Phi­lip­pe Starck

A 66 an­ni e con la stes­sa vi­ta­li­tà dei suoi qua­ran­ta, quan­do ha rein­ven­ta­to il de­si­gn con­tem­po­ra­neo, Phi­lip­pe Starck (Pa­ri­gi, 1949) non è un designer, ma un ar­ti­sta al di fuori da ogni sche­ma. In­ven­to­re dei bar di de­si­gn e dei de­si­gn ho­tel, è ca­pa­ce di de

Casa & Design - - SOMMARIO - DI ANATXU ZABALBEASCOA

Phi­lip­pe Starck fin­ge di es­se­re stu­pi­do. È la tat­ti­ca di chi è mol­to in­tel­li­gen­te e ha ot­te­nu­to il mas­si­mo, ma che non vuo­le per­de­re il con­tat­to con nes­sun set­to­re del­la so­cie­tà. La so­lu­zio­ne? Ri­de­re di se stes­so. Par­lan­do de­gli al­to­par­lan­ti wi­re­less che ha crea­to per Par­rot, dice di con­dur­re una vi­ta da pazzi. “Mia mo­glie e io pren­dia­mo fi­no a tre ae­rei al gior­no. Per que­sto ho sem­pre tre ipod. Con la mu­si­ca si pos­so­no su­pe­ra­re mol­te cose”. Phi­lip­pe Starck rac­con­ta che la so­cie­tà di og­gi è schi­zo­fre­ni­ca e che solo i pro­dot­ti che ci por­ta­no a con­di­vi­de­re –come gli al­to­par­lan­ti che pre­sen­ta– han­no un fu­tu­ro. De­ter­mi­na­to a tro­va­re sem­pre la felicità nel­le cose, in­si­ste sul fat­to che l’uni­co fu­tu­ro pos­si­bi­le è quel­lo so­li­da­le. Poi in­vi­ta i gior­na­li­sti pre­sen­ti a por­gli le do­man­de: “Vo­le­te sa­pe­re come mai un vec­chio stu­pi­do come me ha una mo­glie tan­to stu­pen­da? La ri­spo­sta è che non ne ho la più pallida idea”. Dav­ve­ro pren­de co­sì tan­ti ae­rei in un solo gior­no? Sì. Ieri era­va­mo sul­la no­stra iso­let­ta, a Ve­ne­zia, e sta­not­te dormirò nel mio al­le­va­men­to di ostri­che, in un pic­co­lo cottage. Vi­via­mo sem­pre in mez­zo al nien­te. Lon­ta­ni. Sia­mo in­vi­si­bi­li. Ci mo­stria­mo sol­tan­to, come og­gi, per le pre­sen­ta­zio­ni dei miei pro­dot­ti. Come sop­por­ta­te una vi­ta del ge­ne­re? Cer­chia­mo di dimenticarla. Ja­smi­ne (la mo­glie) ed io ci di­ver­tia­mo in­sie­me. Sia­mo sem­pre so­li. Ma sia­mo abi­tua­ti e ci pia­ce es­ser­lo. Poi ab­bia­mo un ae­reo. Que­sto fa­ci­li­ta le cose. Quan­do una per­so­na viag­gia mol­to, è ovun­que. Quan­do è ovun­que, non si tro­va in nes­sun luogo. Se in­con­tra mol­te per­so­ne, in real­tà non ve­de nes­su­no. Ma per me que­sta si­tua­zio­ne è per­fet­ta. Ho una vi­ta vir­tua­le, da fan­ta­sma, e so­no ve­ro solo quan­do sto con mia mo­glie nell’al­le­va­men­to di ostri­che o sul­la no­stra isola ve­ne­zia­na. Quan­do Ja­smi­ne la­vo­ra, io cu­ci­no. (Do­man­do a Ja­smi­ne se an­che lei di­se­gna. Ri­spon­de che si oc­cu­pa del­la co­mu­ni­ca­zio­ne, “ma è mol­to di più. È il cer­vel­lo dell’im­pre­sa”, af­fer­ma Starck). Vent’an­ni fa parlava del fu­tu­ro come di un mi­cro­chip in­se­ri­to sot­to­pel­le. Ora ha cam­bia­to idea e l’eco­lo­gia è la sua prio­ri­tà? So­no trop­po stu­pi­do per cam­bia­re idea. Mi in­te­res­sa la mu­ta­zio­ne che è ini­zia­ta cir­ca 4 mi­liar­di di an­ni fa e che du­re­rà al­tri 4 mi­la an­ni, fin­ché il So­le non ci di­strug­ge­rà. Quin­di o fug­gia­mo, o ci pren­dia­mo cu­ra del pianeta. Che co­sa pensa del de­si­gn di og­gi? È il mi­glior de­si­gn per­ché ven­go­no pro­get­ta­ti pro­dot­ti sem­pre mi­glio­ri e di mi­no­ri di­men-

sio­ni. Pen­si ai com­pu­ter. I pri­mi era­no del­le stan­ze. Poi una gran­de valigia. So­no di­ven­ta­ti del­le va­li­get­te e ora han­no le di­men­sio­ni di un te­le­fo­no cel­lu­la­re. A bre­ve sa­ran­no come le car­te di cre­di­to e, al­la fi­ne, li in­se­ri­re­mo sot­to­pel­le. Non co­no­scia­mo il fu­tu­ro del de­si­gn, ma sap­pia­mo che, qualsiasi co­sa ven­ga crea­ta, de­ve es­se­re più pic­co­la. Io, come designer, ho un pia­no per il fu­tu­ro.. Mi rac­con­ti. Spa­ri­re. Le ri­vo­lu­zio­ni più im­por­tan­ti so­no sem­pre in­vi­si­bi­li. Que­sto è il mio obiet­ti­vo. In­di­vi­dua­re que­ste ri­vo­lu­zio­ni, cer­ca­re di com­pren­der­le. Una ri­vo­lu­zio­ne as­so­lu­ta è sta­ta la cau­sa del cam­bia­men­to da un mon­do sta­bi­le a un mon­do in­sta­bi­le. Le cose so­no pas­sa­te dal fun­zio­na­re in mo­do sta­bi­le al fun­zio­na­re no­no­stan­te –o a vol­te gra­zie– all’in­sta­bi­li­tà. Que­sto è ri­spon­de­re al mon­do in cui vi­via­mo, che è in­sta­bi­le. Un tem­po, un eco­si­ste­ma era un si­ste­ma sta­bi­le. Og­gi il mon­do non lo è più. Lei ha di­se­gna­to di tut­to: da­gli spaz­zo­li­ni da den­ti agli ae­rei. Pro­ven­go da una fa­mi­glia di avia­to­ri. Io stes­so so­no un pi­lo­ta. Ho di­se­gna­to ae­rei e, ov­via­men­te, ho pi­lo­ta­to. So­no an­che ca­du­to un pa­io di vol­te. Dav­ve­ro? Come è so­prav­vis­su­to? Con mol­ta fortuna. So­no in­fran­gi­bi­le. Suo pa­dre era un in­ge­gne­re ae­ro­nau­ti­co. Sì, ave­va una sua com­pa­gnia di ae­rei. Gli ae­rei Starck era­no i più ele­gan­ti fi­no al­la se­con­da guer­ra mon­dia­le. Poi scom­par­ve­ro. Ma ri­cor­do che quan­do mio pa­dre parlava de­gli ae­rei af­fer­ma­va che l’ele­gan­za era ciò che da­va sta­bi­li­tà. Og­gi è di­ver­so: un ae­reo sta­bi­le non è un buon ae­reo per­ché non per­met­te di rea­gi­re. Og­gi non esi­ste un’in­tel­li­gen­za ar­ti­fi­cia­le suf­fi­cien­te­men­te gran­de da con­trol­la­re le rea­zio­ni di un mon­do in­sta­bi­le come il no­stro. Stia­mo im­pa­ran­do a con­dur­re un mon­do in­sta­bi­le. E in que­sto mon­do, lei sce­glie l’eco­lo­gia. L’eco­lo­gia è la lot­ta fra il tem­po che im­pie­ghe­re­mo a di­strug­ge­re il pianeta e quel­lo di cui avre­mo bi­so­gno per im­pa­ra­re a pren­der­ce­ne cu­ra. È un pro­ble­ma enor­me, ma non è una novità. Tut­to ciò di cui sto par­lan­do l’ho scrit­to cir­ca quin­di­ci an­ni fa nel ca­ta­lo­go di al­cu­ni nuo­vi pro­dot­ti pen­sa­ti per un nuo­vo con­su­ma­to­re in un nuo­vo mer­ca­to mo­ra­le. Al­lo­ra mi ave­va­no pre­so per pazzo. Quin­di­ci an­ni fa ho crea­to i pri­mi pro­dot­ti bio­lo­gi­ci. Era proi­bi­to in Fran­cia: ab­bia­mo in­fran­to le leg­gi vi­gen­ti. Che co­sa le ha ri­sve­glia­to que­sta co­scien­za eco­lo­gi­ca? Sa­reb­be stra­no non pos­se­der­la. Ho man­gia­to ali­men­ti bio­lo­gi­ci per tut­ta la vi­ta. Quin­di­ci an­ni fa, quan­do le per­so­ne con­fon­de­va­no gli ali­men­ti bio­lo­gi­ci con l’es­se­re vegetariano, ho fon­da­to la mia im­pre­sa di pro­dot­ti bio. Non era nien­te di nuo­vo, e non lo è ora, ma l’urgenza odier­na tra­sfor­ma que­sto ti­po di vi­ta in una prio­ri­tà per­ché dob­bia­mo pren­de­re co­scien­za del­la sfi­da eco­lo­gi­ca. E que­sto è un be­ne e un ma­le. Per­ché è un ma­le? Quan­do tutti par­la­no di qual­co­sa, si tra­sfor­ma in un’eti­chet­ta che le per­so­ne usa­no, in­di­scri­mi­na­ta­men­te, per ven­de­re qualsiasi schi­fez­za. Ma ogni co­sa ha un la­to ne­ga­ti­vo e uno po­si­ti­vo. Quel­lo po­si­ti­vo è che ora esi­ste un mer­ca­to per l’eco­lo­gia. E quan­do esi­ste un mer­ca­to per qual­co­sa, ci so­no gli in­ve­sti­to­ri, e quan­do ci so­no gli in­ve­sti­to­ri ci so­no ri­cer­ca e in­du­stria. Que­sto si­gni­fi­ca che tut­to ciò che so­gna­vo quin­di­ci o vent’an­ni fa, ora è pos­si­bi­le far­lo. Ci so­no an­co­ra del­le oc­ca­sio­ni da co­glie­re con il de­si­gn? Do­ve c’è in­ven­ti­va esi­sto­no le op­por­tu­ni­tà. An­ni fa ho la­vo­ra­to a dei mu­li­ni, ma non puoi fa­re qual­co­sa se nes­su­no lo chie­de. Lei è l’eter­no pio­nie­re: dai bar di de­si­gn ai bou­ti­que ho­tel, pas­san­do per un cer­to mo­do di di­pin­ger­si, come un pa­gliac­cio, una fi­gu­ra che og­gi spo­po­la fra mol­ti designer... Ho in­ven­ta­to mol­te cose, è ve­ro. Ma non ho mai avu­to un pro­get­to di co­mu­ni­ca­zio­ne. Nem­me­no quan­do è sta­to il pri­mo a ri­trar­si come un pa­gliac­cio? Mai. Ve­de, ho ri­ce­vu­to un’ot­ti­ma edu­ca­zio­ne. Non sem­bra, ma ho stu­dia­to. Quan­do le per­so­ne mi pon­go­no del­le do­man­de, io ri­spon­do. Ja­smi­ne si oc­cu­pa del­le pub­bli­che re­la­zio­ni, e lo fa per­ché è mia mo­glie. Pri­ma nes­su­no lo fa­ce­va per me. Quan­do qual­cu­no mi chie­de­va un’intervista, per una buo­na ri­vi­sta, io ri­spon­de­vo. Se il gior­na­li­sta mi po­ne­va do­man­de in­tel­li­gen­ti, cer­ca­vo ri­spo­ste in­tel­li­gen­ti, se il fo­to­gra­fo cer­ca­va un bel­lo scat­to, in­dos­sa­vo un na­so da clo­wn, o qualsiasi al­tra co­sa, per­ché fos­se più di­ver­ten­te. Sen­za stra­te­gia? La no­stra civiltà è fon­da­ta sull’in­tel­li­gen­za. I pri­ma­ti man­gia­va­no er­ba, fin­ché un gior­no uno non ha chie­sto: “Per­ché man­gia­mo er­ba?” E un al­tro ha ri­spo­sto: “Non lo so”. E il pri­mo ha in­si­sti­to: “Lo sco­pri­rò”. Sin da quel pri­mo ani­ma­le in­tel­li­gen­te che si è po­sto del­le do­man­de, la civiltà è fon­da­ta sull’in­tel­li­gen­za. Einstein di­ce­va di aver avu­to un’in­tui­zio­ne, e di aver de­di­ca­to la sua vi­ta a cer­ca­re di pro­var­la. Qual è se­con­do lei il de­si­gn più in­tel­li­gen­te? Uno dei pro­dot­ti più in­tel­li­gen­ti del­la no­stra civiltà è il con­cet­to di amo­re. Sia­mo noi ad aver­lo in­ven­ta­to, per ca­so. Ma ab­bia­mo an­che crea­to al­tre cose mol­to cat­ti­ve, come il con­cet­to di Dio, mol­to sot­ti­le, ma ca­stran­te. Ab­bia­mo an­che in­ven­ta­to la poe­sia e lo hu­mour. L’iro­nia, per me, è il prin­ci­pa­le sin­to­mo di in­tel­li­gen­za. E si ri­flet­te sul de­si­gn? L’iro­nia per­met­te di re­la­ti­viz­za­re. E fa sì che il ci­clo del­la vi­ta ri­por­ti ad Einstein e al­la sua teo­ria del­la re­la­ti­vi­tà. Quan­do una per­so­na è ca­pa­ce di ri­de­re di tut­to, an­che con ci­ni­smo, que­sto si­gni­fi­ca che nul­la esi­ste. E que­sta è la ve­ri­tà fi­na­le. Ap­pun­to. Al­la fi­ne, tut­to sva­ni­sce. Io ho

Mia ma­dre e il suo aman­te pen­sa­va­no che fos­si gay. Mi iscris­se­ro ad ar­chi­tet­tu­ra. Per­ciò so­no un designer

sem­pre uti­liz­za­to gli stru­men­ti in mio pos­ses­so e for­ni­ti dai mez­zi di co­mu­ni­ca­zio­ne per met­ter­lo in chia­ro: al­la fi­ne non ri­ma­ne nien­te. Que­sto po­ne il pre­sen­te in pri­mo pia­no. Det­to ciò, lei vuo­le sa­pe­re se mi in­fa­sti­di­sce che mi si co­pi? Se mi ur­ta che qual­cu­no si fac­cia ri­trar­re con un na­so da clo­wn do­ra­to in­ve­ce che ros­so? Sem­pli­ce­men­te cre­do che man­chi di im­ma­gi­na­zio­ne. I suoi stes­si progetti nel cor­so de­gli an­ni han­no in­tra­pre­so un per­cor­so di sot­tra­zio­ne. Ri­dur­re all’es­sen­zia­le gli og­get­ti con­sen­te di pro­dur­re un pro­get­to di de­si­gn più one­sto? Un de­si­gn one­sto di­pen­de da ciò che bi­so­gna fa­re. Il mio pri­mo la­vo­ro fu una lam­pa­da, un tubo, po­co più. Non ave­vo bi­so­gno d’al­tro. Ma vi so­no al­tri progetti con obiet­ti­vi dif­fe­ren­ti. E quin­di ne­ces­si­ta­no di qual­co­sa in più del mi­ni­mo in­di­spen­sa­bi­le. Come stra­te­gia, per esem­pio, per di­mo­stra­re che il mi­ni­ma­li­smo non è una ve­ri­tà, ma una mo­da, si ha bi­so­gno di una pal­lot­to­la ca­ri­ca di de­si­gn. Per fa­re un ho­tel, per esem­pio, è evi­den­te che si ha bi­so­gno di più: con­fort, uma­ni­tà. La sot­tra­zio­ne di­pen­de dall’obiet­ti­vo fi­na­le. Il mio uni­co sti­le è la libertà. Que­sto è un ter­mi­ne mu­te­vo­le. È am­pio, e io non so­no in­tel­li­gen­te. So­no il più in­tui­ti­vo, il più ra­pi­do com­pu­ter bio­lo­gi­co del mon­do, ma non so­no una per­so­na in­tel­li­gen­te. Con­fon­do le let­te­re dell’al­fa­be­to e a vol­te sba­glio le mol­ti­pli­ca­zio­ni. Non le è an­da­ta af­fat­to ma­le per non es­se­re in­tel­li­gen­te... Sic­co­me non so­no in­tel­li­gen­te, non so men­ti­re. Non so im­bro­glia­re. Non mi pia­ce per­de­re tem­po in in­tri­ghi. Per que­sto cer­co di fa­re di­se­gni nel mo­do più one­sto pos­si­bi­le: per pura co­mo­di­tà. Più si è vec­chi, più si ha po­te­re e mag­gio­ri so­no le pos­si­bi­li­tà di es­se­re one­sti. Non si può chie­de­re a qual­cu­no in dif­fi­col­tà, af­fa­ma­to o sen­za ca­sa, di es­se­re one­sto. Non de­ve es­ser­lo. An­che quan­do si è gio­va­ni. Un gio­va­ne de­ve so­prav­vi­ve­re. Ma se con­ti­nua ad es­se­re di­so­ne­sto quan­do non è più in gio­co la sua so­prav­vi­ven­za eco­no­mi­ca, al­lo­ra lo è per dav­ve­ro. Ora ho la pos­si­bi­li­tà di es­se­re one­sto. Quin­di af­fer­ma di non es­se­re sta­to one­sto quan­do era gio­va­ne? So­no sem­pre sta­to mol­to one­sto, a se­con­da del con­te­sto in cui ho agi­to. Guar­di il mio la­vo­ro e lo con­fron­ti con quel­lo di qual­cun al­tro... Una vol­ta al me­se tra­scor­re­vo una gior­na­ta con Ste­ve Jobs. Era un ge­nio. Parlava po­co, ma ra­gio­na­va mol­to. Quan­do af­fer­ma­va qual­co­sa, era ge­nia­le. Un gior­no, per qual­che mo­ti­vo, gli ho chie­sto di tro­va­re una pa­ro­la per de­fi­ni­re il no­stro rap­por­to. Lui mi ha ri­spo­sto: “One­sto”. Ave­va ra­gio­ne. Og­gi l’obiet­ti­vo dei designer de­ve es­se­re l’one­stà. Per­ché è l’op­po­sto del ve­le­no che uc­ci­de la no­stra so­cie­tà, che è l’avi­di­tà. La so­cie­tà at­tua­le è un enor­me mar­chin­ge­gno che crea bra­ma di suc­ces­so. Dob­bia­mo vincere que­sto ve­le­no e di­strug­ger­lo. Che co­sa cre­de che ab­bia pen­sa­to suo pa­dre ve­den­do­la pro­get­ta­re ae­rei, quan­do a lui co­sta­va mol­to pro­dur­li? Mio pa­dre non di­se­gna­va solo ae­rei. Pri­ma di stu­dia­re in­ge­gne­ria e pri­ma di de­di­car­si all’in­du­stria ae­ro­nau­ti­ca, mio pa­dre fu un in­ven­to­re. In­ven­tò, per esem­pio, il mec­ca­ni­smo dei ros­set­ti. Quin­di... ...quin­di lei è un in­ven­to­re per via del suo DNA. Cre­do che mio pa­dre ri­co­no­sce­reb­be nei miei la­vo­ri ele­gan­za e in­tel­li­gen­za, e che af­fer­me­reb­be che sia­no me­ri­to suo. Avreb­be ra­gio­ne. Ma cre­do an­che che si ver­go­gne­reb­be del ri­sul­ta­to. Come dice? Ho ere­di­ta­to da lui l’am­bi­zio­ne. An­che que­sta de­ri­va dal mio DNA. E ho gran­di aspet­ta­ti­ve da me stes­so. Guar­dan­do­mi ora, che co­sa so­no? Glie­lo de­vo pro­prio di­re? È di tut­to: crea ae­rei in Sviz­ze­ra e bar­che in Olan­da, pro­dot­ti bio­lo­gi­ci in Bel­gio e ho­tel in tut­to il mon­do. Mio pa­dre sa­reb­be de­lu­so da me, come lo so­no io. Lei lo è? Ov­via­men­te sì. “È mol­to esi­gen­te” (in­ter­vie­ne la mo­glie, in­ten­ta a la­vo­ra­re a un ta­vo­lo vi­ci­no al no­stro). I suoi fi­gli han­no ere­di­ta­to la sua in­ven­ti­va? Ho fat­to tut­to il pos­si­bi­le per­ché non fos­se co­sì. De­si­de­ro es­se­re un buon pa­dre. Quan­do me ne an­drò, fa­rò come gli zin­ga­ri: di­strug­ge­rò l’im­pre­sa per as­si­cu­rar­mi che non vi­va­no di es­sa. Cre­do che sia un be­ne che i fi­gli ere­di­ti­no l’ener­gia, ma non un pro­get­to di vi­ta. Ma lei par­la spes­so del­le ore tra­scor­se di­se­gnan­do sot­to al ta­vo­lo da la­vo­ro di suo pa­dre... Sì, ma non ho ere­di­ta­to la sua azien­da. I miei fi­gli han­no ere­di­ta­to la mia ener­gia. E un di­ver­so pun­to di vi­sta. Ho una fi­glia che crea cose par­ti­co­la­ri nel mon­do del­la pro­du­zio­ne mu­si­ca­le. E un fi­glio di quat­tor­di­ci an­ni che par­la, sen­za co­no­scer­la, ma sem­bra un esper­to, di ma­te­ma­ti­ca quan­ti­sti­ca, e cre­do che ab­bia ere­di­ta­to il mio spi­ri­to. Ai fi­gli bi­so­gna tra­smet­te­re dei va­lo­ri, non qual­co­sa di ma­te­ria­le. Chi ere­di­ta dei be­ni ma­te­ria­li, ere­di­ta mer­da. Per­ché ha ini­zia­to a di­se­gna­re? Quan­do ero ado­le­scen­te ero un ra­gaz­zo mol­to so­li­ta­rio, più di adesso; ave­vo po­chi amici. Non usci­vo, tra­scor­re­vo le mie gior­na­te chiu­so nel­la mia stan­za. Dor­mi­vo per ter­ra. Non de­si­de­ra­vo nul­la. Solo pen­sa­re. Mia ma­dre ini­ziò a di­spe­rar­si. In quel pe­rio­do, ave­va un aman­te. Un gior­no lui ven­ne a ca­sa no­stra e li sen­tii par­la­re di me nell’an­ti­ca­me­ra. Mia ma­dre gli dis­se che non sa­pe­va che co­sa fa­re con me. Lui le ri­spo­se che pro­ba­bil­men­te ero gay e che avrei do­vu­to stu­dia­re ar­chi­tet­tu­ra di in­ter­ni per­ché i gay era­no bra­vi in que­sto am­bi­to. Mia ma­dre lo ascol­tò e gli do­man­dò se co­no­sce­va una scuo­la per designer gay. Mi

I miei fi­gli non ere­di­te­ran­no il mio stu­dio. Lascio lo­ro la mia ener­gia. Chi ere­di­ta solo be­ni ma­te­ria­li, , ri­ce­ve mer­da.

chie­se se avrei vo­lu­to di­ven­ta­re un ar­chi­tet­to di in­ter­ni. Le ri­spo­si che non sapevo che co­sa vo­les­se di­re. Mi iscris­se in un’ac­ca­de­mia. E ci an­dai. En­tran­do, sul­la pa­re­te, vi­di un di­se­gno su car­ta da lu­ci­do che mi col­pì. Mi sem­brò l’ot­ta­va me­ra­vi­glia. Ri­ma­si po­co in ac­ca­de­mia, non so­no gay e non so­no un bravo designer di in­ter­ni, ma quel pro­get­to... An­co­ra og­gi di­se­gno su car­ta da lu­ci­do. Quin­di so­no un designer per­ché lo ha vo­lu­to mia ma­dre. Come tutti. Sua ma­dre è vi­va? Sì. Ha visto ciò che creo ed è or­go­glio­sa di me. Si ri­tie­ne un designer li­be­ro? L’uni­co sti­le che se­guo è quel­lo di cer­ca­re di es­se­re li­be­ro in ogni mo­men­to: per di­re ciò che pen­so, per an­da­re do­ve de­si­de­ro, per la­vo­ra­re, per smet­te­re di far­lo, per sce­glie­re i miei progetti. E la mia com­pa­gna. Come si ge­sti­sce tan­ta libertà? Ho mol­to ri­spet­to per le cose, ma non ri­spet­to tutti i si­ste­mi. Il no­stro più gran­de obiet­ti­vo, come es­se­ri uma­ni, de­ve es­se­re cer­ca­re di ri­ma­ne­re liberi. Non sia­mo una gran­de azien­da, ma dor­mia­mo son­ni tran­quil­li per­ché sia­mo one­sti. Cre­dia­mo in ciò che fac­cia­mo e le per­so­ne han­no fi­du­cia in noi. Qual è la sua idea di ca­sa, per lei che vi­ve su­gli ae­rei? Qualsiasi luogo al mon­do do­ve puoi sta­re con le per­so­ne che ami. Come so­no le sue case? Mi im­por­ta po­co. Ve­ra­men­te. Quan­do ho po­tu­to sce­glie­re ho pre­fe­ri­to vi­ve­re iso­la­to, in mez­zo al nul­la, in un luogo sem­pli­ce. Non è un aman­te del­la cit­tà? As­so­lu­ta­men­te no. Non so­prav­vi­vo in cit­tà. Il no­stro ap­par­ta­men­to a Pa­ri­gi è ad un pia­no mol­to al­to, per evi­ta­re di ve­de­re la cit­tà: ve­dia­mo solo il cie­lo. Io amo il fan­go. Il fan­go? Sì. Per que­sto ab­bia­mo un’isola nel­la la­gu­na ve­ne­zia­na, vi­ci­no a Mu­ra­no. Per­ciò sta­not­te an­dia­mo nel no­stro al­le­va­men­to di ostri­che. Domani la­vo­re­re­mo con i pe­sca­to­ri no­stri amici. Per me è la vi­ta idea­le. La pel­le nel fan­go e la te­sta fra le nu­vo­le: l’uni­co mo­do per la­vo­ra­re. Nien­te ma­le per uno che non si ri­tie­ne in­tel­li­gen­te. Am­mi­ro mol­to le per­so­ne che han­no del­le idee for­ti. Ma io non so­no co­sì. So­no un designer per via del­la di­spe­ra­zio­ne di mia ma­dre. E non so­no chic: amo il fan­go. n

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