La­dri uc­ci­si e sen­ten­ze di­ver­se: ec­co per­ché

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Regione Attualità - Di Pa­squa­le D’Asco­la © RI­PRO­DU­ZIO­NE RI­SER­VA­TA

Pe­rio­di­ca­men­te le cro­na­che so­no in­ve­sti­te da no­ti­zie di pro­ces­si a ca­ri­co di cit­ta­di­ni che han­no rea­gi­to con le ar­mi a ra­pi­ne o ag­gres­sio­ni. In Ve­ne­to è ac­ca­du­to nel Vi­cen­ti­no e nel Pa­do­va­no. La do­man­da che di fron­te a que­sti ca­si mol­ti si fan­no è come mai in al­cu­ni ca­si l’im­pu­ta­to sia sta­to assolto per le­git­ti­ma di­fe­sa e in al­tri sia sta­to con­dan­na­to an­che se­ve­ra­men­te. Cer­chia­mo di fa­re un po’ di or­di­ne. Il no­stro co­di­ce pe­na­le e pri­ma di es­so, il no­stro lin­guag­gio so­cia­le, quel­lo che ci fa es­se­re co­mu­ni­tà coe­sa, ha esclu­so che ognu­no pos­sa far­si giu­sti­zia da so­lo, come in un re­mo­to «far we­st». E’ am­mes­sa la di­fe­sa le­git­ti­ma, che si ha quan­do l’ag­gre­di­to rea­gi­sce all’of­fe­sa che sta su­ben­do. La rea­zio­ne con mez­zi vio­len­ti è giu­sti­fi­ca­ta quan­do il pe­ri­co­lo sia per­ce­pi­to come im­mi­nen­te, cioè at­tua­le e non so­lo ipo­te­ti­co. L’ uso del­le ar­mi come mezzo di di­fe­sa del­la pro­pria in­co­lu­mi­tà è con­sen­ti­to se sia ine­vi­ta­bi­le per il ti­po di ag­gres­sio­ne e so­prat­tut­to se la rea­zio­ne è pro­por­zio­na­ta. Non si può quin­di, per esem­pio, spa­ra­re li­be­ra­men­te in te­sta da lon­ta­no a qual­cu­no che stia ten­tan­do di for­za­re un’au­to o che sta scap­pan­do do­po aver scip­pa­to una bor­set­ta. In ca­so di rea­zio­ne spro­por­zio­na­ta, il co­di­ce pe­na­le pre­ve­de al­cu­ne ipo­te­si di rea­to che l’ag­gre­di­to può com­met­te­re. Può es­ser­vi «ec­ces­so col­po­so» nel­la di­fe­sa quan­do nel­la con­ci­ta­zio­ne de­gli even­ti, e sen­za una pie­na vo­lon­tà, l’of­fe­so si la­scia an­da­re a una rea­zio­ne spro­por­zio­na­ta. Può es­se­re ac­cu­sa­to di le­sio­ni vo­lon­ta­rie o di omi­ci­dio vo­lon­ta­rio, se ha fe­ri­to o uc­ci­so l’ag­gres­so­re quan­do que­sti era or­mai in fu­ga o inof­fen­si­vo ed egli ave­va chia­ra pos­si­bi­li­tà di fer­mar­si, per­ché non più in pe­ri­co­lo. Non è quin­di con­sen­ti­ta un’in­di­scri­mi­na­ta rea­zio­ne. Nel 2006 è sta­ta at­tua­ta una mo­di­fi­ca del co­di­ce che fa pre­su­me­re (re­sta quin­di pos­si­bi­le la pro­va del con­tra­rio) la pro­por­zio­na­li­tà tra ag­gres­sio­ne e di­fe­sa an­che quan­do l’ag­gres­sio­ne sia por­ta­ta so­lo ai be­ni, ma in una si­tua­zio­ne di pe­ri­co­lo d’ag­gres­sio­ne. Il pro­ces­so ser­ve a que­sto: a sta­bi­li­re se vi fos­se un’ag­gres­sio­ne pe­ri­co­lo­sa e se chi ha usa­to le ar­mi si è sol­tan­to di­fe­so o ha rea­gi­to in mo­do spro­po­si­ta­to, fi­no a vo­le­re, con col­pa o con chia­ra de­ter­mi­na­zio­ne, fe­ri­re o uc­ci­de­re. Per sta­bi­lir­lo ser­vo­no nor­mal­men­te al­me­no due gra­di di giu­di­zio, per­ché ri­vi­ve­re e giu­di­ca­re que­ste si­tua­zio­ni non è fa­ci­le; non lo si può fa­re - per sen­ti­to di­re - al bar: oc­cor­re un pro­ces­so co­scien­zio­sa­men­te ce­le­bra­to da giu­di­ci che ascol­ti­no, sen­za pre­giu­di­zi, l’ac­cu­sa e la di­fe­sa.

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