C’è chi ha sco­per­to l’iden­ti­tà del fol­le. La pe­ri­zia

Ha ses­sant’an­ni e vi­ve in pae­se «Vi sve­lo chi è Ero­stra­to»

Corriere del Veneto (Padova e Rovigo) - - DA PRIMA PAGINA - di Ales­san­dro Ba­schie­ri

«Ha ses­sant’an­ni, vi­ve nel cen­tro del pae­se e fa la­vo­ret­ti sal­tua­ri. Ma non è iso­la­to dal­la co­mu­ni­tà, ha una dop­pia faccia». A Cesiomaggiore c’è chi ha sco­per­to l’iden­ti­tà del fol­le che da set­te me­si dan­neg­gia, in­cen­dia e mi­nac­cia an­che i bam­bi­ni. O me­glio, c’è chi ha sco­per­to l’iden­ti­tà di uno dei tre in­da­ga­ti, quel­lo nel­la cui ca­sa so­no sta­te tro­va­ti gli og­get­ti più com­pro­met­ten­ti. So­no in cor­so le pe­ri­zie per uni­re agli in­di­zi le pro­ve scien­ti­fi­che.

Non cer­ca­te il mat­to del pae­se, quel­lo che sa­le e scen­de per le stra­de con occhio tor­vo e ogni tan­to ti ri­tro­vi in cor­ti­le. Nes­su­no a Cesiomaggiore, pae­si­no della Val­bel­lu­na, in pie­no par­co del­le Do­lo­mi­ti, ha il pro­fi­lo giu­sto per es­se­re ad­di­ta­to al sem­pli­ce pas­sag­gio. Non c’è più nem­me­no l’ir­ruen­te Da­rio, il bar­bie­re che da que­ste par­ti pa­re aver­ne com­bi­na­te pa­rec­chie: «Ti pren­de­va di mi­ra ed era­no guai. Se fos­se an­co­ra vi­vo...», ec­co, ap­pun­to, ri­po­si in pa­ce.

So­no so­lo 3800 gli iscrit­ti all’ana­gra­fe e se è le­ci­to pen­sa­re che un buon nu­me­ro sia sta­to sen­ti­to, co­me si di­ce, a som­ma­rie in­for­ma­zio­ni, la stra­gran­de mag­gio­ran­za non ha idea di qua­li sia­no le tre ca­se per­qui­si­te. E qua­li sia­no i no­mi de­gli in­da­ga­ti (pu­re tre an­che se i se­que­stri gra­ve­men­te in­di­zia­ri so­no a ca­ri­co di un so­lo per­so­nag­gio). Dun­que chi è Ero­stra­to, il fol­le che da set­te me­si in­cen­dia, van­da­liz­za, scri­ve lettere ano­ni­me e da ul­ti­mo mi­nac­cia pu­re i bam­bi­ni na­scon­den­do spil­li nel­le ca­ra­mel­le? L’uo­mo che spa­ven­ta un pae­se e chie­de l’ere­zio­ne di una sta­tua per spe­gne­re la sua fol­lia?

Sem­bra fin­ta que­sta sto­ria tan­to gran­de è il mi­ste­ro e po­ve­ro il con­te­sto. Sem­bra una tra­ma scrit­ta per il ci­ne­ma o l’am­bien­ta­zio­ne di un gioco da ta­vo­lo. A Cesiomaggiore, i pun­ti di ri­fe­ri­men­to so­no po­chi e sempre gli stes­si: qui nien­te è doppio. Ci so­no una scuo­la, un asi­lo, un uf­fi­cio po­sta­le, un vi­gi­le ur­ba­no, una ban­ca, un’edicola, una par­roc­chia, una ca­sa di ri­po­so, un bar, un ne­go­zio di fio­ri, un mu­seo... e co­me nei gial­li che si ri­spet­ti­no ognu­no ha il suo per­so­nag­gio e il suo ruo­lo da ri­spet­ta­re. Ma chi è il col­pe­vo­le? La gente non è omer­to­sa, sem­pli­ce­men­te non lo sa. Tut­ti leg­go­no i gior­na­li fi­no all’ul­ti­ma ri­ga e po­treb­be­ro parlare del fat­to co­me un agente di po­li­zia giu­di­zia­ria sen­za tut­ta­via ave­re la so­lu­zio­ne in ma­no.

Cer­to quel­lo che non sa la co­mu­ni­tà può co­mun­que es­se­re rac­col­to tra vi­co­li e an­frat­ti. Qual­cu­no ha ca­pi­to e qual­cun al­tro ha la cer­tez­za. For­se stan­no tra le di­ta di una ma­no le persone che han­no in­di­vi­dua­to l’in­da­ga­to prin­ci­pa­le, vuoi per­ché coin­vol­te co­me fi­gu­re isti­tu­zio­na­li, vuoi per­ché «par­ti le­se», vuoi per­ché han­no da­to un qual­che ti­po di con­tri­bu­to al­le in­da­gi­ni. Tre di que­ste, au­to­re­vo­li, ci han­no aiu­ta­to a ri­co­strui­re l’iden­ti­kit sen­za ri­ve­lar­ci l’iden­ti­tà del so­spet­to (lo chie­do­no le for­ze dell’or­di­ne è po­te­te im­ma­gi­nar­vi per­ché).

Ec­co al­cu­ne del­le fra­si che vi con­se­gnia­mo do­po aver­le un po­chi­no af­fa­stel­la­te per na­scon­de­re le fon­ti: «Ha cir­ca ses­sant’an­ni e vi­ve in cen­tro, non do­vrei dir­glie­lo per­ché faccia con­to che in cen­tro a Ce­sio sa­re­mo cin­que­cen­to, il re­sto so­no di­stri­bui­ti fuo­ri tra fra­zio­ni»; «Sì l’ho vi­sto e lo ve­do per la stra­da, ha fre­quen­ta­to il pae­se e non è una per­so­na che vi­ve com­ple­ta­men­te iso­la­ta. In­som­ma, ha una dop­pia faccia. Avrei an­che vo­glia di dir­le di più ma non pos­so»; «Vuo­le sa­pe­re per­ché ha co­min­cia­to set­te me­si fa? Co­no­scen­do l’in­da­ga­to le di­co che so­spet­to ho. In quel pe­rio­do c’era l’ipo­te­si che un grup­po di im­mi­gra­ti ve­nis­se ospi­ta­to all’ho­tel Po­sta (al­ber­go a due stel­le og­gi chiu­so e vi­ci­no all’uf­fi­cio po­sta­le ndr). Se­con­do me que­sta per­so­na, che ov­via­men­te è di­stur­ba­ta, si è sen­ti­ta mi­nac­cia­ta. Mi ca­pi­sca: non sto di­cen­do che è col­pa de­gli im­mi­gra­ti che tra l’al­tro non so­no mai ar­ri­va­ti, pe­rò pos­so pen­sa­re che gli in­sul­ti al sin­da­co che ave­va aper­to all’ipo­te­si, al par­ro­co, agli im­mi­gra­ti e tut­te le sim­bo­lo­gie na­zi­ste ini­zi­no lì»; Già, ma i bam­bi­ni?: «Non c’è un mo­ven­te, so­lo una mic­cia che ha ac­ce­so il di­stur­bo. Poi ha vi­sto il cla­mo­re e ha co­min­cia­to ad al­za­re il li­vel­lo del gioco per­ché ha ca­pi­to che do­ve­va far­lo per far parlare di sé. Si è tro­va­to in mez­zo al suo de­li­rio e gli è pia­ciu­to»; «Fa la­vo­ret­ti sal­tua­ri e ha pic­co­li stu­di tec­ni­ci al­le spal­le. Il re­sto lo ha let­to sul com­pu­ter, comprese le sim­bo­lo­gie sa­ta­ni­che che se­con­do me non c’en­tra­no nul­la. Ho sen­ti­to di­re che nel­la pic­co­la bi­blio­te­ca di pae­se c’è una per­so­na so­la che ha chie­sto di con­ti­nuo li­bri di sto­ria ne­gli ul­ti­mi me­si e pen­so lo ab­bia­no con­trol­la­to ma non so di­re se è lui. Io non l’ho mai vi­sto en­tra­re».

Fin qui le vo­ci. Pri­ma ci so­no sta­te le in­da­gi­ni. Giu­sto per chia­ri­re: la pro­cu­ra e le for­ze dell’or­di­ne so­no con­vin­te di ave­re im­boc­ca­to la pi­sta giu­sta. Ov­ve­ro che i tre in­da­ga­ti, a quan­to pa­re le­ga­ti da pa­ren­te­la, li por­te­ran­no al col­pe­vo­le e alla ri­chie­sta di una mi­su­ra re­strit­ti­va. Han­no pro­ve im­por­tan­ti che li han­no con­dot­ti fin lì. E una vol­ta ar­ri­va­ti lì stan­no cer­can­do di chiu­de­re il cer­chio con l’aiu­to del Ris, ov­ve­ro di un‘im­pron­ta o una pe­ri­zia. A ca­sa di uno dei tre in­da­ga­ti c’era una scatola di spil­li: so­no del­lo stes­so ti­po di quel­li na­sco­sti nel­le ca­ra­mel­le dei bam­bi­ni? C’era un qua­der­no a qua­dret­ti con pa­gi­ne strap­pa­te: la car­ta è la stes­sa usa­ta per le lettere all’an­tra­ce? C’era­no com­pu­ter: han­no fat­to ri­cer­che di che ti­po e quan­do? In­som­ma, se un ce­sio­li­no aves­se stu­dia­to Ero­stra­to set­te me­si fa sa­reb­be una coin­ci­den­za dif­fi­ci­le da di­ge­ri­re... Que­ste so­no le set­ti­ma­ne del­le pe­ri­zie, di que­ste che vi ab­bia­mo rac­con­ta­to e di chis­sà quan­te al­tre. Ci vuo­le un po’ di tem­po ma la giu­sti­zia fa­rà il suo cor­so: «Io so­no con­vin­to che que­sto sog­get­to ar­ri­ve­rà a pro­ces­so e al­lo­ra ca­pi­re­mo. E for­se qual­cu­no ri­mar­rà sor­pre­so. Al­tra co­sa: se­con­do me fi­no ad al­lo­ra non col­pi­rà più».

Nel frat­tem­po a Cesiomaggiore la vi­ta con­ti­nua. Ie­ri le scuo­le era­no chiu­se e i bam­bi­ni cor­re­va­no co­mun­que per le stra­de. I non­ni li guar­da­va­no so­lo un po’ più da vi­ci­no: «Ter­ro­riz­za­ti? No, ma se lo pren­do­no è me­glio».

Ero­stra­to Pa­sto­re di Efe­so, die­de fuo­co al tem­pio di Ar­te­mi­de per pas­sa­re alla sto­ria. Fu con­dan­na­to a mor­te e all’oblio

L’asi­lo di Cer­gnai E’ qui che Ero­stra­to ha lan­cia­to la sua mi­nac­cia più cru­de­le: spil­li nel­le ca­ra­mel­le de­sti­na­te ai bam­bi­ni

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