Il so­gno di Sir Arthur

SIA­MO NELL’ISOLA DI CRE­TA, AL­LE SO­GLIE DEL 1900: UN AR­CHEO­LO­GO IN­GLE­SE, PO­CO PIÚ CHE QUA­RAN­TEN­NE, AC­QUI­STÒ UNA COL­LI­NET­TA CHE AVE­VA GIÀ SU­SCI­TA­TO L’IN­TE­RES­SE DI UN AP­PAS­SIO­NA­TO LO­CA­LE E DEL­LO STES­SO HEIN­RI­CH SCHLIE­MANN. NES­SU­NO DI LO­RO, PE­RÒ, AVREB­BE POTU

Archeo Monografie - - Da Prima Pagina -

Un ma­re blu che di­vi­de due con­ti­nen­ti, e, al cen­tro, un’isola lon­ta­na, ma sca­lo ob­bli­ga­to di gran­di na­vi, in­si­dia­te nel lun­go viag­gio da on­de, ma­re­mo­ti e pirati. Nel cuo­re dell’isola un pa­laz­zo di mil­le stan­ze, uni­te e di­vi­se da per­cor­si in­tri­ca­ti, in cui vi­ve un mo­stro or­ren­do. Da mil­len­ni, la sto­ria è sem­pre la stes­sa: l’eroe vie­ne at­ti­ra­to da­gli even­ti e dal­la sua stes­sa na­tu­ra in que­sto no­do ine­stri­ca­bi­le. La crea­tu­ra in­na­tu­ra­le de­ve es­se­re uc­ci­sa, e si può far­lo solo con il cal­co­lo e l’astu­zia, pri­ma an­co­ra che con la for­za. Ma la lu­ci­da la­ma dell’ascia a dop­pio ta­glio dell’ar­cheo­lo­gia e dell’an­ti­ca re­li­gio­ne – la­brys, l’ar­ma che dà il no­me stes­so al la­bi­rin­to – ri­flet­te, al­la fi­ne, il vol­to at­ter­ri­to dell’eroe. È il mo­men­to del­la co­no­scen­za, e l’ar­ma ci ri­cor­da che uc­ci­de­re il mo­stro è an­che un po’ uc­ci­de­re noi stes­si. Vit­to­rio­so, l’eroe do­vrà ri­per­co­rer­re a ri­tro­so il suo cam­mi­no tor­tuo­so, ri­sor­ge­re al­la lu­ce del so­le e riac­qui­sta­re la pro­pria nor­ma­li­tà, che pe­rò non sa­rà mai piú la stes­sa, per­ché la­bi­rin­ti e crea­tu­re mo­struo­se sca­va­no nell’ani­ma sol­chi in­can­cel­la­bi­li, e il ve­ro «fi­lo di Arian­na» è una pi­sta di san­gue, do­lo­re e innocenza per­du­ta che sal­va, ma non re­di­me, e non po­trà mai es­se­re can­cel­la­ta. L’eroe pa­ga sem­pre per tutti, sem­pli­ce­men­te per­ché egli è tutti noi. È l’an­ti­chis­si­mo mi­to del la­bi­rin­to, ma è an­che la tra­ma dei mi­ti piú po­po­la­ri di og­gi, esplo­ra­ti dai ro­man­zie­ri del mi­ste­ro e dell’or­ro­re. Da Ome­ro a Ste­phen King: un per­cor­so let­te­ra­rio in­tri­ca­to e in­cer­to, e solo uno dei mol­ti la­bi­rin­ti di espe­rien­ze e idee che, nel­la sto­ria del Pa­laz­zo di Cnosso e del­la sua ri­sco­per­ta, si in­ca­stra­no gli uni ne­gli al­tri.

Agia­tez­za e ot­ti­mi stu­di

Il pic­co­lo Arthur Evans ave­va per­so la ma­dre Har­riet all’età di set­te an­ni, ma dal­la vi­ta era de­sti­na­to ad ave­re co­mun­que mol­to. Na­to nel 1851 a Na­sh Mills, nell’Hert­ford­shi­re (il cuo­re dell’In­ghil­ter­ra), era cre­sciu­to in un am­bien­te cul­tu­ral­men­te vi­va­ce: suo pa­dre John, ma­na­ger di una red­di­ti­zia car­tie­ra, era sta­to an­ti­qua­rio, geo­lo­go e nu­mi­sma­ti­co, co­no­sce­va il la­ti­no e ci­ta­va a memoria gli au­to­ri clas­si­ci. I pro­ven­ti dell’azien­da di fa­mi­glia avreb­be­ro pagato sen­za in­top­pi i ter­re­ni, gli sca­vi e le pub­bli­ca­zio­ni di Cnosso. Evans fre­quen­tò le mi­glio­ri scuo­le e un col­le­gio di Ox­ford, do­ve in­trec­ciò rap­por­ti con l’ari­sto­cra­zia in­gle­se che con­ta­va, pri­meg­gian­do in sto­ria mo­der­na e

A si­ni­stra pen­den­te au­reo in for­ma di ascia bi­pen­ne. XVII-XVI sec. a.C. Würz­burg, Mar­tin-von-Wa­gne­rMu­seum der Uni­ver­si­tät.

Il Prin­ci­pe dei Gi­gli. He­ra­klion, Mu­seo Ar­cheo­lo­gi­co.

L’af­fre­sco, pro­ve­nien­te dal Pa­laz­zo di Cnosso, fu ri­co­strui­to da Emi­le Gil­lié­ron (1850-1924), stret­to col­la­bo­ra­to­re di

Arthur Evans, sul­la ba­se di tre fram­men­ti ori­gi­na­li di in­to­na­co di­pin­to: il ca­po, il tron­co, e

la co­scia.

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