Un’in­fan­zia ma­gi­ca con die­ci non­ni

«Ca­pii in pri­ma ele­men­ta­re che la mia fa­mi­glia era di­ver­sa», di­ce Fa­bio Ge­no­ve­si. «L’ani­ma di una per­so­na è la sua sto­ria da rac­con­ta­re». «Il ca­so mi ha re­so scrit­to­re»

Chi - - Vino -

Il ma­re por­ta for­tu­na a Fa­bio Ge­no­ve­si, na­to e re­si­den­te a For­te dei Mar­mi. Nel 2015 gli ha fat­to vin­ce­re lo Stre­ga Giovani con Chi man­da le on­de, ora gli pro­met­te gran­di sod­di­sfa­zio­ni con Il ma­re do­ve non si toc­ca (Mon­da­do­ri, pagg. 318, E 19,00), la sto­ria di Fa­bio, l’uni­co bim­bo di una gran­de fa­mi­glia do­ve vie­ne coc­co­la­to da die­ci non­ni. Do­man­da. Com’è na­to que­sto li­bro? Ri­spo­sta. «So­no partito dal­le mie gior­na­te di ra­gaz­zi­no con­te­so da tan­ti adul­ti e le ho pa­ra­go­na­te al vis­su­to dei ra­gaz­zi d’og­gi, co­sì pie­ni di co­se da fa­re “fuo­ri” dal­la fa­mi­glia». D. Poe­ti­co e astu­to in­sie­me? R. «Ma con una one­stà di fon­do. Fa­bio mi so­mi­glia, an­che se a vol­te ho ar­ric­chi­to i ri­cor­di con pic­co­le fan­ta­sie». D. Nel li­bro Fa­bio ha die­ci non­ni... R. «An­che io ave­vo die­ci non­ni: era­no fra­tel­li del non­no e for­ma­va­no una ban­da di adul­ti fuo­ri dal co­mu­ne. Ho ca­pi­to che era­va­mo stra­ni quan­do so­no ar­ri­va­to a scuo­la e mi so­no tro­va­to in mez­zo ad al­tri bam­bi­ni. Io sa­pe­vo tut­to di cac­cia e pe­sca, i miei com­pa­gni gio­ca­va­no a mosca cie­ca». D. Fa­bio com­pe­ra un ma­nua­le nuo­vo al mer­ca­to ogni set­ti­ma­na... R. «An­co­ra og­gi ho la ca­sa pie­na di ma­nua­li. Scel­go i te­mi a ca­so per­ché so­no con­vin­to che il ca­so sap­pia sem­pre che co­sa ci ser­ve». D. C’è un pas­sag­gio in cui si leg­ge: “L’ani­ma di ogni per­so­na è la sua sto­ria da rac­con­ta­re”. Ci cre­de dav­ve­ro? R. «So­no di­ven­ta­to scrit­to­re pro­prio per sal­va­re le sto­rie che mi han­no col­pi­to». D. Fa­bio ama leg­ge­re ad al­ta vo­ce: e lei? R. «Pu­re io. L’ul­ti­ma let­tu­ra di un mio li­bro la fac­cio ad al­ta vo­ce per ca­pi­re be­ne il te­sto». D. Nel­la sua car­rie­ra di pic­co­lo let­to­re Fa­bio ha una cu­rio­sa av­ven­tu­ra... R. «Fi­ni­sce in una ca­sa di ri­po­so e per la ver­go­gna tra­sfor­ma o sal­ta cer­ti pas­sag­gi sen­ti­men­ta­li. A me è suc­ces­so qual­co­sa del ge­ne­re, con ri­sul­ta­ti esi­la­ran­ti, men­tre fa­ce­vo il ser­vi­zio ci­vi­le». D. Com’è di­ven­ta­to scrit­to­re? R. «Ho man­da­to per quin­di­ci an­ni i miei scrit­ti a va­ri edi­to­ri sen­za al­cun ri­scon­tro. Per vi­ve­re ho fat­to l’aiu­to ba­gni­no, il ca­me­rie­re, il giardiniere. Poi ho pub­bli­ca­to un ro­man­zo con Tran­seu­ro­pa, una ca­sa edi­tri­ce pic­co­la, ma pre­sti­gio­sa. Ce n’era­no in gi­ro po­che co­pie, ma una fi­nì a Giu­lia Ichi­no, che al­lo­ra era una edi­tor di Mon­da­do­ri e mi con­tat­tò chie­den­do se ave­vo al­tro nel cas­set­to. Co­me ve­de, il ca­so sa il fat­to suo».

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