Nor­dio: chi si di­fen­de dai la­dri non me­ri­ta di es­se­re in­da­ga­to

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Di Al­ber­to Zor­zi

«Chi si di­fen­de da un rea­to non me­ri­ta di es­se­re in­da­ga­to. La leg­ge sulla le­git­ti­ma di­fe­sa va cam­bia­ta, ec­co come». Do­po i re­cen­ti fat­ti di cro­na­ca par­la il pro­cu­ra­to­re Car­lo Nor­dio, che su in­ca­ri­co del go­ver­no Berlusconi la­vo­rò al te­sto di ri­for­ma del co­di­ce pe­na­le.

VE­NE­ZIA «Se lei vie­ne in­vi­ta­to a ca­sa di un suo ami­co, nes­su­no la in­cri­mi­ne­rà per vio­la­zio­ne di do­mi­ci­lio, im­po­nen­do­le di di­mo­stra­re la pro­va dell’in­vi­to. E al­lo stes­so mo­do non do­vrà di­mo­stra­re che la sua part­ner sia con­sen­zien­te ogni vol­ta che ha un rap­por­to ses­sua­le, in mo­do da al­lon­ta­na­re da sé l’ac­cu­sa di vio­len­za. Dun­que per­ché se lei spa­ra a un ban­di­to che la mi­nac­cia de­ve au­to­ma­ti­ca­men­te tro­var­si in­da­ga­to per omi­ci­dio?».

Il pro­cu­ra­to­re ag­giun­to di Ve­ne­zia Car­lo Nor­dio non ama il buo­ni­smo, le te­si scon­ta­te. E sulla ri­for­ma del­la le­git­ti­ma di­fe­sa, ar­go­men­to cal­do da sem­pre nel di­bat­ti­to po­li­ti­co ita­lia­no, il ma­gi­stra­to che nell’im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo è uno dei po­chi ad es­se­re in­se­ri­ti tra quel­li «di de­stra» non spo­sa nem­me­no le so­lu­zio­ni for­ca­io­le, ti­po Le­ga.

D’al­tra par­te la sua con­ce­zio­ne sull’ar­go­men­to era già scrit­ta nel te­sto di ri­for­ma del co­di­ce pe­na­le a cui la­vo­rò nei pri­mi an­ni Due­mi­la su in­ca­ri­co del go­ver­no Berlusconi ma che poi ri­ma­se let­te­ra mor­ta. «Mi de­ve con­sen­ti­re una pre­mes­sa un po’, come di­re, di fi­lo­so­fia del di­rit­to». Pre­go. «Il co­di­ce pe­na­le fir­ma­to da Mus­so­li­ni e dal re par­te dal pre­sup­po­sto cul­tu­ra­le e giu­ri­di­co che la per­so­na che si di­fen­de com­met­te un rea­to, che non è pu­ni­bi­le so­lo se ri­spet­ta due li­mi­ti: la pro­por­zio­ne, che si­gni­fi­ca non am­maz­za­re un la­dro che scap­pa con una gal­li­na, e l’attualità del pe­ri­co­lo, per evi­ta­re che uno si fac­cia giu­sti­zia da sé. Un’im­po­sta­zio­ne che ha una sua lo­gi­ca nel con­te­sto di uno Sta­to eti­co, che an­te­po­ne il pro­prio in­te­res­se a tut­to. Ma che ha an­che un suo per­cor­so ob­bli­ga­to per de­fi­ni­zio­ne». Qua­le per­cor­so? «Il cit­ta­di­no che si di­fen­de in ca­sa vie­ne mes­so sot­to in­da­gi­ne per­ché ha com­mes­so un rea­to, do­vrà spen­de­re sol­di per l’av­vo­ca­to, poi sta­rà all’in­da­gi­ne chia­ri­re se c’è o me­no quel­la che noi chia­mia­mo l’esi­men­te. E fi­ni­rà sui gior­na­li a causa di un’al­tra aber­ra­zio­ne del no­stro si­ste­ma, ov­ve­ro la tra­sfor­ma­zio­ne dell’av­vi­so di ga­ran­zia in una con­dan­na an­ti­ci­pa­ta, tan­to che sia­mo arrivati al pun­to che chi lo ri­ce­ve deb­ba di­met­ter­si o non pos­sa es­se­re can­di­da­to a un’ele­zio­ne».

Qual è in­ve­ce la sua pro­po­sta?

«Quan­do pre­sie­de­vo la com­mis­sio­ne par­tim­mo da una pro­spet­ti­va com­ple­ta­men­te di­ver­sa, quel­la li­be­ra­le. An­che in un co­di­ce li­be­ra­le val­go­no i prin­ci­pi di pro­por­zio­ne e attualità, ma in quel ca­so non ci si po­ne il pro­ble­ma dei li­mi­ti in cui il cit­ta­di­no si di­fen­de. La que­stio­ne è fi­no a che pun­to lo Sta­to ab­bia il di­rit­to di pu­ni­re il cit­ta­di­no che rea­gi­sce ad un rea­to che lo Sta­to stes­so non è sta­to in gra­do di pre­ve­ni­re».

Que­sto di­ver­so ap­proc­cio come si tra­du­ce dal pun­to di vi­sta le­gi­sla­ti­vo?

«La le­git­ti­ma di­fe­sa non di­ven­ta più causa di non pu­ni­bi­li­tà, ma un non de­lit­to, un non rea­to. Que­sto si­gni­fi­ca che non si vie­ne in­da­ga­ti, non ser­ve un av­vo­ca­to. Può es­se­re che non sia­no sta­ti ri­spet­ta­ti i li­mi­ti di cui so­pra, ma do­vrà es­se­re l’in­da­gi­ne a di­mo­strar­lo. C’è una sor­ta di in­ver­sio­ne dell’one­re del­la pro­va».

Quin­di co­mun­que c’è un’in­da­gi­ne per chia­ri­re i fat­ti.

«Cer­to, ci sa­rà un’au­top­sia, ci sa­ran­no tut­ti gli ac­cer­ta­men­ti del ca­so. È ob­bli­ga­to­rio ri­co­strui­re la di­na­mi­ca dell’even­to, ma par­ten­do dal fat­to che chi si è di­fe­so ha co­mun­que eser­ci­ta­to un suo di­rit­to, sal­vo che si di­mo­stri il con­tra­rio».

Per­ché all’epo­ca que­sta vo­stra idea non pas­sò?

«Il mi­ni­stro del­la Giu­sti­zia, che era Ro­ber­to Ca­stel­li, vol­le pre­sen­ta­re lui un di­se­gno di leg­ge sulla le­git­ti­ma di­fe­sa, fa­cen­do del­le mo­di­fi­che che a noi fin da su­bi­to ap­par­ve­ro inu­ti­li. Ma il mi­ni­stro ci te­ne­va ad ap­pro­var­la per­ché era un te­ma di gran­de attualità, come og­gi. Il pro­ble­ma è che per cam­bia­re qual­co­sa ser­vi­va la ri­vo­lu­zio­ne in sen­so li­be­ra­le di un co­di­ce to­ta­li­ta­rio, che per esem­pio pu­ni­sce l’isti­ga­zio­ne al sui­ci­dio par­ten­do dal con­cet­to che una per­so­na non ha il di­rit­to di sui­ci­dar­si per­ché “ap­par­tie­ne” al­lo Sta­to. Con­ce­zio­ne che poi si è ben in­ne­sta­ta nel­le cul­tu­re pre­va­len­ti dell’età re­pub­bli­ca­na, sia quel­la cat­to­li­ca che quel­la co­mu­ni­sta».

Di re­cen­te il mi­ni­stro An­drea Or­lan­do a Pa­do­va ha as­si­cu­ra­to che il go­ver­no sta la­vo­ran­do sull’au­men­to del­le pe­ne per i fur­ti in ca­sa.

«Og­gi chi ru­ba una se­ra in tre ca­se di­ver­se rischia una pe­na su­pe­rio­re a quel­la di chi vio­len­ta un bam­bi­no e se lo man­gia. Più al­te di co­sì le pe­ne non pos­so­no es­se­re. Al­tra que­stio­ne è piut­to­sto il rap­por­to tra pe­na pre­vi­sta, pe­na ir­ro­ga­ta e pe­na ese­gui­ta. Qui c’è una bel­la for­cel­la, ma è ap­pun­to un al­tro di­scor­so e sa­reb­be mol­to lun­go».

In Re­gio­ne si sta la­vo­ran­do a una pro­po­sta di leg­ge che pre­ve­de di crea­re un fon­do per pa­ga­re l’av­vo­ca­to a chi fi­ni­sce sot­to inchiesta in que­ste cir­co­stan­ze.

«Io lo di­co da tem­po: in­ve­ce di spre­ca­re tem­po con va­rie leg­gi sulla re­spon­sa­bi­li­tà ci­vi­le dei magistrati o sull’equo in­den­niz­zo, lo Sta­to do­vreb­be far­si ca­ri­co di pa­ga­re le spe­se le­ga­li in tut­ti i ca­si in cui la per­so­na in­cri­mi­na­ta ven­ga as­sol­ta con for­mu­la pie­na. Lo Sta­to ha il do­ve­re di in­da­ga­re, ma an­che di risarcire l’in­no­cen­te, non so­lo nel ca­so di una le­git­ti­ma di­fe­sa».

E che co­sa ne pen­sa del­la pro­po­sta del­la Le­ga di un con­tri­bu­to per l’ac­qui­sto di ar­mi? Non cre­de che la pro­li­fe­ra­zio­ne di ar­mi pos­sa es­se­re un pe­ri­co­lo?

«Io per­so­nal­men­te non so­no un ap­pas­sio­na­to di ar­mi, ma una vol­ta si uccideva an­che con una pie­tra o con le un­ghie. Un’ar­ma da fuo­co è buo­na in ma­no a una per­so­na one­sta, co­sì come un’ar­ma gio­cat­to­lo, nel­le ma­ni di un de­lin­quen­te, può far mo­ri­re di cre­pa­cuo­re una per­so­na. Il pro­ble­ma non so­no le ar­mi, ma la pau­ra». In che sen­so? «Non c’è mag­gior ne­mi­co del­la ra­zio­na­li­tà che la pau­ra. Non c’è più leg­ge o etica, la pau­ra ti fa fa­re le co­se più stra­ne e ir­ra­zio­na­li. È inu­ti­le usa­re fra­si fat­te lo­go­re, come la leg­ge del far-we­st, ma an­che un buo­ni­smo ge­ne­ra­liz­za­to è stu­pi­do ri­spet­to a un sentimento ba­si­la­re che è la pau­ra. È la pau­ra che va eli­mi­na­ta at­tra­ver­so una mag­gio­re si­cu­rez­za e il con­trol­lo del ter­ri­to­rio».

Fi­no a che pun­to lo Sta­to può pu­ni­re un cit­ta­di­no che rea­gi­sce a un rea­to che lo stes­so Sta­to non è riu­sci­to a pre­ve­ni­re?

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