GE­LI­DO È IL CLI­MA, ME­TA­FI­SI­CA L’AT­MO­SFE­RA OVAT­TA­TA DAL­LA NE­VE.

Conde Nast Traveller (Italy) - - THE TREKKING -

GDall’al­ba al tra­mon­to, nel pae­sag­gio mon­tuo­so del Nord dell’iso­la di Hon­shu, lo Zai­do dà ini­zio al nuo­vo an­no, con una ri­tua­li­tà an­ti­ca che va a ri­sve­glia­re gli ar­che­ti­pi più sa­cri, in­se­ri­ti in una sor­ta di at­ti tea­tra­li che rit­ma­no il gior­no con pre­ghie­re, can­ti e dan­ze. Un ri­to che ha re­si­sti­to per se­co­li a bat­ta­glie e gran­di guer­re, ma che nul­la può con­tro cer­te ag­gres­sio­ni dei no­stri tem­pi. “Che sia un an­no su una ter­ra in pa­ce, di buo­ni rac­col­ti e di buo­na sa­lu­te”. Da 1.300 an­ni è que­sta la ri­chie­sta ri­vol­ta agli dei con pre­ghie­re e dan­ze, ogni 2 gen­na­io, nel­la pre­fet­tu­ra di Aki­ta, nel Nord dell’iso­la di Hon­shu. Il ri­to è quel­lo del­lo Zai­do, una ver­sio­ne lo­ca­le del Dai­ni­chi­do Bu­ga­ku ri­sa­len­te al 718, quan­do, su edit­to dell’im­pe­ra­tri­ce Gen­sho, fu ri­co­strui­to qui il tem­pio di Dai­ni­chi­do, ad Ha­chi­man­tai. Un in­ca­ri­co spi­ri­tual­men­te mol­to im­pe­gna­ti­vo, da­to che, per i bud­di­sti, le ter­re che lo han­no in do­ta­zio­ne fan­no da te­st per i re­vi­so­ri del pia­ne­ta man­da­ti dal­le di­vi­ni­tà. For­te­men­te ra­di­ca­to nell’im­ma­gi­na­rio lo­ca­le, lo Zai­do ri­chie­de of­fi­cian­ti adul­ti e bam­bi­ni che, dall’al­ba al tra­mon­to, com­pio­no no­ve dan­ze sa­cre, ac­com­pa­gna­te da una se­rie di pre­ghie­re per pro­pi­zia­re il nuo­vo an­no. Per pre­pa­rar­si al ri­to, i dan­za­to­ri se­guo­no una se­ve­ra pras­si di pu­ri­fi­ca­zio­ne (la Sho­jin­kes­sai) che può du­ra­re an­che 48 gior­ni, du­ran­te i qua­li per­do­no il pro­prio no­me per as­su­me­re quel­lo di No­shu. Un No­shu de­ve sot­to­sta­re a pre­ci­se li­mi­ta­zio­ni, co­me l’aste­ner­si da car­ne, al­co­li­ci e ses­so, o co­me il di­vie­to d’ospi­ta­re na­sci­te in ca­sa pro­pria. Una pra­ti­ca di vi­ta mol­to se­ve­ra che ren­de i dan­za­to­ri sa­cri sem­pre più ra­ri. E cer­to, per la mes­sa in sce­na del­le espres­sio­ni cul­tua­li, non aiu­ta nep­pu­re il crol­lo del­le na­sci­te da cui è af­flit­to il Giap­po­ne: or­mai è im­pro­bo re­pe­ri­re pic­co­li in­ter­pre­ti, i qua­li, ol­tre a es­se­re in po­chi, so­no sem­pre me­no di­spo­sti a pa­ti­re il fred­do che la ce­le­bra­zio­ne com­por­ta. Un al­tro col­po è sta­to in­fer­to al ri­to dal­la mor­te im­prov­vi­sa dell’ultimo cu­sto­de di al­cu­ni ver­si se­gre­ti, an­da­to­se­ne sen­za ave­re avu­to mo­do di tra­man­dar­li. Al­la fi­ne, ciò che ri­ma­ne del­lo Zai­do è un ra­re­fat­to, in­can­te­vo­le in­vo­lu­cro di mo­ven­ze e suo­ni che cer­ca­no di riem­pi­re il vuo­to di for­mu­le po­ten­ti, mai più pro­nun­cia­te. Che si so­stie­ne co­me può. In real­tà lo Zai­do sta sva­nen­do co­sì, un pez­zet­ti­no al­la vol­ta, an­no do­po an­no. For­se, quel­le di que­sto ser­vi­zio so­no tra le ul­ti­me sue im­ma­gi­ni, at­te a fis­sa­re nel­la me­mo­ria fram­men­ti di pu­ro in­can­to, mo­men­ti di pa­thos e di poe­sia scan­di­ti in no­me del­la pa­ce, del­la pro­spe­ri­tà e del­la bel­lez­za.

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