La poe­sia nell’era di so­cial e Wha­tsapp, an­ti­do­to all’ir­real­tà

Pa­squa­le Di Pal­mo, ve­ne­zia­no, vo­ce emer­gen­te

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Me­lil­li

Èan­co­ra pos­si­bi­le la poe­sia? Se lo chie­de­va Eu­ge­nio Mon­ta­le al­la ce­ri­mo­nia per il ri­ti­ro del Pre­mio No­bel il 12 di­cem­bre 1975 con un ap­pas­sio­na­to di­scor­so in di­fe­sa dei poe­ti. Ti­to­lo: «È an­co­ra pos­si­bi­le la poe­sia». An­co­ra og­gi quell’ana­li­si fa ri­flet­te­re. Og­gi è la Gior­na­ta mon­dia­le del­la poe­sia. Tan­ti gli even­ti an­che in Ve­ne­to. Pa­squa­le Di Pal­mo, vi­ci­no ai ses­sant’an­ni, na­to al Li­do di Ve­ne­zia, can­ni­ba­le di­vo­ra­to­re di ver­si, poe­ta schi­vo e raf­fi­na­to, in me­dia pub­bli­ca ogni die­ci an­ni e pun­tual­men­te vin­ce pre­mi pre­sti­gio­si, dall’Al­da Me­ri­ni al Cep­po Pi­sto­ia, l’al­tro gior­no, a pa­ri me­ri­to con Um­ber­to Pier­san­ti e Gian Ma­rio Vil­lal­ta. Il nuo­vo vo­lu­me di Di Pal­mo, Trit­ti­co del di­stac­co (Pas­si­gli, 81 pa­gi­ne, eu­ro 12,50) rac­con­ta la ma­lat­tia del pa­dre, l’Al­z­hei­mer, che tra­vol­ge gli af­fet­ti ma schiu­de an­che una più am­pia co­gni­zio­ne del­la real­tà. E del­la poe­sia.

Nell’epo­ca di by­te, so­cial, blog­ger e Wha­tsapp, con un pro­gres­so si­no­ni­mo di ve­lo­ci­tà, ha an­co­ra sen­so scri­ve­re e leg­ge­re poe­sia?

«I mez­zi di co­mu­ni­ca­zio­ne che lei ci­ta spes­so non han­no al­cun rapporto con la ri­fles­sio­ne o l’ap­pro­fon­di­men­to che ga­ran­ti­sce la poe­sia. Ri­ten­go che, no­no­stan­te pos­sa es­se­re frui­ta an­che at­tra­ver­so blog o si­ti va­ri, la poe­sia rap­pre­sen­ti un ef­fi­ca­ce an­ti­do­to al­la co­sid­det­ta real­tà vir­tua­le (in fon­do una sor­ta di «ir­real­tà»). La gran­de scom­mes­sa del­la poe­sia dei no­stri gior­ni è in­fat­ti la ri­cer­ca dell’au­ten­ti­ci­tà in un mon­do sem­pre più spi­go­lo­so e ar­te­fat­to, do­ve la sca­la dei va­lo­ri si è qua­si ro­ve­scia­ta ri­spet­to al pas­sa­to».

Poe­sia do­vreb­be si­gni­fi­ca­re in­tro­spe­zio­ne, len­tez­za, pro­fon­di­tà. Il let­to­re odier­no cer­ca ta­li di­men­sio­ni o può far­ne a me­no?

«Spes­so il let­to­re cer­ca nel­la let­tu­ra qual­co­sa di im­me­dia­to o una di­men­sio­ne che pos­sa rap­pre­sen­ta­re uno sva­go ri­spet­to a un te­no­re di vi­ta di­ven­ta­to sem­pre più fre­ne­ti­co e ar­ti­fi­cio­so. È lo­gi­co che, con si­mi­li pre­sup­po­sti, la poe­sia non pos­sa ac­con­ten­tar­lo. Bor­ges so­ste­ne­va che il ve­ro crea­to­re non è lo scrit­to­re, ma il let­to­re. Nel mo­men­to in cui leg­go Ome­ro io so­no Ome­ro. “Io è un al­tro” di­ce­va Rim­baud. La poe­sia è un ge­ne­re che, con le do­vu­te ec­ce­zio­ni, non at­ti­ra il gran­de pub­bli­co. Ma for­se è me­glio co­sì…»

Og­gi è la Gior­na­ta mon­dia­le del­la poe­sia. Può dar­ce­ne una de­fi­ni­zio­ne e per­ché sen­te il bi­so­gno di fa­re poe­sia?

«Si trat­ta di un’esi­gen­za in­te­rio­re, dif­fi­ci­le da spie­ga­re. È co­me ave­re in qual­sia­si mo­men­to del­la gior­na­ta una pre­sen­za inef­fa­bi­le a fian­co che ha ef­fet­ti, di vol­ta in vol­ta, be­ne­fi­ci o ma­le­fi­ci».

«Trit­ti­co del di­stac­co» ar­ri­va die­ci an­ni do­po «Ma­ri­ne e al­tri sor­ti­le­gi». Una in­cu­ba­zio­ne lun­ga. Per­ché?

«Ho im­pie­ga­to qua­si un de­cen­nio per­ché non ero sod­di­sfat­to di ciò che sta­vo com­po­nen­do. Scri­ve­vo ver­si e li ce­sti­na­vo. Poi, con la scom­par­sa di mio pa­dre, la svol­ta: nell’ar­co di un pa­io di set­ti­ma­ne ho scrit­to tut­to ciò che non ave­vo scrit­to in no­ve an­ni».

Lei rac­con­ta in ver­si suo pa­dre ma­la­to di Al­z­hei­mer, un te­ma for­te. Co­me na­sce ta­le scel­ta?

«In mo­do del tut­to na­tu­ra­le, spon­ta­neo. Do­po le vi­cis­si­tu­di­ni le­ga­te al­la ma­lat­tia e al­la scom­par­sa di mio pa­dre, av­ve­nu­ta nel lu­glio 2014, ho vo­lu­to ren­der­gli omag­gio per i va­lo­ri che mi ha tra­smes­so e, so­prat­tut­to, per l’amo­re che mi ha cor­ri­spo­sto. Per que­sto, al­la sua fi­gu­ra è de­di­ca­ta la se­zio­ne cen­tra­le del li­bro che ac­co­glie un pa­io di te­sti scrit­ti in dia­let­to ve­ne­zia­no, lin­gua che lui par­la­va cor­ren­te­men­te».

Il li­bro ha la pre­fa­zio­ne di Gian­car­lo Pon­tig­gia e la post­fa­zio­ne di Mau­ri­zio Ca­sa­gran­de, due pa­dri no­bi­li del­la cri­ti­ca e del­la poe­sia. L’al­tro gior­no ha vin­to un al­tro pre­mio pre­sti­gio­so. Si sen­te un poe­ta di pro­fes­sio­ne?

«Non esi­sto­no poe­ti che rie­sco­no a vi­ve­re con il lo­ro ope­ra­to. Gli stes­si au­to­ri più im­por­tan­ti – Mon­ta­le do­cet, con l’im­pie­go che ave­va al Cor­rie­re del­la Se­ra – so­no co­stret­ti a fa­re qual­che al­tro me­stie­re. Per vi­ve­re, ol­tre ad es­se­re con­su­len­te editoriale, mi so­no ri­ta­glia­to da va­ri an­ni un oscu­ro la­vo­ro im­pie­ga­ti­zio, un po’ al­la ma­nie­ra di Pes­soa».

Ver­si «La poe­sia è esi­gen­za in­te­rio­re e non at­ti­ra un gran­de pub­bli­co, ma for­se è me­glio co­sì»

Raf­fi­na­to Pa­squa­le Di Pal­mo, poe­ta Nel­la fo­to gran­de, Dan­te in un qua­dro di Hen­ry Ho­li­day

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.