SE LO STA­TO SI MAN­GIA LA TER­RA

Lo sfrut­ta­men­to del la­vo­ro

Corriere del Mezzogiorno (Puglia) - - Da Prima Pagina - Di Gian­do­me­ni­co Amen­do­la

In ul­ti­mo do­di­ci, il gior­no pri­ma quat­tro, due quel­lo an­co­ra pri­ma, e co­sì via. L’elen­co dei brac­cian­ti di co­lo­re mor­ti nel Fog­gia­no per in­ci­den­ti o per la fa­ti­ca si al­lun­ga. I go­ver­nan­ti di tur­no si in­di­gna­no e, giun­ti sul po­sto, pro­met­to­no in­ter­ven­ti im­me­dia­ti e du­ris­si­mi. Sem­bra­no an­che me­ra­vi­glia­ti. Più che la re­to­ri­ca a cui sia­mo abi­tua­ti col­pi­sce que­sta lo­ro me­ra­vi­glia per qual­co­sa che du­ra in­di­stur­ba­ta da an­ni, da sem­pre for­se. È sta­to scrit­to che la no­stra è una ter­ra che si man­gia lo Sta­to. Lo Sta­to, in­fat­ti, sem­bra scom­pa­ri­re in­ghiot­ti­to dal­la pi­gri­zia, dal­la di­sat­ten­zio­ne, da­gli in­te­res­si, dal clien­te­li­smo e so­prat­tut­to dall’in­dif­fe­ren­za nei con­fron­ti di chi è più de­bo­le.

Og­gi, so­no gli im­mi­gra­ti di co­lo­re che per due eu­ro all’ora si spac­ca­no la schie­na nei cam­pi di po­mo­do­ro sot­to l’oc­chio vi­gi­le dei ca­po­ra­li e dei pa­dro­ni. Ie­ri, era­no, per le stes­se som­me, le don­ne pro­ve­nien­ti dai pae­si dell’Est Eu­ro­pa. An­co­ra pri­ma c’era­no i brac­cian­ti lo­ca­li che all’al­ba in piaz­za Ca­tu­ma ad An­dria, ca­pi­ta­le del la­ti­fon­do con­ta­di­no, si of­fri­va­no ai ca­po­ra­li im­plo­ran­do una gior­na­ta di la­vo­ro. An­da­va­no a “per­met­te­re”, si diceva con ri­fe­ri­men­to ap­pun­to al­la lo­ro af­fa­ma­ta ti­mi­dez­za. La con­trat­ta­zio­ne tra il brac­cian­te ed il ca­po­ra­le era po­co più di una far­sa. Il com­pen­so per la gior­na­ta era de­fi­ni­to in an­ti­ci­po dal pa­dro­ne.

Il “mer­ca­to del­le brac­cia” non si è fer­ma­to agli an­ni ’40 quan­do la fa­me, ve­ra, mor­de­va. “Guar­da­ti dal­la mia fa­me” è il ti­to­lo del bel li­bro di Lu­cia­na Ca­stel­li­na in cui vie­ne nar­ra­ta la tra­gi­ca vi­cen­da del­le so­rel­le Por­ro uc­ci­se il 7 mar­zo 1946 da una fol­la di brac­cian­ti in­fe­ro­ci­ti che ve­de­va­no in quel­la fa­mi­glia di An­dria il sim­bo­lo del­lo sfrut­ta­men­to dei la­ti­fon­di­sti. Di Vittorio, at­te­so per un co­mi­zio, ar­ri­vò ad An­dria trop­po tar­di quan­do la tra­ge­dia si era già con­su­ma­ta. Poi è ve­nu­ta l’emi­gra­zio­ne ver­so le mi­nie­re del Bel­gio; a Mar­ci­nel­le ne so­no mor­ti 136 di ex brac­cian­ti che ri­schia­va­no la vi­ta per­ché il car­bo­ne ar­ri­vas­se al­la fab­bri­che ita­lia­ne. An­che le lo­ro ca­se in Bel­gio era­no un ghet­to non mol­to di­ver­so da quel­li del­la Ca­pi­ta­na­ta. Un mi­ni­stro ha af­fer­ma­to, ri­cor­dan­do Mar­ci­nel­le, che non bi­so­gna emi­gra­re. Non co­no­sce evi­den­te­men­te la for­za del­la fa­me, del­la di­spe­ra­zio­ne e del­la spe­ran­za. Mi­glia­ia di brac­cian­ti pu­glie­si so­no an­da­ti via ma mol­ti so­no ri­ma­sti. Al­la fi­ne de­gli an­ni ’60 era­no an­co­ra lì, ad An­dria o a Ce­ri­gno­la, a cer­ca­re la­vo­ro nei cam­pi at­tra­ver­so il ca­po­ra­le. Poi è ve­nu­to lo Sta­to con i con­trat­ti na­zio­na­li, le nor­me sull’ora­rio e le con­di­zio­ni di la­vo­ro, gli uf­fi­ci di col­lo­ca­men­to ma i brac­cian­ti co­stret­ti a ri­vol­ger­si ai ca­po­ra­li per una gior­na­ta di la­vo­ro so­no ri­ma­sti. Og­gi, il co­lo­re del­la pelle è di­ver­so ma lo sfrut­ta­men­to e la fa­me so­no gli stes­si; ie­ri abi­ta­va­no in po­ve­re ca­set­te e nei bas­si, og­gi nel­le ba­rac­co­po­li del ghet­to. La ter­ra con­ti­nua a man­giar­si lo Sta­to.

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