con­te­nu­to. Tra­ia­no in­viò su­bi­to un se­con­do mes­sag­gio all’ora­co­lo, chie­den­do que­sta vol­ta se egli sa­reb­be tor­na­to vi­vo a Ro­ma do­po la cam­pa­gna con­tro i Parti. L’ora­co­lo ri­spo­se in­vian­do all’imperatore il ba­sto­ne di un cen­tu­rio­ne, una del­le of­fer­te de­di­ca­to­rie del tem­pio, rot­to in piú pez­zi e av­vol­to in un pan­no. Il sinistro pre­sa­gio im­pres­sio­nò tutti e a buo­na ra­gio­ne: per quan­to Tra­ia­no riu­scí a con­qui­sta­re ra­pi­da­men­te l’Armenia e la Me­so­po­ta­mia set­ten­trio­na­le, rag­giun­gen­do co­sí il Gol­fo Per­si­co, nel 116 d.C. i Parti sfer­ra­ro­no un mi­ci­dia­le con­trat­tac­co. Po­co do­po l’imperatore si am­ma­lò gra­ve­men­te, ab­ban­do­nò la cam­pa­gna e tor­nò ver­so ca­sa. Mo­rí lun­go il per­cor­so a Se­li­nus, in Ci­li­cia, l’8 ago­sto del 117. Le sue ossa, come ave­va va­ti­ci­na­to l’ora­co­lo di Baalbek, fu­ro­no por­ta­te a Ro­ma. Pro­prio so­pra a que­sto luogo sa­cro i Romani co­strui­ro­no il gi­gan­te­sco po­dio che an­co­ra og­gi sor­reg­ge i re­sti del gran­de tem­pio di Giove Elio­po­li­ta­no.

In bas­so le ro­vi­ne di

Baalbek in un ac­que­rel­lo di Da­vid Ro­berts, rea­liz­za­to per l’ope­ra The Ho­ly Land, Sy­ria, Idu­mea, Ara­bia,

Egypt and Nu­bia, pub­bli­ca­ta a Lon­dra tra

il 1842 e il 1849.

PIC­CO­LA TOR­RE

TOR­RE QUA­DRA­TA

A de­stra ve­du­ta ae­rea de­gli edi­fi­ci

com­pre­si nel san­tua­rio di Giove

Elio­po­li­ta­no. LE A ZZ RE PI O L EG DN NA ATT R GRE

CORTILE ESA­GO­NA­LE 1. tem­pio di giove elio­po­li­ta­no Eret­to du­ran­te il I sec. d.C. sul luogo di un antico san­tua­rio se­mi­ti­co. Le sue di­men­sio­ni era­no enor­mi (90 x 50 m) e il suo pe­ri­me­tro era se­gna­to da 54 co­lon­ne di 20 m d’al­tez­za.

2. il tem­pio mi­no­re det­to «di bac­co» Co­strui­to ver­so la fi­ne del II sec. d.C., l’edi­fi­cio, an­ch’es­so di di­men­sio­ni gi­gan­te­sche, pre­sen­ta – sul­le pa­re­ti, sul sof­fit­to del­la cel­la e del pe­ri­sti­lio – una straor­di­na­ria de­co­ra­zio­ne scol­pi­ta.

3. pro­pi­lei En­tra­ta mo­nu­men­ta­le al San­tua­rio di Giove Elio­po­li­ta­no, com­ple­ta­ta all’ini­zio del III sec. d.C.

4. tem­piet­to det­to «di venere» In­nal­za­ta nel III sec. d.C., la gra­zio­sa costruzione sor­ge al di fuori del re­cin­to del san­tua­rio.

In al­to ve­du­ta del­la cit­tà con, in pri­mo pia­no, sul­la si­ni­stra, il tem­pio det­to «di Venere»: un edi­fi­cio cir­co­la­re de­di­ca­to al­la dea Fortuna di He­lio­po­lis. III sec. d.C. Nel­la pa­gi­na ac­can­to bron­zet­to raf­fi­gu­ran­te Giove Elio­po­li­ta­no, da Baalbek. Pro­du­zio­ne fe­ni­cia, I sec. d.C. Pa­ri­gi, Mu­seo del Lou­vre.

A de­stra te­sta di Sa­ti­ro a ri­lie­vo fa­cen­te par­te di una tra­bea­zio­ne, dal­la Gran­de Cor­te. II sec. d.C.

In bas­so il goc­cio­la­to­io in for­ma di te­sta di leone ( ve­di a p. 128) fa­cen­te par­te dell’ap­pa­ra­to or­na­men­ta­le del tem­pio di Giove.

In que­sta pa­gi­na tem­pio di Bac­co: il sof­fit­to cas­set­to­na­to del pe­ri­sti­lio, e, in bas­so, un par­ti­co­la­re del­la sua de­co­ra­zio­ne, con l’immagine di Igea, per­so­ni­fi­ca­zio­ne gre­ca del­la sa­lu­te, con­si­de­ra­ta come una fi­glia di Ascle­pio.

In al­to par­ti­co­la­re di un goc­cio­la­to­io in for­ma di te­sta di leone, in­se­ri­to nel­la de­co­ra­zio­ne che or­na­va il tem­pio di Giove ( ve­di an­che a p. 126, in bas­so), e, sul­la si­ni­stra, il tem­pio di Bac­co. Nel­la pa­gi­na ac­can­to l’en­tra­ta del tem­pio di Bac­co in una li­to­gra­fia ac­que­rel­la­ta di Da­vid Ro­berts. Vi si può ve­de­re la gran­de pie­tra cen­tra­le dell’ar­chi­tra­ve in pro­cin­to di crol­la­re e che, in epo­ca mo­der­na, è sta­ta nuo­va­men­te in­se­ri­ta al suo po­sto.

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