L’ul­ti­mo viag­gio in ta­xi: «L’ar­ma sot­to la giac­ca»

L’au­ti­sta: «Li ho la­scia­ti sulla pan­chi­na, come due fi­dan­za­ti»

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - di An­drea Prian­te

«Sulla pan­chi­na sem­bra­va­no due fi­dan­za­ti­ni. Do­po che le ha sparato, l’ho vi­sto pun­tar­si la pi­sto­la al­la te­sta e pre­me­re il gril­let­to». L’ul­ti­mo viag­gio dei co­niu­gi Cec­chi­na­to nel rac­con­to del lo­ro tas­si­sta.

ABA­NO TER­ME (PA­DO­VA) All’Hotel Ve­ne­zia si brinda. Nel giar­di­no un grup­pet­to di si­gno­ri an­zia­ni scher­za e al­za i ca­li­ci: uno di lo­ro com­pie ot­tant’an­ni e gli ami­ci han­no im­prov­vi­sa­to una fe­stic­cio­la sui ta­vo­li­ni bian­chi del­la strut­tu­ra che li ospi­ta. Scher­za­no, si di­ver­to­no, qual­cu­no par­la al te­le­fo­no a vo­ce al­ta. Un ap­plau­so, stret­te di ma­no ed è già tem­po di rien­tra­re: ci so­no i fan­ghi da fa­re, poi il mas­sag­gio ti­be­ta­no, la fontana di ac­qua ter­ma­le, il ba­gno all’ozo­no sen­so­ria­le e un pas­sag­gio nel­la grot­ta ai va­po­ri.

La vi­ta scor­re len­ta e – al­me­no all’ap­pa­ren­za - pia­ce­vo­le, nel­le 110 stan­ze di que­sto gran­de hotel a 4 Stelle che sor­ge nel cuo­re di Aba­no. Gli ospi­ti ar­ri­va­no, si in­con­tra­no, fan­no ami­ci­zia, ma so­no rap­por­ti a ter­mi­ne. A va­can­za fi­ni­ta si tor­na a ca­sa e le ami­ci­zie ap­pe­na in­stau­ra­te si in­ter­rom­po­no, so­spe­se fi­no al­la pros­si­ma settimana di re­lax. Ci si ri­ve­de tra un an­no: stes­so pe­rio­do, stes­so al­ber­go, stes­si trat­ta­men­ti.

Ma per Lo­re­da­na Pe­droc­co e suo ma­ri­to Er­ne­sto Cec­chi­na­to le co­se sta­va­no di­ver­sa­men­te: l’Hotel Ve­ne­zia era la lo­ro ca­sa e il per­so­na­le una se­con­da fa­mi­glia. I co­niu­gi era­no arrivati all’ini­zio del 2014 e non se n’era­no più an­da­ti, for­se pro­prio per­ché - con l’avan­za­re dell’età e gli ac­ciac­chi che si fa­ce­va­no sen­ti­re non vo­le­va­no gra­va­re sul­le fi­glie. Vi­ve­va­no in quel­la stan­za che ie­ri la po­li­zia ha pas­sa­to al se­tac­cio cer­can­do pro­ve, trac­ce, det­ta­gli uti­li a ri­co­strui­re co­sa li ab­bia spin­ti a chia­ma­re un ta­xi e far­si por­ta­re all’ospe­da­le di Me­stre, sulla pan­chi­na dove lui ha sparato al­la mo­glie e poi ha cer­ca­to di far­la fi­ni­ta.

Francesco Pe­liz­za è il tas­si­sta che li ha ac­com­pa­gna­ti in quell’ul­ti­mo viag­gio ver­so la mor­te. È ri­ma­sto al lo­ro fian­co, da quan­do so­no usciti dall’hotel al mo­men­to in cui Cec­chi­na­to si è pun­ta­to la pi­sto­la al­la te­sta. «Era una pi­sto­la pic­co­la. Cre­do che per tut­to il tem­po l’ab­bia te­nu­ta na­sco­sta sot­to all’im­per­mea­bi­le», rac­con­ta. Par­tia­mo dall’ini­zio… «Ave­va­no pre­no­ta­to la cor­sa per le 8.30 del mat­ti­no. Li co­no­sce­vo: spes­so si muo­ve­va­no in ta­xi, sem­pre in­sie­me, an­che se di so­li­to li ac­com­pa­gna­va un mio col­le­ga. Que­sta vol­ta pe­rò lui era oc­cu­pa­to e quin­di so­no an­da­to io a pren­der­li, di fron­te all’hotel. Era un pia­ce­re aver­li come clien­ti: due per­so­ne gen­ti­li, mol­to edu­ca­te. Lui si è pre­sen­ta­to con l’im­per­mea­bi­le, il cap­pel­lo e il gior­na­le sot­to al brac­cio. Ave­va una bu­sta in ma­no».

Di co­sa han­no par­la­to lun­go il tra­git­to?

«Mi ha spie­ga­to di do­ver fa­re una vi­si­ta car­dio­lo­gi­ca, e poi ha ri­ce­vu­to la te­le­fo­na­ta di un fa­mi­lia­re. Per il re­sto par­la­va­no tra lo­ro. Era­no una cop­pia in­na­mo­ra­tis­si­ma, pie­na di at­ten­zio­ni l’uno per l’al­tra, in­se­pa­ra­bi­li. Era bel­lo os­ser­var­li, sco­pri­re che a no­vant’an­ni ma­ri­to e mo­glie pos­so­no an­co­ra chia­mar­si “amo­re”...».

Nul­la che fa­ces­se pre­sa­gi­re l’in­ten­zio­ne di far­la fi­ni­ta?

«Nul­la, si so­no com­por­ta­ti nor­mal­men­te. Mi so­no fat­to l’idea che lei non sa­pes­se del pia­no di suo ma­ri­to. Op­pu­re, se an­che lo co­no­sce­va e ave­va­no con­cor­da­to di far­la fi­ni­ta in­sie­me, ma­ga­ri non ave­va idea del gior­no esat­to in cui lui avreb­be agi­to».

Nel­la bor­sa del­la don­na han­no tro­va­to una let­te­ra di ad­dio...

«L’ho sen­ti­to di­re, ma per quan­to ne sap­pia­mo po­treb­be es­se­re sta­to lui a in­fi­lar­la nel­la bor­set­ta»

Quan­do sie­te arrivati all’ospe­da­le di Me­stre cos’è ac­ca­du­to?

«L’an­zia­no, lu­ci­dis­si­mo come sem­pre, ha ti­ra­to fuo­ri il tes­se­ri­no per i di­sa­bi­li e l’ha po­sa­to sul cru­scot­to del ta­xi. Mi ha in­di­ca­to che stra­da se­gui­re e dove par­cheg­gia­re. Cre­de­vo di do­ver­li ac­com­pa­gna­re al se­con­do pia­no e in­ve­ce mi ha fer­ma­to, di­cen­do che lui e la mo­glie avreb­be­ro aspet­ta­to all’in­gres­so, in quel­la spe­cie di giar­di­no che si tro­va all’in­ter­no all’ospe­da­le di Me­stre. “Vai pu­re via - mi ha det­to Cec­chi­na­to - in­tor­no al­le 10 ver­rà a pren­der­mi Greta, l’as­si­sten­te del­la dot­to­res­sa, per ac­com­pa­gnar­mi al re­par­to”. Ho ri­spo­sto che li avrei aspet­ta­ti vo­len­tie­ri ma lui ha in­si­sti­to e a quel pun­to gli ho la­scia­to il mio nu­me­ro di cel­lu­la­re. Ci sia­mo ac­cor­da­ti: mi avreb­be te­le­fo­na­to non ap­pe­na fos­se­ro sta­ti pron­ti a tor­na­re all’hotel».

A quel pun­to li ha la­scia­ti so­li?

«So­no an­da­to in ba­gno e quan­do so­no usci­to li ho no­ta­ti se­du­ti su una pan­chi­na. Lei era al­la sua si­ni­stra, gli ave­va tol­to il cap­pel­lo e lo te­ne­va tra le ma­ni. Mi so­no vol­ta­to per an­da­re via e in quel mo­men­to si è sen­ti­to il pri­mo col­po di pi­sto­la. Ho ca­pi­to su­bi­to che il bot­to pro­ve­ni­va dal­la zo­na in cui si tro­va­va­no lo­ro. Li ho guar­da­ti, lei era ac­ca­scia­ta sulla pan­chi­na: il ma­ri­to le ave­va sparato al pet­to. A quel pun­to mi so­no av­vi­ci­na­to, non sa­pe­vo co­sa fa­re... Poi, l’ho vi­sto pun­tar­si la pi­sto­la al­la te­sta e pre­me­re il gril­let­to». È fi­ni­ta co­sì... «So­no rimasti su quel­la pan­chi­na, se­du­ti l’uno ac­can­to all’al­tra come due fi­dan­za­ti. Poi, len­ta­men­te, l’uo­mo è sci­vo­la­to sul pa­vi­men­to e so­no arrivati gli in­fer­mie­ri che l’han­no por­ta­to via».

Le per­so­ne pre­sen­ti nel­la hall dell’ospe­da­le era­no scon­vol­te.

«Il san­gue con­ti­nua­va ad usci­re, è sta­to or­ri­bi­le. In po­chi mi­nu­ti so­no arrivati i po­li­ziot­ti con il giub­bot­to an­ti­pro­iet­ti­le, con­vin­ti fos­se in cor­so una spa­ra­to­ria. Io ero an­co­ra in­ton­ti­to, mi han­no chie­sto da che par­te fos­se fug­gi­to l’uo­mo che ave­va sparato. Ho ri­spo­sto che era trop­po tar­di: non c’era più nes­su­no da in­se­gui­re...».

Il cap­pel­lo an­co­ra in ma­no

La po­li­zia scien­ti­fi­ca im­pe­gna­ta nei ri­lie­vi in­tor­no al­la pan­chi­na. Co­per­to dal len­zuo­lo, il cor­po sen­za vi­ta di Lo­re­da­na Pe­droc­co che strin­ge an­co­ra in ma­no il cap­pel­lo di suo ma­ri­to Er­ne­sto Cec­chi­na­to

Ad Aba­no L’Hotel Ve­ne­zia

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