Corriere del Trentino

EMER­GEN­ZA I PUN­TI DE­BO­LI

- di Mas­si­mia­no Buc­chi Transportation · Industries · Republic of China (1912–1949)

«Emer­gen­za», se­con­do il Gran­de Di­zio­na­rio del­la Lin­gua Ita­lia­na, si­gni­fi­ca «oc­cor­ren­za, ca­so for­tui­to, cir­co­stan­za im­pre­vi­sta, per­lo­più di una cer­ta gra­vi­tà». Ora, tut­to si può di­re dell’at­tua­le fa­se del­la pan­de­mia fuor­ché si trat­ti di una cir­co­stan­za im­pre­vi­sta. Lo era, in­dub­bia­men­te, all’ini­zio di que­sto an­no, quan­do so­no co­min­cia­te ad ar­ri­va­re le pri­me no­ti­zie dal­la Ci­na sul­la dif­fu­sio­ne del vi­rus. Lo era an­co­ra all’ini­zio del­la pri­ma­ve­ra, quan­do la dif­fu­sio­ne e la por­ta­ta del con­ta­gio ha col­to dram­ma­ti­ca­men­te al­la sprov­vi­sta strut­tu­re sa­ni­ta­rie, isti­tu­zio­ni e cit­ta­di­ni. Ma do­po al­me­no ot­to me­si non si può cer­ta­men­te par­la­re più di una si­tua­zio­ne im­pre­vi­sta o im­pre­ve­di­bi­le e con­ti­nua­re ad af­fron­tar­la co­me ta­le. Que­sto na­tu­ral­men­te non si­gni­fi­ca che tec­ni­ca­men­te non vi sia­no ra­gio­ni per pro­ro­ga­re il co­sid­det­to «sta­to di emer­gen­za».

Uno sta­to che con­sen­te ad al­cu­ni set­to­ri del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zion e di met­te­re in at­to de­ter­mi­na­te pro­ce­du­re. Tut­ta­via non è pos­si­bi­le af­fron­ta­re al­cu­ni pro­ble­mi con un at­teg­gia­men­to «emer­gen­zia­le». Fac­cia­mo un esem­pio con­cre­to: i tra­spor­ti.

Si sa­pe­va dal­lo stop di mar­zo che in au­tun­no, con la ri­pre­sa del­le scuo­le e del­le al­tre at­ti­vi­tà, i tra­spor­ti sa­reb­be­ro di­ve­nu­ti un col­lo di bot­ti­glia in tut­to il Pae­se. Non si trat­ta di si­tua­zio­ne emer­gen­zia­le im­pre­ve­di­bi­le ma de­sti­na­ta a du­ra­re per me­si. Ser­vi­va­no più mez­zi, più cor­se, nuo­ve idee e stra­te­gie per raf­for­za­re il tra­spor­to pub­bli­co. Sen­za ciò, quel­lo che ac­ca­de in que­ste set­ti­ma­ne era del tut­to pre­ve­di­bi­le: tra­spor­to pub­bli­co so­vrac­ca­ri­co, traf­fi­co al col­las­so poi­ché mol­ti te­mo­no che bus af­fol­la­ti sia­no luo­ghi a ri­schio con­ta­gio e si spo­sta­no o ac­com­pa­gna­no i fi­gli in au­to. Con ra­re ec­ce­zio­ni (ve­di in par­ti­co­la­re il Tren­ti­no), non è sta­to fat­to qua­si nul­la.

Si di­rà: ma l’ac­qui­sto di nuo­vi mez­zi e l’au­men­to del­le cor­se ha co­sti ri­le­van­ti e tem­pi lun­ghi. Ma al­lo­ra a che co­sa ser­ve lo sta­to di emer­gen­za? Non era pro­prio que­sto uno dei set­to­ri su cui in­ter­ve­ni­re e in­ve­sti­re per tem­po, con pro­ce­du­re e ri­sor­se ec­ce­zio­na­li, per ga­ran­ti­re mag­gio­re si­cu­rez­za e age­vo­la­re stu­den­ti e la­vo­ra­to­ri? Il pro­ble­ma non è par­la­re di emer­gen­za, né pro­ro­ga­re lo sta­to di emer­gen­za. Il pro­ble­ma è il si­gni­fi­ca­to che si dà al­la pa­ro­la. Se ser­ve a ge­sti­re con mez­zi «straor­di­na­ri» una si­tua­zio­ne di cri­si, al­lo­ra può ave­re un sen­so. Se in­ve­ce con­du­ce a una ge­stio­ne im­prov­vi­sa­ta al­lo­ra è so­lo una scu­sa scia­gu­ra­ta per tentare di giu­sti­fi­ca­re la pro­pria in­ca­pa­ci­tà e inef­fi­cien­za.

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