QUE­STO È UN UO­MO

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Di Ales­san­dro Rus­sel­lo

Ero da­van­ti a un Uo­mo. E ri­cor­do tut­to come fos­se ades­so. Gli «ades­so» del­la cro­na­ca de­sti­na­ti a di­ven­ta­re sto­ria ma che a vol­te rie­sco­no ad es­se­re cro­na­ca e sto­ria nel­lo stes­so mo­men­to con­trad­di­cen­do le re­go­le del tem­po. Uno dei po­chi «ades­so» che pos­so met­te­re in fi­la nel­la mia pro­fes­sio­ne, dove nel­le stan­ze dei po­te­ri ho in­cro­cia­to più ma­laI­ta­lia che one­stà, piu op­por­tu­ni­smo che sen­so del­lo Sta­to, più co­dar­dia che co­rag­gio, più au­to­re­fe­ren­zia­li­tà che af­fla­to pub­bli­co, più schie­ne mol­li che per­cor­si drit­ti, più om­bre che tra­spa­ren­za e ni­to­re ci­vi­co.

Era di­ven­ta­to un mi­to si­len­te, po­chi sguar­di e po­chis­si­me parole, chiu­so las­sù nel suo uf­fi­cio di pre­si­den­te di una se­zio­ne pe­na­le del Tri­bu­na­le di Tre­vi­so. Den­tro quel­la con­ti­nen­za ver­ba­le gli leg­ge­vi la rab­bia che gli eroi bor­ghe­si non tra­du­co­no mai nel mi­ni­mo ec­ces­so, nei per­so­na­li­smi ri­ven­di­ca­ti­vi, nel­le di­chia­ra­zio­ni tron­fie e nem­me­no nei for­ma­li­smi so­spi­ra­ti. An­che se quel­la rab­bia por­ta­va il peso di un 12 di­cem­bre 1969 ca­ri­co di di­cias­set­te mor­ti e ot­tan­ta­quat­tro fe­ri­ti per i qua­li si è si­cu­ri di aver tro­va­to i col­pe­vo­li ma che quei col­pe­vo­li la stan­no fa­cen­do fran­ca.

Non par­la­va da qua­si vent’an­ni di Piaz­za Fontana, l’ex giu­di­ce istrut­to­re Gian­car­lo Stiz, dell’inchiesta che gli avreb­be cam­bia­to la vi­ta. L’in­da­gi­ne sulla bom­ba che ave­va scon­vol­to l’Ita­lia e de­va­sta­to la sua per­so­na e la sua fa­mi­glia. Lui, ma­gi­stra­to ri­go­ro­sis­si­mo fi­glio di un uf­fi­cia­le de­gli al­pi­ni de­co­ra­to nel­la Gran­de Guer­ra e uno zio ge­ne­ra­le dei Ca­ra­bi­nie­ri, per aver in­di­ca­to la pi­sta neo­fa­sci­sta con­tro quel­la fal­sa dell’anar­chi­co Val­pre­da, fu og­get­to di tut­to. Spia­to dai ser­vi­zi se­gre­ti, de­nun­cia­to per­ché fos­se estro­mes­so dal pro­ces­so, ac­cu­sa­to di es­se­re un giu­di­ce co­mu­ni­sta, mi­nac­cia­to dai «ne­ri» di mez­za Eu­ro­pa e obiet­ti­vo di un at­ten­ta­to pre­pa­ra­to da Giu­sva Fio­ra­van­ti per for­tu­na fer­ma­to in tem­po ma per que­sto «pri­gio­nie­ro» di una scor­ta che do­vet­te pro­teg­ger­lo per die­ci an­ni. E non so­lo, pur­trop­po.

I pro­iet­ti­li che gli ar­ri­va­va­no a ca­sa, in quel cli­ma di guer­ra, pro­vo­can­do in fa­mi­glia un ef­fet­to col­la­te­ra­le: l’ic­tus che col­pì la mo­glie. Ma quel­la mat­ti­na, da­van­ti a un gio­va­ne cro­ni­sta di giu­di­zia­ria che ave­va tro­va­to una no­ti­zia e gli chie­de­va un com­men­to (il ri­tor­no del fug­gia­sco Gio­van­ni Ventura in Ita­lia da uo­mo li­be­ro e con tan­to di pas­sa­por­to, am­ni­stia­to per la con­dan­na di as­so­cia­zio­ne sov­ver­si­va) Gian­car­lo Stiz par­lò. Per una for­ma di ri­spet­to nei con­fron­ti del­la sua di­scre­zio­ne, fre­gan­do­me­ne del­la re­go­la che vuo­le un gior­na­li­sta mai pri­vo di bloc no­tes o re­gi­stra­to­re, en­trai nel suo uf­fi­cio «di­sar­ma­to». Nu­do con la mia do­man­da. E con la con­sa­pe­vo­lez­za che qua­si cer­ta­men­te non mi avreb­be ri­spo­sto. Non mi se­det­ti nem­me­no. Re­stai in pie­di, na­no di fron­te al­la sta­tu­ra mo­ra­le di un Uo­mo che an­che ad al­tez­za di scri­va­nia era un gi­gan­te. Fu come apri­re le chiu­se di una di­ga. La di­ga del­la Sto­ria an­co­ra al­le pre­se con la cro­na­ca in un pae­se dove i se­gre­ti du­ra­no (qua­si) per sem­pre e i pro­ces­si non fi­ni­sco­no mai (quel­lo per Piaz­za Fontana è du­ra­to qua­rant’an­ni). Un’ora di sto­ria d’Ita­lia tra­gi­ca e di­spe­ra­ta, la vo­ce di un giu­di­ce ret­to e l’in­fa­mia del­le neb­bie del po­te­re, una giu­sti­zia a lim­pi­dez­za al­ter­na, uno Sta­to­mac­chi­na che sa na­scon­de­re il can­cro an­che in quel­lo che do­vreb­be es­se­re pu­li­to a pre­scin­de­re. Una te­sti­mo­nian­za di pri­ma ma­no de­gna di en­tra­re in tut­te le scuo­le ita­lia­ne, nel­la ca­sa di tut­te le fa­mi­glie. Glie­lo dis­si. Non ri­spo­se. Mi guar­dò e mi al­lun­gò qual­che fo­glio di car­ta. «Riav­vol­si» il mio re­gi­stra­to­re a ma­no - la pen­na - e an­no­tai il suo rac­con­to con l’emo­zio­ne di chi si sen­te im­me­ri­ta­ta­men­te «pre­scel­to». Rac­con­tò di quan­do e per­ché cre­det­te al teste chia­ve Gui­do Lorenzon, in­se­gnan­te e col­le­ga di Gio­van­ni Ventura, gra­zie al qua­le Stiz po­tè far ca­de­re la pi­sta ros­sa e sta­bi­li­re come vi fos­se un le­ga­me fra il Ve­ne­to e la stra­ge di Mi­la­no. Rac­con­tò di come mi­se un ca­ra­bi­nie­re di guar­dia all’ar­ma­dio del suo uf­fi­cio gior­no e not­te per la pau­ra che i ser­vi­zi se­gre­ti gli ru­bas­se­ro gli at­ti del pro­ces­so. Di come Ventura si tra­dì per­ché par­la­va di fat­ti che nes­sun gior­na­le ave­va an­co­ra scrit­to. Rac­con­tò come la fa­mo­sa agen­da di Fran­co Freda, l’ideo­lo­go che come Ventura fi­nì a pro­ces­so per la stra­ge, era pie­na di no­mi di mi­li­tan­ti di Or­di­ne Nuo­vo e di quel­la si­gla G.G. che ri­spon­de­va al no­me di Gui­do Gian­net­ti­ni, uo­mo dei ser­vi­zi «scher­ma­to» an­che mol­to in al­to. E rac­con­tò per­ché, seb­be­ne al­la fi­ne Freda e Ventura fu­ro­no as­sol­ti per «in­suf­fi­cien­za di pro­ve» dai tri­bu­na­li di Ca­tan­za­ro e Ba­ri (dove il pro­ces­so, «ru­ba­to» a Mi­la­no, fi­nì per il fa­mo­so rap­por­to del pre­fet­to Maz­za sulla pre­sun­ta pre­sen­za di «ven­ti­mi­la guer­ri­glie­ri di si­ni­stra») per lui gli as­sol­ti era­no col­pe­vo­li. «Ora la può di­re, Freda, la ve­ri­tà, tan­to non rischia nul­la: nes­su­no in­fat­ti può es­se­re giu­di­ca­to due vol­te per lo stes­so rea­to». Freda, con i vir­tuo­si­smi di un lin­guag­gio che dice e non dice, ne­ga e al­lu­de, non ha mai am­mes­so la sua re­spon­sa­bi­li­tà. Non ha mai «par­la­to». Ha «par­la­to», in­ve­ce, con­ce­den­do al giu­di­ce Stiz una ri­vin­ci­ta po­stu­ma fi­glia del suo co­rag­gio­so la­vo­ro, l’ul­ti­ma sen­ten­za su Piaz­za Fontana. Do­po 44 an­ni dai mor­ti di Mi­la­no, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha sta­bi­li­to in­fat­ti che pur non po­ten­do­li più con­dan­na­re, Freda e Ventura era­no i ca­pi del grup­po ever­si­vo pa­do­va­no re­spon­sa­bi­le del­la stra­ge. Quan­do una per­so­na come Stiz muore si rischia l’apo­lo­gia, la re­to­ri­ca. Non mi sen­to ad­dos­so ne l’una né l’al­tra, ma cor­ro mol­to vo­len­tie­ri il ri­schio. Con­ser­vo in­ve­ce, e sem­pre, il sentimento pu­ro e pro­fes­sio­na­le di aver avu­to a che fa­re, in quel mo­men­to di cro­na­ca-sto­ria, con un Uo­mo sal­vi­fi­co. Un Uo­mo che con il suo la­sci­to di ci­vi­smo e di «eroi­smo nor­ma­le» fa pen­sa­re che lo Sta­to non è sta­to e non è so­lo una for­ma di po­te­re oscu­ro ma un luo­go in cui po­ter­si ri­co­no­sce­re. Nel gior­no in cui vie­ne se­pol­to gli vor­rei di­re ciò che al­lo­ra, il 30 set­tem­bre del 1991, in quell’uf­fi­cio in cui mi sen­to an­co­ra ades­so, non riu­scii a dir­gli: gra­zie.

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