Di­co sì al «cor­no» sul lun­go­ma­re

Con­qui­sta­ti dal pop an­glo­sas­so­ne non sap­pia­mo più nien­te del no­stro fol­klo­re

Corriere del Mezzogiorno (Campania) - - Da Prima Pagina - Di Eduar­do Ci­ce­lyn

La fac­cen­da del cor­no si è pro­fi­la­ta all’oriz­zon­te di via Ca­rac­cio­lo co­me una mi­nac­cio­sa nu­be esti­va che av­vol­ge­rà di po­le­mi­che il pros­si­mo Na­ta­le cit­ta­di­no. Gli in­tel­let­tua­li han­no tuo­na­to e la tem­pe­sta è or­mai an­nun­cia­ta. Sa­reb­be un pec­ca­to. Io so­no a fa­vo­re del cor­no.

E vor­rei spie­ga­re la mia po­si­zio­ne, che non è contro gli uo­mi­ni di cul­tu­ra fir­ma­ta­ri dell’ap­pel­lo an­ti­cor­no, mol­ti dei qua­li sti­mo in­con­di­zio­na­ta­men­te. In­nan­zi­tut­to, la que­stio­ne ico­ni­ca. Poi­ché sia­mo sta­ti con­qui­sta­ti dal pop di ma­tri­ce an­glo­sas­so­ne e ame­ri­ca­na non sap­pia­mo più nien­te del no­stro fol­klo­re e, ri­nun­cian­do all’ideo­lo­gia in fa­vo­re di astra­zio­ni con­cet­tua­li glo­ba­liz­za­te, non riu­scia­mo più a par­la­re la no­stra lin­gua e a ca­pir­ci tra di noi e con il re­sto del mon­do. Dun­que, di­fen­do per prin­ci­pio l’idea del cor­no. Tut­ta­via, con­si­de­ra­to il pas­so fal­so del­la gi­gan­te­sca ci­ne­se­ria na­ta­li­zia con cui l’an­no scor­so fu ad­dob­ba­to il lun­go­ma­re, una cer­ta cau­te­la ap­pa­re ne­ces­sa­ria. Quel che il Co­mu­ne e i suoi co­ri­fei, pseu­do e an­tin­tel­let­tua­li, do­vreb­be­ro ca­pi­re è che non ba­sta no­mi­na­re il po­po­lo per­ché il po­po­lo si ma­ni­fe­sti. E non è det­to che le tra­di­zio­ni po­po­la­ri ab­bia­no sen­so e va­lo­re so­lo per­ché po­po­la­ri. Usi, co­stu­mi, lin­guag­gio, im­ma­gi­ni nel mon­do con­tem­po­ra­neo, a qual­sia­si la­ti­tu­di­ne, so­no or­mai astra­zio­ni, com­ple­ta­men­te avul­se dal­la real­tà. Nel­la vi­ta quo­ti­dia­na, nel­le stra­de del­le cit­tà di tut­to il mon­do, noi non in­con­tria­mo mai le tra­di­zio­ni po­po­la­ri ma so­lo ibri­di, re­per­ti ma­te­ria­li e im­ma­te­ria­li di sto­rie che si so­no con­fu­se, di im­ma­gi­na­ri che si so­no me­sco­la­ti, di vi­sio­ni che si so­no al­te­ra­te. Na­po­li ha le sue, ma non può cre­de­re che sia­no più au­ten­ti­che del­le al­tre. Nien­te del­le tra­di­zio­ni è og­gi au­ten­ti­co, sem­pli­ce­men­te per­ché al mon­do d’og­gi man­ca­no la con­ce­zio­ne e la per­ce­zio­ne dell’au­ten­ti­co e dell’ori­gi­na­le. Si può in­ve­ce di­re che, al pa­ri di po­chi al­tri, Na­po­li è un luo­go geo­gra­fi­co do­ta­to di un’im­ma­gi­ne e di un no­me co­strui­ti su opi­nio­ni cul­tu­ra­li dif­fu­se e con­di­vi­se nel tem­po. Per quan­to il rac­con­to cam­bi, sem­pre oscil­lan­do tra il be­ne e il ma­le, il da­to sa­lien­te di Na­po­li è che cir­co­la­no nel mon­do mol­te sue rap­pre­sen­ta­zio­ni evo­ca­ti­ve e co­sì ef­fi­ca­ci da aver crea­to un co­di­ce iden­ti­ta­rio dal qua­le non sem­bra po­trà mai con­ge­dar­si. Nel­la mo­stra di Schal­ler che inau­gu­ro og­gi nel­la mia gal­le­ria non a ca­so il cor­no è un og­get­to for­te e pre­sen­te. E, si scu­si il gio­co di pa­ro­le, l’ab­bia­mo de­ci­so sen­za scor­no. La mo­stra dal ti­to­lo escla­ma­ti­vo «Ve­di Na­po­li» si pro­po­ne in­fat­ti di met­te­re in ope­ra i lin­guag­gi del­la con­tem­po­ra­nei­tà per ana­liz­za­re la re­to­ri­ca del­la Na­po­li più ste­reo­ti­pa­ta. Lo sco­po non è quel­lo di di­sar­ti­co­la­re e de­co­strui­re se­gni ri­don­dan­ti e si­gni­fi­ca­ti or­mai ac­cla­ra­ti, par­teg­gian­do per im­ma­gi­ni e idee nuo­ve, in­so­li­te, ma­ga­ri più ve­re. L’ipo­te­si è che quan­to più i mes­sag­gi vei­co­la­ti dal­le im­ma­gi­ni si ri­pe­to­no, in­si­sto­no e ri­suo­na­no nel­lo spazio cir­co­scrit­to di se- quen­ze pre­fis­sa­te, tan­to più il lin­guag­gio in uso agi­sce in mo­do este­ti­co, ri­ta­glian­do, pre­ci­san­do, de­fi­nen­do, e al­la fi­ne se­pa­ran­do­si dal sen­so che do­vreb­be in­ter­pre­ta­re per in­se­gui­re l’au­to­no­mia e una cer­ta ar­ro­gan­za ti­pi­che di ogni for­ma d’ar­te.

La po­ten­za del­lo ste­reo­ti­po — e quel­lo na­po­le­ta­no è tra i me­glio riu­sci­ti — è nel pro­dur­re e mo­stra­re dif­fe­ren­ze ve­ri­fi­ca­bi­li che si ri­pe­to­no e non iden­ti­tà com­ples­se che si con­fer­ma­no. Co­sì fun­zio­na an­che il lin­guag­gio dell’ar­te con­tem­po­ra­nea, quan­do usa co­me spes­so fa le co­se più co­mu­ni e scon­ta­te per sug­ge­ri­re di­ver­si­tà che ap­pa­io­no per con­tra­sto sia ve­re che fal­se. Se poi il co­di­ce che fis­sa gli ste­reo­ti­pi con­fe­ri­sce al­le ba­na­li­tà di cui è por­ta­to­re il dub­bio che al­la fi­ne tut­to sia trop­po fal­so per es­se­re ve­ro e vi­ce­ver­sa, qual­co­sa si rom­pe nel mec­ca­ni­smo. E al­lo­ra an­che le im­ma­gi­ni con­sue­te, trite e ri­tri­te di Na­po­li ri­splen­do­no di lu­ce nuo­va, co­me ef­fet­ti di lin­guag­gio mol­to più mo­der­ni di quan­to non sem­bri. In­som­ma, il bel­lo di Na­po­li è nel­la sua eter­na na­tu­ra este­ti­ca, né ve­ra né fal­sa, sem­pre con­tem­po­ra­nea. La do­man­da per de Ma­gi­stris e per i suoi se­gua­ci al­lo­ra sa­rà que­sta: il cor­no del lun­go­ma­re ha qual­co­sa di nuo­vo da mo­stra­re?

Mat­thias Schal­ler

Il suo cor­no nel­la mo­stra «Ve­di Na­po­li» da og­gi al­la gal­le­ria Ca­saMa­dre

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