Ales­san­dro Men­di­ni

La cri­si dell’avan­guar­dia e l’in­di­ge­stio­ne di di­se­gno astrat­to non so­no no­vi­tà per Ales­san­dro Men­di­ni. È sta­to uno dei fon­da­to­ri del grup­po Mem­phis, un col­let­ti­vo di crea­ti­vi ita­lia­ni che han­no scel­to il se­gno for­te, i co­lo­ri e an­che il ki­tsch per ar­ri­var

Casa & Design - - Sommario - DI IRE­NE CON­CA

Tan­to ti­mi­do quan­to co­rag­gio­so, Ales­san­dro Men­di­ni (Mi­la­no, 1931) ha de­di­ca­to tut­ta la sua vi­ta a da­re più im­por­tan­za all’espres­si­vi­tà che al­la fun­zio­ne. “La fun­zio­ne chia­ve è la re­la­zio­ne per­so­na­le che sta­bi­lia­mo con le co­se. L’uso ar­ri­va do­po”, af­fer­ma. Par­ten­do da que­sta con­vin­zio­ne, non stu­pi­sce che sia­no più di 30 an­ni che la­vo­ra per Ales­si. “Que­sto mar­chio è en­tra­to nel­la me­tà del­le abi­ta­zio­ni del mon­do. Il suo è un per­cor­so fon­da­to su­gli af­fet­ti per­so­na­li”. Ed è sta­to que­sto te­ma ad af­fa­sci­na­re l’ar­chi­tet­to da quan­do ne­gli an­ni Set­tan­ta ab­ban­do­nò il suo stu­dio di ar­chi­tet­tu­ra e, per un de­cen­nio, di­ven­tò gior­na­li­sta, di­ri­gen­do poi le ri­vi­ste Ca­sa­bel­la, Do­mus e Mo­do. Le pas­sio­ni di Men­di­ni ri­sul­ta­ro­no chia­re nel 1978, quan­do chia­mò un’im­men­sa pol­tro­na di­vi­sio­ni­sta con il no­me dell’ado­ra­to Mar­cel Proust. A

“LA CA­SA DE­VE ES­SE­RE UN LUO­GO PER SO­GNA­RE, PIE­NO DI OG­GET­TI E IN CO­STAN­TE TRA­SFOR­MA­ZIO­NE”

que­sta pol­tro­na si de­ve il de­col­lo del de­si­gn post­mo­der­no, quel­lo che ri­tor­nò al­la sto­ria per re­cu­pe­ra­re la per­so­na­li­tà e l’espres­si­vi­tà che la mo­der­ni­tà ave­va per­so. A que­sto mo­vi­men­to al­la fi­ne del 2011 il Vic­to­ria & Al­bert Mu­seum di Lon­dra ha de­di­ca­to una gran­de re­tro­spet­ti­va dal ti­to­lo Post­mo­der­ni­sm: Style and Sub­ver­sion 1970-1990.

Da quan­do, nel 1989, ha crea­to lo stu­dio ate­lier Men­di­ni con il fra­tel­lo Fran­ce­sco, a sua vol­ta ar­chi­tet­to, di ot­to an­ni più gio­va­ne, i Men­di­ni crea­no oro­lo­gi per Swat­ch, buo­na par­te dei pro­dot­ti Ales­si e an­che col­le­zio­ni dei mo­sai­ci Bi­saz­za. È sta­to at­tra­ver­so que­sta azien­da che Men­di­ni è di­ven­ta­to un pre­cur­so­re del de­si­gn art, il de­si­gn in ven­di­ta nel­le gal­le­rie. Il de­si­gn si è tra­sfor­ma­to nel bu­si­ness del de­cen­nio? Le fie­re di Ba­si­lea e Mia­mi han­no me­sco­la­to ar­te e de­si­gn crean­do un bu­si­ness. Per que­sto mo­ti­vo il de­si­gn ar­ti­sti­co non con­si­ste più nel ten­ta­ti­vo di un de­si­gner di far­si pub­bli­ci­tà. I pre­cur­so­ri di que­sto fe­no­me­no so­no Gilbert&geor­ge, ma i de­si­gner di og­gi non vo­glio­no crea­re sen­za fa­re af­fa­ri. Io pre­fe­ri­sco fa­re per im­pa­ra­re. Per in­ve­sti­ga­re. Spe­ri­men­ta­re è fon­da­men­ta­le? Ho sem­pre det­to di non sa­pe­re cu­ci­na­re, pe­rò so me­sco­la­re ot­ti­me ma­te­rie pri­me. So di­stin­gue­re gli in­gre­dien­ti. Ac­qua e pa­ne so­no fon­da­men­ta­li. Nes­su­na moda può igno­rar­lo. I suoi la­vo­ri so­no pu­re mi­sce­le? Ar­chi­tet­tu­ra, de­si­gn, pit­tu­ra... La mia stra­te­gia è ot­te­ne­re un’im­ma­gi­ne ge­ne­ra­le a par­ti­re da mol­te pic­co­le co­se. L’uma­ni- tà è co­sì. Se le per­so­ne so­no in­te­res­san­ti, l’uma­ni­tà è in­te­res­san­te. Il di­vi­sio­ni­smo di­mo­stra il va­lo­re del­la fra­gi­li­tà. Que­sto mi in­te­res­sa, per­ché ciò che cer­co è la co­mu­ni­ca­zio­ne del­le idee. A par­ti­re dai fram­men­ti si può crea­re qual­co­sa di nuo­vo? Per fa­re qual­co­sa so­no ne­ces­sa­rie più ma­ni. Io di­se­gno e ho del­le idee. Ma è mio fra­tel­lo Fran­ce­sco a se­gui­re mol­ti pro­get­ti. Co­me per­so­na so fa­re po­co. Per­ciò uti­liz­zo gli og­get­ti per co­mu­ni­ca­re, e i miei og­get­ti si tra­sfor­ma­no in per­so­nag­gi buo­ni o cat­ti­vi. Que­sto ge­ne­ra emo­zio­ni e di­ver­ti­men­to, e ras­se­re­na, per­ché il mon­do è mol­to vio­len­to. So­no un pes­si­mi­sta, ma cre­do che il mio do­ve­re sia tra­smet­te­re ot­ti­mi­smo. Le ca­se de­vo­no por­ta­re al di­ver­ti­men­to? Le ca­se del­le per­so­ne non so­no mai le ca­se in cui le per­so­ne vi­vo­no. So­no le ca­se do­ve han­no vis­su­to, in cui pia­ce­reb­be lo­ro vi­ve­re, quel­le che non avran­no mai. Cre­do che la ca­sa non sia uno spa­zio fi­si­co, ma men­ta­le. Per­ciò il mio la­vo­ro si ba­sa sul dub­bio, sul­la co­scien­za del non sa­pe­re. Que­sto, chia­ra­men­te, è un gio­co pe­ri­co­lo­so. La sua ca­sa è ri­fu­gio o luo­go di eva­sio­ne? Io so­no un so­li­ta­rio. Ho bi­so­gno di sta­re so­lo. So­no an­che ti­mi­do e la­vo­ra­to­re. Quin­di il mio idea­le è re­sta­re a ca­sa o la­vo­ra­re in stu­dio. Da qui la mia ne­ces­si­tà che le ca­se non sia­no ca­ver­ne. Ve­do la ca­sa co­me un luo­go per so­gna­re. E i luo­ghi per so­gna­re non so­no ca­se vuo­te. So­no abi­ta­zio­ni in con­ti­nua tra­sfor­ma­zio­ne. [L’ar­chi­tet­to af­fer­ma che l’uni­co og­get­to sem­pli­ce che ha co­strui­to so­no i ta­vo­li del suo stu­dio, in le­gno mas­sel­lo, sem­pre

“CHE GLI OG­GET­TI SI TRA­SFOR­MI­NO IN PER­SO­NAG­GI CREA EMO­ZIO­NI. QUE­STO, IN UN MON­DO VIO­LEN­TO, RAS­SE­RE­NA”

ca­ri­chi di og­get­ti e fo­gli. Tut­to nel­lo stu­dio è pie­no di mo­del­li, ma­te­ria­li, ri­vi­ste e li­bri aper­ti al­la pa­gi­na in cui Men­di­ni, il fra­tel­lo Fran­ce­sco o una qual­sia­si del­le quin­di­ci per­so­ne che la­vo­ra­no con lo­ro ha tro­va­to un’idea] Ha bi­so­gno di cir­con­dar­si di og­get­ti per crear­ne al­tri? Sta­bi­li­sco un dia­lo­go con la me­mo­ria e con la psi­co­lo­gia del­le co­se. Ana­liz­zo, in­tui­ti­va­men­te, ciò che mi fa pro­va­re af­fet­to. Quan­do ha im­pa­ra­to a cer­ca­re emo­zio­ni nel­le co­se? Da bam­bi­no. I miei zii ave­va­no una col­le­zio­ne di ar­te con­tem­po­ra­nea: di fron­te ai qua­dri di De Chi­ri­co ho im­pa­ra­to a guar­da­re e a ve­de­re le co­se in mo­do dif­fe­ren­te. Suo fra­tel­lo è di­ven­ta­to ar­chi­tet­to se­guen­do i suoi pas­si. Una del­le sue fi­glie ha ere­di­ta­to que­sta vo­ca­zio­ne? Non esat­ta­men­te, ma una è pit­tri­ce. I suoi di­se­gni so­no al­le­gri, ma han­no un’aria tri­ste. De­si­de­ra­no in­vo­glia­re al gio­co, ma san­no che la vi­ta va pre­sa sul se­rio. Gio­ca con i suoi ni­po­ti? Io non so gio­ca­re. Ma i miei og­get­ti piac­cio­no ai bam­bi­ni. Con i bam­bi­ni bi­so­gna sa­per par­la­re. An­che se i miei ni­po­ti... Og­gi i bam­bi­ni han­no po­co tem­po. Stan­no per­den­do il gu­sto del­la pa­ro­la. Quan­do ca­pi­sce che un og­get­to sa­prà par­la­re al­la gen­te? Lo spa­zio men­ta­le è pri­va­to. Si pen­sa sol­tan­to, ma le for­me pos­so­no a vol­te far cam­bia­re idea e co­mu­ni­car­la. È que­sto che cer­co. Per­ciò trasformo gli og­get­ti in per­so­nag­gi. I suoi per­so­nag­gi so­no rea­li o a vol­te li in­ven­ta? Uno, chia­ma­to An­na G, dà il no­me a un ca­va­tap­pi di Ales­si. Esi­ste nel­la real­tà una An­na G? È una de­si­gner e so­mi­glia al ca­va­tap­pi. Ho ama­to que­sta don­na. Che co­sa ha pro­va­to quan­do la post­mo­der­ni­tà è sta­ta su­pe­ra­ta e si è ini­zia­to a met­ter­ne in di­scus­sio­ne l’ere­di­tà? La post­mo­der­ni­tà mi ha in­te­res­sa­to non co­me sti­le, ma co­me me­to­do: val­go­no più le par­ti del tut­to. Di­men­ti­ca­re il sen­so de­ter­mi­ni­sta del pro­get­to mi af­fa­sci­na. Il de­si­gn di og­gi di­pen­de trop­po dall’in­no­va­zio­ne tec­ni­ca, dai ma­te­ria­li e dal­le for­me ela­bo­ra­te. La tec­ni­ca co­me obiet­ti­vo è un er­ro­re. Fa sva­ni­re l’uma­ni­tà del­le co­se, e que­sto è pe­ri­co­lo­so. Suc­ce­de lo stes­so nell’ar­chi­tet­tu­ra. Og­gi si può fa­re tut­to, ma que­sto non ren­de gli ar­chi­tet­ti de­gli scul­to­ri. Con­ti­nua a esi­ste­re un de­si­gn ita­lia­no o sia­mo pas­sa­ti al de­si­gn glo­ba­le? Il de­si­gn og­gi toc­ca due estre­mi. Sem­bra glo­ba­le. Ma è an­che mol­to per­so­na­le. Io cre­do nell’in­di­vi­duo, nel DNA. Non so fa­re mol­te co­se e so­no ita­lia­no. So­prat­tut­to so­no mi­la­ne­se. Il de­si­gn spa­gno­lo è spa­gno­lo; quel­lo da­ne­se, da­ne­se. An­che quel­lo bel­ga è bel­ga. Si fon­da­no su de­ter­mi­na­te cul­tu­re, tra­di­zio­ni, ma­te­ria­li e in­du­stria. Per esem­pio, i cel­lu­la­ri li san­no di­se­gna­re be­ne so­lo i co­rea­ni. In Ita­lia non sia­mo ca­pa­ci. Che co­sa di­se­gna­no be­ne gli ita­lia­ni? I di­va­ni li san­no di­se­gna­re i mi­la­ne­si. So­lo Vi­co Ma­gi­stret­ti, Ma­rio Bel­li­ni e Pa­tri­cia Ur­quio­la –che in real­tà è co­me se fos­se di Mi­la­no– san­no di­se­gna­re un buon di­va­no. Che un di­va­no sia co­mo­do non è la co­sa più im­por­tan­te? È più im­por­tan­te a do­ve ti por­te­rà que­sto di­va­no. Im­por­ta co­me tra­sfor­ma la tua ca­sa o la tua vi­ta quo­ti­dia­na. Che co­sa chie­de a un og­get­to? Amo ciò che du­ra a lun­go. Ciò che re­sta. An­che se... re­sta­re a lun­go fa an­che un po’ pau­ra.

“LA TEC­NI­CA CO­ME OBIET­TI­VO È UN ER­RO­RE, OG­GI SI PUÒ FA­RE TUT­TO, MA QUE­STO NON REN­DE TUT­TI GLI AR­CHI­TET­TI DE­GLI SCUL­TO­RI”

Al­la ri­cer­ca del­lo sti­le per­du­to. Il post­mo­der­ni­smo in­car­na­to da Men­di­ni è una rea­zio­ne al­la ri­gi­di­tà del­la fun­zio­ne del de­si­gn mo­der­no. Si­ni­stra, te­sta gi­gan­te nel­la fon­da­zio­ne Car­tier di Pa­ri­gi (2002). So­pra que­ste ri­ghe, sca­la del Fo­rum Ome­gna (1996).

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