Ca­ro­fi­glio: «Jazz e nu­me­ri nel mio ul­ti­mo li­bro»

Il nuo­vo ro­man­zo del­lo scrit­to­re ba­re­se: un pa­dre e un fi­glio che si ri­tro­va­no a Marsiglia

Corriere del Mezzogiorno (Puglia) - - Da Prima Pagina - Di Mad­da­le­na Tu­lan­ti

«Que­sto li­bro e i suoi per­so­nag­gi (uno esclu­so) so­no frut­to di fin­zio­ne nar­ra­ti­va. La sto­ria si ispi­ra pe­rò a fat­ti real­men­te ac­ca­du­ti». E’ la no­ta di Gian­ri­co Ca­ro­fi­glio al suo nuo­vo ro­man­zo da og­gi in li­bre­ria, Le tre del mat­ti­no, pub­bli­ca­to da Ei­nau­di. Ca­ro­fi­gio rac­con­ta: è sto­ria ve­ra ac­ca­du­ta nel­la cit­tà di cui si nar­ra, Marsiglia.

«Que­sto li­bro e i suoi per­so­nag­gi (uno esclu­so) so­no frut­to di fin­zio­ne nar­ra­ti­va. La sto­ria si ispi­ra pe­rò a fat­ti real­men­te ac­ca­du­ti. Rin­gra­zio chi me li ha rac­con­ta­ti».

E’ la no­ta di Gian­ri­co Ca­ro­fi­glio al suo nuo­vo ro­man­zo da og­gi in li­bre­ria, Le tre del mat­ti­no, pub­bli­ca­to da Ei­nau­di.

Quin­di hai rac­con­ta­to una sto­ria ve­ra?

«Sì, i fat­ti so­no real­men­te ac­ca­du­ti, per­fi­no la cit­tà è la stes­sa in cui es­si si so­no svol­ti, Marsiglia. Mi è sta­ta rac­con­ta­ta da uno dei pro­ta­go­ni­sti an­ni fa a una ce­na e mi è par­sa tal­men­te straor­di­na­ria che ho chie­sto al­la per­so­na che me la rac­con­ta­va se po­te­vo usar­la un gior­no o l’al­tro per far­ne un rac­con­to. Il per­mes­so mi è sta­to ac­cor­da­to e l’an­no scor­so nel fa­re la pro­gram­ma­zio­ne del 2017 l’ho proposta al­la ca­sa edi­tri­ce. Che ha rea­gi­to con il mio stes­so en­tu­sia­smo ed ec­co­ci qua».

Il per­so­nag­gio ve­ro è l’io nar­ran­te, An­to­nio, il qua­le, di­ven­ta­to uo­mo adul­to, ri­cor­da con strug­gen­te te­ne­rez­za un epi­so­dio av­ve­nu­to 33 an­ni pri­ma, quan­do non era nem­me­no di­ciot­ten­ne, va­le a di­re il mo­men­to in cui ha po­tu­to ri­sco­pri­re il pa­dre che se ne era an­da­to di ca­sa quan­do lui era bam­bi­no. Com­pli­ce un viag­gio del­la spe­ran­za a Marsiglia, pa­dre e fi­glio so­no co­stret­ti a sta­re in­sie­me due gior­ni e due not­ti sen­za mai dor­mi­re per ve­ri­fi­ca­re se l’epi­les­sia idio­pa­ti­ca di cui il ra­gaz­zo sof­fre da quan­do era pic­co­lo sia sta­ta ve­ra­men­te de­bel­la­ta do­po le cu­re che ha se­gui­to nei precedenti tre an­ni. De­ve fa­re in­som­ma una «pro­va da sca­te­na­men­to», co­me vie­ne chia­ma­ta in ter­mi­ne tec­ni­co, pra­ti­ca psi­chia­tri­ca tal­men­te vio­len­ta da es­se­re sta­ta in se­gui­to vie­ta­ta dai pro­to­col­li. E che con­si­ste nel co­strin­ge­re il pa­zien­te a sot­to­por­si a un enor­me stress pri­van­do­lo di son­no per due not­ti, sen­za far­ma­ci cu­ra­ti­vi e so­lo con l’aiu­to di pil­lo­le che lo aiu­ti­no a ri­ma­ne­re sve­glio, pro­ba­bil­men­te an­fe­ta­mi­ne. E’ l’ini­zio dell’av­ven­tu­ra per il gio­va­ne uo­mo e il suo ge­ni­to­re.

Par­tia­mo dal ti­to­lo: ri­chia­ma una fra­se fa­mo­sa del­lo scrit­to­re ame­ri­ca­no di Fran­cis Scott Fi­tz­ge­rald trat­to dal ro­man­zo «L’età del jazz»: «nel­la ve­ra not­te buia dell’ani­ma so­no sem­pre le tre del mat­ti­no».

«E’ ve­ro, ma il si­gni­fi­ca­to è ro­ve­scia­to, al con­tra­rio che in Fi­tz­ge­rald le tre del mat­ti­no dei no­stri per­so­nag­gi sta­vol­ta por­ta­no lu­ce, non buio».

Per il pa­dre è una sor­ta con­fes­sio­ne, per fi­glio è la sco­per­ta del pa­dre…

«L’in­con­tro è im­por­tan­te per tut­te e due. Ognu­no dei due sco­pre l’al­tro. Il te­ma più im­por­tan­te del ro­man­zo pe­rò è la que­stio­ne del ta­len­to. So­lo in que­sta co­sì stra­na cir­co­stan­za il pa­dre ca­pi­sce che il fi­glio ha il suo stes­so ta­len­to, una straor­di­na­ria men­te ma­te­ma­ti­ca, che il ra­gaz­zo ha te­nu­to at­tu­ti­to e ane­ste­tiz­za­to quan­do i ge­ni­to­ri si so­no se­pa­ra­ti, qua­si co­me una sor­ta di ri­bel­lio­ne nei con­fron­ti del pa­dre. Men­tre il fi­glio in­ve­ce sco­pre le fra­gi­li­tà e le pau­re del pa­dre. Ve­ra­men­te si spec­chia­no l’uno nell’al­tro».

Quan­to c’en­tra la tua espe­rien­za di ge­ni­to­re?

«C’en­tra mol­tis­si­mo e non c’en­tra nul­la. Non c’ è di­men­sio­ne au­to­bio­gra­fi­ca, ma c’è si­cu­ra­men­te un’au­to­bio­gra­fia del­le emo­zio­ni, di sen­ti­men­ti».

Il pa­dre e la ma­dre non han­no no­mi, An­to­nio li chia­ma sem­pli­ce­men­te «mio pa­dre», «mia ma­dre»? Ha un si­gni­fi­ca­to?

«Quan­do scri­vo io non ho idea all’ini­zio di do­ve mi por­ti la sto­ria, lo ca­pi­sco scri­ven­do. E a pro­po­si­to del pa­dre il no­me l’ave­va, ma poi ho ca­pi­to che fun­zio­na­va di più sen­za no­me. Ho fat­to la stes­sa co­sa per esem­pio in Né qui né al­tro­ve, è ad­di­rit­tu­ra l’io nar­ran­te a non aver­ne uno. Non è sta­to un cal­co­lo».

Sia­mo al ro­man­zo nu­me­ro 13: su­per­sti­zio­so? Se ne par­la nel li­bro…

«No, pe­rò la ri­spo­sta mi­glio­re è que­sta: non so­no su­per­sti­zio­so, ma il 13 por­ta for­tu­na».

An­che sta­vol­ta no­mi­ni li­bri, of­fri play li­st di mu­si­ca. Hai un in­ten­to for­ma­ti­vo del let­to­re?

«Nooo, per ca­ri­tà, me ne guar­de­rei be­ne. At­tra­ver­so i gu- sti let­te­ra­ri e mu­si­ca­li io pre­sen­to so­lo i per­so­nag­gi. Si ca­pi­sce di più di una per­so­na sa­pen­do co­sa leg­ge e co­sa ascol­ta».

La mu­si­ca è sem­pre sta­ta pre­sen­te nei tuoi li­bri, rock, clas­si­ca e ora il jazz…

«Sì, è la pri­ma vol­ta per il jazz e ho do­vu­to stu­dia­re. Non sa­pe­vo nien­te di va­ria­zio­ni, pa­ra­fra­si, dis­so­nan­ze, clu­ster, cro­ma­ti­smo, in­ter­play, im­prov­vi­sa­zio­ne mo­da­le, free jazz. Per la ve­ri­tà mi so­no mes­so a stu­dia­re an­che il pia­no­for­te e la ma­te­ma­ti­ca. Per ca­pi­re la psi­co­lo­gia dei per­so­nag­gi e pre­sen­tar­li al me­glio».

An­che la pas­sio­ne per le pa­ro­le e il lo­ro si­gni­fi­ca­to è sem­pre pre­sen­te nei tuoi li­bri. Sta­vol­ta spie­ghi im­per­fe­zio­ne. E sei un di­zio­na­rio, co­me al so­li­to: «per­fet­to vie­ne dal la­ti­no per­fi­ce­re, cioè com­pie­re. Im­per­fet­to, in sen­so eti­mo­lo­gi­co, è ciò che non è com­piu­to. L’in­com­piu­tez­za di­stin­gue il jazz da ogni al­tro ge­ne­re mu­si­ca­le»… Spie­ga­re per te è di­ven­ta­ta os­ses­sio­ne?

«No, ci so­no tan­ti spun­ti, tan­te pos­si­bi­li­tà di di­re del­le co­se, è so­lo que­sto. Nel ro­man­zo la que­stio­ne del jazz, in­com­piu­ta per ec­cel­len­za, è una me­ta­fo­ra dell’in­tro­spe­zio­ne e quin­di me­ta­fo­ra del­la vi­ta».

Per scri­ve­re que­sto ro­man­zo hai do­vu­to stu­dia­re la mu­si­ca jazz e la ma­te­ma­ti­ca, poi hai ag­giun­to il pia­no, sen­za con­ta­re il ta­ga­log, la lin­gua più par­la­ta nel­le Fi­lip­pi­ne..

«Per la ma­te­ma­ti­ca ho cer­ca­to di ca­pi­re qual­co­sa con l’aiu­to di esperti, ma sul jazz ho do­vu­to stu­dia­re que­stio­ni tecniche. Quan­to al ta­ga­log, ci­to una bel­la pa­ro­la che rias­su­me be­ne l’espe­rien­za che i due stan­no vi­ven­do, ba­li­k­was, cioè ve­de­re co­se che si cre­de­va di co­no­sce­re in un mo­do di­ver­so».

Ca­mil­le­ri non ab­ban­do­na Mon­tal­ba­no, tu per­ché hai la­scia­to Guer­rie­ri?

«Non l’ho ab­ban­do­na­to. Lo ri­pren­de­rò, è si­cu­ro. For­se il pros­si­mo an­no. Ve­dia­mo».

Tu sei mul­ti­for­me, pas­si dal le­gal th­ril­ler al fu­met­to, dal ro­man­zo ai sag­gi, ai rac­con­ti bre­vi: ti pia­ce es­se­re de­fi­ni­to co­sì?

«Mi fa pia­ce­re che lo si di­ca, ma non po­trei dir­lo mai io. Di­cia­mo che mi pia­ce rac­con­ta­re co­se di­ver­se».

Guer­rie­ri Non l’ho ab­ban­do­na­to, lo ri­pren­de­rò, è si­cu­ro. For­se il pros­si­mo an­no. Ve­dia­mo

L’au­to­re In al­to lo scrit­to­re Gian­ri­co Ca­ro­fi­glio, a si­ni­stra la co­per­ti­na del suo ul­ti­mo li­bro: «Le tre del mat­ti­no»

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