DISCRIMINE MIGRATORIO

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - di Um­ber­to Cu­ri

La «mar­cia con­tro i mu­ri», re­cen­te­men­te a Mi­la­no per in­vo­ca­re l’ac­co­glien­za dei tanti mi­gran­ti che giun­go­no nel no­stro pae­se, ha riac­ce­so le polemiche che era­no di­vam­pa­te, po­co più di un me­se fa, con l’ap­pro­va­zio­ne del de­cre­to Min­ni­ti. Il prov­ve­di­men­to for­te­men­te vo­lu­to dal mi­ni­stro de­gli In­ter­ni era sta­to ac­col­to con fa­vo­re da va­sti set­to­ri del cen­tro­de­stra (pa­ro­le di ap­prez­za­men­to era­no giun­te an­che dal go­ver­na­to­re Lu­ca Za­ia), men­tre era sta­to aspra­men­te cri­ti­ca­to da nu­me­ro­si espo­nen­ti della si­ni­stra «ester­na», ri­spet­to al Pd. Il succo del de­cre­to può es­se­re com­pen­dia­to nel­le pa­ro­le con le qua­li il ca­po­grup­po dem al­la Ca­me­ra ne ave­va sa­lu­ta­to il va­ro: «Por­te aper­te per chi fug­ge da guer­re, ter­ro­ri­smo e vio­len­ze, ma rim­pa­trio per chi non ha di­rit­to a re­sta­re». Ap­pa­ren­te­men­te, si trat­ta di una po­si­zio­ne ra­gio­ne­vo­le, so­prat­tut­to per­ché è ba­sa­ta su un’af­fer­ma­zio­ne di prin­ci­pio dif­fi­cil­men­te con­te­sta­bi­le, qua­le è quel­la che ri­guar­da il ri­co­no­sci­men­to di di­rit­ti. Ma, co­me spes­so ac­ca­de, pro­prio il pun­to che a pri­ma vi­sta sem­bra inat­tac­ca­bi­le, in real­tà è il più de­bo­le e con­tro­ver­so. Ve­dia­mo per­ché. Il de­cre­to Min­ni­ti – e mol­te ana­lo­ghe con­si­de­ra­zio­ni ri­pro­po­ste da «de­stra» e da «si­ni­stra» – si fon­da so­stan­zial­men­te sul­la di­stin­zio­ne fra ri­chie­den­ti asilo e mi­gran­ti eco­no­mi­ci. A dif­fe­ren­za di ciò che abi­tual­men­te si ri­pe­te per igno­ran­za, que­sta di­stin­zio­ne non emer­ge af­fat­to nel cor­so de­gli ul­ti­mi anni.

Ma si pre­sen­ta in­ve­ce con una sto­ria ab­ba­stan­za lun­ga e par­ti­co­lar­men­te istrut­ti­va. La pri­ma for­mu­la­zio­ne ri­sa­le ad un sag­gio, pub­bli­ca­to nel 1973, nel qua­le Egon Kunz, un de­mo­gra­fo au­stra­lia­no di ori­gi­ne un­ghe­re­se, pro­po­se una clas­si­fi­ca­zio­ne bi­par­ti­ta. Si do­ve­va di­stin­gue­re fra i mi­gran­ti pu­shed, e cioè «spin­ti» o «co­stret­ti», e quel­li pul­led, va­le a di­re «at­ti­ra­ti» da pro­spet­ti­ve di mi­glio­ra­men­to della lo­ro con­di­zio­ne eco­no­mi­ca. Lo schema sug­ge­ri­to da Kunz non in­ten­de­va af­fat­to sta­bi­li­re dif­fe­ren­ze qua­li­ta­ti­ve o di «va­lo­re» fra le due spe­cie di mi­gran­ti, ma sem­pli­ce­men­te sug­ge­ri­re cri­te­ri clas­si­fi­ca­to­ri neu­tra­li, pri­vi di im­pli­ca­zio­ni sul pia­no pra­ti­co.

Que­sta im­po­sta­zio­ne vie­ne di fat­to ro­ve­scia­ta con i di­ver­si trat­ta­ti co­mu­ni­ta­ri en­tra­ti in vi­go­re ne­gli ul­ti­mi anni, nei qua­li l’in­no­cua di­stin­zio­ne di Kunz vie­ne usa­ta per sta­bi­li­re nor­me ra­di­cal­men­te di­ver­se di trat­ta­men­to, in forza del­le qua­li il pro­fu­go de­ve es­se­re ac­col­to, men­tre il mi­gran­te eco­no­mi­co de­ve es­se­re re­spin­to. Eb­be­ne que­sta po­la­riz­za­zio­ne, in ap­pa­ren­za lim­pi­da, è in real­tà de­sti­tui­ta di ogni fon­da­men­to, per una mol­te­pli­ci­tà di mo­ti­vi che qui si pos­so­no sem­pli­ce­men­te elen­ca­re. An­zi­tut­to, ra­ra­men­te la cau­sa dell’emi­gra­zio­ne è ri­con­du­ci­bi­le ad un so­lo fat­to­re. In se­con­do luo­go, lo stes­so di­rit­to all’ac­co­glien­za dei pu­shed è in real­tà la­scia­to al­la di­scre­zio­na­li­tà dei go­ver­ni, se è ve­ro che al­lo stes­so in­di­vi­duo vie­ne ri­co­no­sciu­to lo sta­tus di pro­fu­go in un pae­se, e vie­ne con­tem­po­ra­nea­men­te ne­ga­to in al­tri pae­si.

Ca­so em­ble­ma­ti­co: nel 2011 la Sve­zia ac­co­glie co­me pro­fu­ghi ol­tre 8000 mi­gran­ti, la me­tà dei qua­li si era vi­sto ne­ga­re l’asilo dal­la Gre­cia. Per con­ver­so, sono nu­me­ro­si i casi di «asy­lum shop­ping», va­le a di­re di mi­gran­ti che ot­ten­go­no asilo in più di un pae­se, e scel­go­no di an­da­re in quel­lo che of­fre le con­di­zio­ni mi­glio­ri. Ma ciò che ren­de del tutto in­so­ste­ni­bi­le – per­fi­no sul pia­no del buon sen­so – la di­stin­zio­ne fra pro­fu­ghi e «eco­no­mi­ci» è il cri­te­rio po­sto al­la ba­se dell’ac­co­glien­za dei ri­chie­den­ti asilo. Es­si, in­fat­ti, ven­go­no ac­col­ti in quan­to fug­go­no da si­tua­zio­ni di guer­ra o di per­se­cu­zio­ne politica ca­pa­ci di met­ter­ne a ri­schio l’in­co­lu­mi­tà. Il prin­ci­pio è dun­que of­fri­re una via di sal­vez­za a chi sia in pe­ri­co­lo di vita. Ma al­lo­ra non si ca­pi­sce per­ché sia me­no me­ri­te­vo­le di aiu­to chi ri­schia di mo­ri­re per la fa­me e il sot­to­svi­lup­po. E’– o do­vreb­be es­se­re evi­den­te – che in en­tram­bi i casi la con­di­zio­ne è quel­la di es­se­re pu­shed, e cioè «co­stret­ti» a la­scia­re il pae­se di ori­gi­ne, nel ten­ta­ti­vo di so­prav­vi­ve­re. Per tor­na­re al de­cre­to Min­ni­ti, al­cu­ni aspet­ti po­si­ti­vi sono cer­ta­men­te in­ne­ga­bi­li.

Ma la ri­pre­sa e la cri­stal­liz­za­zio­ne di una di­stin­zio­ne con­cet­tual­men­te ed eti­ca­men­te inac­cet­ta­bi­le ne com­pro­met­to­no la già tra­bal­lan­te cre­di­bi­li­tà.

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