UN GE­NO­VE­SE NEL MON­DO

Ha ri­ce­vu­to il Pre­mio Pritz­ker pri­ma di Nor­man Fo­ster e di Ri­chard Ro­gers, amici e del­la stes­sa ge­ne­ra­zio­ne. Ren­zo Pia­no (Ge­no­va, 1937) non ha sa­pu­to re­si­ste­re a nes­su­na ti­po­lo­gia ar­chi­tet­to­ni­ca. Con uno stu­dio bi­ce­fa­lo, fra Ge­no­va e Pa­ri­gi, e con pro­gett

Casa & Design - - Intervista -

Dal­la pro­get­ta­zio­ne nel­la nuo­va Ber­li­no –con la di­scus­sa Po­tsda­mer Pla­tz– fi­no all’aeroporto di Osa­ka, co­strui­to sul ma­re, pas­san­do per lo sto­ri­co Pom­pi­dou (rea­liz­za­to con Ri­chard Ro­gers), la se­de di Hermès a To­kyo o il grat­ta­cie­lo del The New York Ti­mes a Ma­n­hat­tan, l’am­bi­to di azio­ne di Ren­zo Pia­no è uni­ver­sa­le. Che co­sa ha im­pa­ra­to do­po qua­si qua­rant’an­ni dal­la costruzione del Cen­tre Pom­pi­dou? Si im­pa­ra fa­cen­do, si im­pa­ra qual­co­sa di nuo­vo con ogni pro­get­to. Quan­do co­struim­mo il Pom­pi­dou sa­pe­va­mo mol­to del­le ri­vol­te stu­den­te­sche, ma, fi­no ad al­lo­ra, ave­vo la­vo­ra­to fon­da­men­tal­men­te a edi­fi­ci tem­po­ra­nei. De­vo es­se­re one­sto. Quan­do ab­bia­mo rea­liz­za­to que­sto edi­fi­cio che sem­bra una mac­chi­na, con tu­bi e co­lo­ri, Ri­chard (Ro­gers) ave­va fat­to po­co più del­la ca­sa dei pro­pri ge­ni­to­ri a Wimbledon e io non ave­vo co­strui­to nes­sun edi­fi­cio che fos­se du­ra­to più di sei me­si. In quel mo­men­to la mia os­ses­sio­ne era al­leg­ge­ri­re l’ar­chi­tet­tu­ra, to­glier­le pe­so e con­fe­rir­le fles­si­bi­li­tà. Non mi pre­oc­cu­pa­va­no mol­to aspetti come la so­ste­ni­bi­li­tà. Che aves­si 33 an­ni quan­do ho fir­ma­to il Pom­pi­dou non si­gni­fi­ca pe­rò che fos­si in­sen­si­bi­le. Sem­pli­ce­men­te si­gni­fi­ca che le pre­oc­cu­pa­zio­ni era­no al­tre.

Do­po­tut­to, so­no ge­no­ve­se. E Ge­no­va è una cit­tà me­di­ter­ra­nea e so­ste­ni­bi­le. Il mot­to del­la mia cit­tà è che lì tut­to si riu­ti­liz­za. Es­se­re ge­no­ve­se l’ha re­sa un ar­chi­tet­to più so­ste­ni­bi­le? Si può na­sce­re in un po­sto adat­to o ina­dat­to all’es­se­re so­ste­ni­bi­li? La so­ste­ni­bi­li­tà og­gi è, in­ne­ga­bil­men­te e so­prat­tut­to, una dram­ma­ti­ca urgenza. Ma, come qua­si tut­to, è an­che una questione di edu­ca­zio­ne. Una questione culturale, vo­len­do. Le cul­tu­re orien­ta­li riu­ti­liz­za­no per tra­di­zio­ne qua­si tut­ta la ma­te­ria. La tra­sfor­ma­no. Ma an­che la cultura me­di­ter­ra­nea. E in ge­ne­ra­le qua­si tut­te le cul­tu­re agri­co­le. Tra­di­zio­nal­men­te tut­to il mon­do ri­ci­cla­va. Dal­la ri­vo­lu­zio­ne in­du­stria­le in poi ogni ge­ne­ra­zio­ne ha ini­zia­to a ri­ci­cla­re me­no di quel­la pre­ce­den­te. Fi­no a og­gi, quan­do ci toc­ca ricordare quan­to è ne­ces­sa­rio ri­ci­cla­re. Det­to que­sto, io cre­do di aver avu­to dei van­tag­gi nel com­pren­de­re que­sta ne­ces­si­tà. La mia fa­mi­glia non era ric­ca. Mio pa­dre era un co­strut­to­re, ma non un gran­de co­strut­to­re, ave­va una pic­co­la azien­da. E mia ma­dre, ca­sa­lin­ga, era quel ti­po di per­so­na che va a spe­gne­re le lu­ci in tut­te le stan­ze. An­che io lo fac­cio. An­che mia mo­glie, che è mol­to più gio­va­ne di me ed è a sua vol­ta ge­no­ve­se, lo fa. Lo fa­ce­va già pri­ma di co­no­scer­mi. Al­la fi­ne la so­ste­ni­bi­li­tà do­vreb­be es­se­re una questione di abi­tu­di­ni, di buo­ne abi­tu­di­ni. Le man­ca un marchio ar­chi­tet­to­ni­co. La sua ope­ra è un com­pen­dio eclettico di ti­po­lo­gie e for­me. Ha scel­to di non la­scia­re se­gni? Io non de­si­de­ro che i miei edi­fi­ci mi ri­trag­ga­no. Vo­glio che il mio la­vo­ro ri­spon­da al­le ne­ces­si­tà dell’ar­chi­tet­tu­ra, che so­no quel­le del­le per­so­ne. In real­tà, ciò che i miei edi­fi­ci ri­por­ta­no so­no le mie pre­oc­cu­pa­zio­ni. E que­sto cri­te­rio ha fi­ni­to per evol­ve­re. Sia per­ché so­no ar­ri­va­to all’ar­chi­tet­tu­ra do­po aver ac­com­pa­gna­to mio pa­dre nei so­pral­luo­ghi, sia per­ché la mia pre­oc­cu­pa­zio­ne era di so­li­to prag­ma­ti­ca, ver­so la so­lu­zio­ne di pro­ble­mi, ho sem­pre ama­to la leg­ge­rez­za, e a que­sto so­no ispi­ra­ti mol­ti dei miei edi­fi­ci. Pen­so che quan­do ci si sen­te be­ne si ab­bia que­sta sen­sa­zio­ne di leg­ge­rez­za. Per­ciò mi pre­me­va riu­sci­re a ot­te­ner­la an­che nell’ar­chi­tet­tu­ra. Que­sto og­gi le in­te­res­sa me­no? Che co­sa è cam­bia­to? Ri­chard Ro­gers ed io ab­bia­mo pen­sa­to al Cen­tre Pom­pi­dou come a una mac­chi­na, af­fin­ché la gente non si sen­tis­se in­ti­mi­di­ta dall’ar­te. Vo­le­va­mo por­ta­re le per­so­ne al mu­seo, e che il mu­seo non le in­ti­mi­dis­se come se fos­se un mau­so­leo. Per­ciò ab­bia­mo cir­con­da­to di tu­bi, di pro­gres­so e di mo­der­ni­tà un luogo adi­bi­to a bi­blio­te­ca, me­dia­te­ca e cen­tro d’ar­te. Poi, an­ni do­po, ho co­strui­to un cen­tro culturale in Nuo­va Ca­le­do­nia che ha l’aspet­to di un bosco, o di un ce­sto. L’in­ten­zio­ne era la stes­sa: av­vi­ci­na­re la gente. Ma luogo e tem­po era­no di­ver­si. L’ar­chi­tet­tu­ra de­ve av­vi­ci­nar­si al­le ne­ces­si­tà del­le per­so­ne. Mol­te del­le sue ope­re so­no musei. Un ar­chi­tet­to è come un pe­sca­to­re. Get­ta l’amo e non si sa mai che co­sa fi­ni­rà per pescare. Pro­fes­sio­nal­men­te. la mia fa­ma è par­ti­ta dai musei. Do­po aver vin­to il con­cor­so per il Pom­pi­dou mi han­no in­vi­ta­to a par­te­ci­pa­re ad al­tri con­cor­si. Ne ha fat­ti di ogni ti­po: per col­le­zio­ni pri­va­te come la Me­nil Collection in Te­xas o la Beyeler Foun­da­tion di Ba­si­lea, per fi­gu­re iso­la­te come il Klee Zen­trum di Ber­na o la Fon­da­zio­ne Emi­lio e An­na­bian­ca Ve­do­va di Ve­ne­zia. Ne­gli ul­ti­mi an­ni, poi, ha am­plia­to cen­tri em­ble­ma­ti­ci come il Mu­seo di Atlanta, co­strui­to da Ri­chard Meier, o l’art In­sti­tu­te di Chi­ca­go, e il pri­mo mag­gio 2015 ha aper­to la nuo­va se­de del mi­ti­co Whit­ney Mu­seum di New York, la cui se­de sto­ri­ca è sta­ta pro­get­ta­ta da Mar­cel Breuer. So­no con­vin­to che un buon edi­fi­cio sia come un fer­ti­liz­zan­te per la cit­tà: la migliora. E un mu­seo par­te da que­sta pre­mes­sa

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.