REICH

PULSE, QUARTET

Classic Voice - - RECENSIONI - CARLO MA­RIA CEL­LA

In­ter­na­tio­nal Con­tem­po­ra­ry,

EN­SEM­BLE Co­lin Cur­rie Group

CD No­ne­su­ch 7559-79324-3

17,50

PREZ­ZO

★★

So­spet­te­re­sti uno scam­bio di ti­to­li. Pulse, il pri­mo dei due pez­zi di Ste­ve Reich ul­ti­ma ma­nie­ra, non pul­sa. Da­ta­to 2015, re­gi­stra­to qui nel mag­gio 2017 a New York, Pulse è scrit­to per due vio­li­ni, due vio­le, due flau­ti, due cla­ri­net­ti, pia­no­for­te e bas­so; for­se so­lo per que­sta pre­va­len­za di ar­chi, il Reich che sen­tia­mo è stra­na­men­te li­ri­co e quie­to, sen­za il pi­glio ner­vo­so de­gli esor­di fi­no al­la “sum­ma” di Mu­sic for 18 Mu­si­cians del 1976, che com­bi­nò con sa­pien­za e leg­ge­rez­za tan­te spe­ri­men­ta­zio­ni sul tem­po con­dot­te dai pri­mi Ses­san­ta ai pri­mi Settanta. Pulse ha un mo­vi­men­to am­pio e si­nuo­so che si al­lar­ga su mo­du­li se­mi­me­lo­di­ci qua­si “can­ta­ti” dai quattro ar­chi e quattro fia­ti. An­che le di­na­mi­che non sfo­ra­no il mez­zo­for­te, e nel pez­zo, in uni­co re­spi­ro, c’è un che di con­tem­pla­ti­vo. Qual­co­sa, sot­to, pul­sa, ed è il bas­so (elet­tri­co) rad­dop­pia­to dal pia­no­for­te, che pun­teg­gia con re­go­la­ri­tà una ba­se a ca­no­ne su cui il “gros­so” dell’or­ga­ni­co è al­la fi­ne in­dot­to a muo­ver­si in tem­pi più stret­ti. Ma l’ele­men­to rit­mi­co è in se­con­do pia­no. Al con­tra­rio, Quartet (2013), che ti aspet­te­re­sti su no­te lun­ghe, è l’op­po­sto. Qui tut­to è pul­sa­zio­ne, an­che per l’evi­den­za d’es­se­re scrit­to per due pia­no­for­ti e due vi­bra­fo­ni: il mae­stro più ri­go­ro­so e geo­me­tri­co del co­sid­det­to mi­ni­ma­li­smo ha sem­pre tro­va­to la ri­spo­sta più pre­ci­sa al suo pen­sie­ro ne­gli stru­men­ti a in­to­na­zio­ne fis­sa, ma­ni com­pre­se (Clap­ping Mu­sic, 1973). Nei suoi tre mo­vi­men­ti da Con­cer­to vi­val­dia­no - Ve­lo­ce, Len­to, Ve­lo­ce - Quartet ri­spet­ta le at­te­se e ha lo scat­to che cer­chia­mo in Ste­ve Reich co­me un ri­fles­so au­to­ma­ti­co. Ma par­lia­mo co­mun­que del Reich ul­ti­ma ma­nie­ra, che le spe­ri­men­ta­zio­ni le ha di­sciol­te in un lin­guag­gio che non la­vo­ra più ver­so la di­la­ta­zio­ne o la de­sta­bi­liz­za­zio­ne del tem­po, ma “nel” tem­po. Sor­pre­se non ce ne so­no.

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