Viag­gio nell’of­fi­ci­na di Jo­na­than, l’uo­mo che ag­giu­sta gli uo­mi­ni

Vi­cen­za, una co­mu­ni­tà di re­cu­pe­ro per cri­mi­na­li e sban­da­ti vi­sta da den­tro

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Di Emilio Ran­don

L’of­fi­ci­na del si­gnor «Jo­na­than» as­sem­bla uo­mi­ni. Gli ar­ri­va­no smon­ta­ti - as­sas­si­ni, la­dri, ra­pi­na­to­ri, il car­ce­re glie­li man­da al­la rin­fu­sa – e il suo la­vo­ro con­si­ste nel met­te­re in­sie­me i pez­zi. Tal­vol­ta ci rie­sce, tal­vol­ta no, qua­si sem­pre ne man­ca uno. Tro­va­re il pezzo man­can­te è la sua specialità.

VI­CEN­ZA L’of­fi­ci­na del si­gnor «Jo­na­than» as­sem­bla uo­mi­ni. Gli ar­ri­va­no smon­ta­ti - as­sas­si­ni, la­dri, ra­pi­na­to­ri, il car­ce­re glie­li man­da al­la rin­fu­sa – e il suo la­vo­ro con­si­ste nel met­te­re in­sie­me i pez­zi. Tal­vol­ta ci rie­sce, tal­vol­ta no, qua­si sem­pre ne man­ca uno.

Tro­va­re il pezzo man­can­te è la sua specialità. In que­sto si fa aiu­ta­re da Ste­fa­nia e Lo­ren­zo, due part-ti­me. Di­re che i pez­zi li fab­bri­ca a ma­no sa­reb­be cor­ret­to se non fos­se che de­ve met­ter­ci an­che l’ani­ma. Inoltre non ci so­no ma­nua­li da con­sul­ta­re, né istru­zio­ni per l’uso – lui dice che non c’è nem­me­no un re­go­la­men­to, «ci so­no so­lo regole» an­che se poi, par­lan­do­gli, in­tui­sci che da qual­che par­te de­ve aver im­pa­ra­to: in se­mi­na­rio for­se, l’uni­ca scuo­la pro­ba­bil­men­te in gra­do di for­ni­re una suf­fi­cien­te preparazione in ma­te­ria – in ogni ca­so, quan­do «Jo­na­than» ha for­tu­na e tro­va il pezzo man­can­te, l’uo­mo vie­ne fuo­ri in­te­ro o qua­si, di­ver­sa­men­te il la­vo­ro re­sta in­com­ple­to.

L’ «of­fi­ci­na» di cui par­lia­mo è un’as­so­cia­zio­ne di pro­mo­zio­ne so­cia­le. Si chia­ma «Pro­get­to Jo­na­than» e sor­ge in via della Pa­glia al­la pe­ri­fe­ria di Vi­cen­za in un vec­chio ca­sa­le che le suo­re della Di­vi­na Vo­lon­tà han­no da­to in co­mo­da­to. At­tual­men­te ospi­ta ot­to per­so­ne più quat­tro o cin­que ester­ni che van­no e ven­go­no e ha an­che una pre­si­den­te, Em­ma Ros­si. Uno de­gli ester­ni, re­cen­te­men­te, è usci­to e non è più rien­tra­to, fat­to ir­ri­le­van­te in sé - ca­pi­ta, c’è chi eva­de, chi la­ti­ta, chi torna e chie­de scu­sa – e nes­sun gior­na­le ci avreb­be fat­to ca­so se lui non fos­se il ce­le­bre Gian­ni Gia­da, ex «con­ta­bi­le» della ma­la del Bren­ta chia­ma­to an­che il «do­ge ne­ro» a cui il giu­di­ce ha re­vo­ca­to la se­mi­li­ber­tà per cer­te let­te­re che da due an­ni scri­ve­va a una ra­gaz­za, una ex-vo­lon­ta­ria del «Pro­get­to Jo­na­than», let­te­re dal con­te­nu­to as­sai po­co do­ga­le, di­cia­mo pu­re osce­ne. Stal­king. Nei gior­ni suc­ces­si­vi al­tre due ra­gaz­ze han­no la­men­ta­to lo stes­so trat­ta­men­to.

Gian­ni Gia­da è un esem­pio di pezzo man­can­te. E po­trem­mo par­ti­re da qui per rac­con­ta­re i fal­li­men­ti del nostro «mec­ca­ni­co» o an­che dei suoi suc­ces­si che so­no in quan­ti­tà su­pe­rio­re e dei qua­li - ed è que­sto il bel­lo - «non se ne ha pro­va se non quan­do ar­ri­va­no». Il «con­trol­lo di qua­li­tà» è dif­fi­ci­le e i ri­scon­tri pos­so­no sal­ta­re gli an­ni, per non di­re dell’opi­nio­ne co­mu­ne se­con­do cui i cri­mi­na­li re­sta­no sem­pre cri­mi­na­li, co­sa su cui «Jo­na­than» non avreb­be nul­la da obiet­ta­re sen­non­ché l’ar­go­men­to è ba­na­le.

Do­po aver spil­la­to l’ac­qua fre­sca dal poz­zo ar­te­sia­no del cor­ti­le e riem­pi­to­mi il bic­chie­re - lui mi guar­da drit­to e dice: «Di ogni uo­mo che en­tra qui den­tro ri­ce­vo tre ver­sio­ni, quel­la rac­con­ta­ta dai gior­na­li, quel­la for­ni­ta dai ca­ra­bi­nie­ri e quel­la che dice lui. Nes­su­na del­le tre è ve­ra, tan­to va­le far­ne a me­no. So tut­ta­via che chi vie­ne qui dà sem­pre col­pa agli al­tri: qual­cu­no li ha tra­di­ti o so­no sta­ti bec­ca­ti o li han­no mal con­si­glia­ti, di­co­no tut­to me­no quel­la che mi in­te­res­sa sen­ti­re: che han­no fat­to del male a qual­cu­no e che a quel qual­cu­no pen­sa­no. E’ il lo­ro pezzo man­can­te, la par­te che non han­no. Pro­cu­rar­glie­la, o al­me­no pro­var­ci, è il mio la­vo­ro. Si chia­ma la­vo­ro di «ri­pa­ra­zio­ne».

In quel mo­men­to si apre il can­cel­lo e una vo­lan­te dei Ca­ra­bi­nie­ri scarica un nuo­vo ospite, Ghez­zim, al­ba­ne­se, 20 an­ni, pri­vo di tut­to, an­che del­le mu­tan­de di scor­ta. Jo­na­than lo af­fi­da a Ru­bin, un cor­re­li­gio­na­rio spe­ri­men­ta­to e fred­do – «Ru­bin spa­ra­va e spa­ra­va drit­to» – il fat­to è che Ghez­zim pri­ma di es­se­re ar­re­sta­to in Ita­lia ha pas­sa­to due an­ni chiu­so in ca­sa in Al­ba­nia per via del Ka­nun (leg­ge del san­gue: tu hai am­maz­za­to mio fi­glio, io mi pren­do il tuo, la ven­det­ta tut­ta­via non si con­su­ma in ca­sa della vittima, de­ve av­ve­ni­re all’aper­to, quin­di, fin­ché uno re­sta in ca­sa, è al si­cu­ro), per que­sto Ghez­zim si sen­te al si­cu­ro e ti guar­da con gli oc­chi di un ca­ne che ha tro­va­to il pa­dro­ne.

«Ri­pa­ra­zio­ne, ades­so co­min­cia a par­lar­ne an­che il Mi­ni­ste­ro di Giu­sti­zia, e che co­sa sia è pre­sto det­to: non è un in­den­niz­zo, non è il per­do­no del­le vit­ti­me, è il pro­ces­so al­la fi­ne del qua­le il reo si ren­de con­to del male che ha fat­to, è il sen­ti­men­to con cui può ri­scat­ta­re se stes­so e ri­con­ci­liar­si con la so­cie­tà».

Non ac­ca­de sem­pre e, se ac­ca­de, lo si sa do­po, tal­vol­ta mai. Con Pie­tro è ac­ca­du­to. A Mi­la­no ave­va uc­ci­so un uo­mo e qui al «Pro­get­to Jo­na­than» ci era ar­ri­va­to con la fac­cia del ‘ndran­ghe­ti­sta ri­bat­tu­to: «Che ci fa­te voi qua – ha chie­sto ai vo­lon­ta­ri della strut­tu­ra – fa­te del be­ne? Co­glio­ni!» . «Pie­tro si è di­plo­ma­to ra­gio­nie­re, è usci­to e si è lau­rea­to con una te­si sul no-pro­fit pro­prio lui che era un pro­fit al­lo sta­to pu­ro (ho a che fa­re con te so­lo se mi con­vie­ne), poi è tor­na­to in Ca­la­bria e sul cam­po del pa­dre mor­to, a Me­so­ra­ca, a 750 me­tri sul ma­re, ha pian­ta­to uli­vi. Ora pro­du­ce olio, le eti­chet­te del­le pri­me bot­ti­glie le ab­bia­mo stam­pa­te in­sie­me, qui al Jo­na­than, le cas­set­te di le­gno per le con­fe­zio­ni na­ta­li­zie le ha co­strui­te An­ca­giu­na, un fa­le­gna­me pe­ru­via­no, un omi­ci­da».

Il pezzo man­can­te è sta­to tro­va­to per Dar­lin­ton, ni­ge­ria­no, la fa­mi­glia ster­mi­na­ta da Bo­ko Ha­ram. A Lam­pe­du­sa qual­cu­no gli ha det­to «but­ta la ci­ma», lui l’ha but­ta­ta e la po­li­zia lo ha ar­re­sta­to co­me sca­fi­sta. «Qui si pa­ga­va l’af­fit­to por­tan­do in gi­ro la dro­ga, 45 eu­ro a con­se­gna. Di­ce­va di es­se­re un sar­to. Al­lo­ra gli ho mes­so da­van­ti una vec­chia Paf, una mac­chi­na da cu­ci­re che ap­par­te­ne­va a mio pa­dre e gli ho in­ti­ma­to: ades­so cu­ci. Lui ha ti­ra­to fuo­ri la spo­li­na, ha in­fi­la­to il fi­lo nell’ago e in quel mo­men­to ho vi­sto mio pa­dre, an­che mio pa­dre fa­ce­va il sar­to».

«Un al­tro è Pino, uno che ha co­no­sciu­to qui la sua don­na e mi ha vo­lu­to co­me te­sti­mo­ne al suo ma­tri­mo­nio. For­se ti ser­ve qual­cu­no di me­glio, ho chie­sto. No, ha ri­spo­sto, que­sta è la mia ca­sa. Un al­tro an­co­ra è Bi­lan che se ne an­dò. Do­po sei an­ni tor­nò, mi­se sul ta­vo­lo una bu­sta con la rac­co­man­da­zio­ne di apri­la do­po. Den­tro c’era­no 300 eu­ro e un bi­gliet­to: «Sei an­ni mi ci so­no vo­lu­ti, so­lo al ter­zo ho ca­pi­to il be­ne che mi ave­te fat­to».

I pez­zi che man­ca­no a vol­te tor­na­no in ma­nie­ra crip­ti­ca. Co­me per Su­per, un geor­gia­no che sa­pe­va so­lo di­re Su­per per­ché non co­no­sce­va al­tre pa­ro­le in ita­lia­no. Un gior­no «Jo­na­than» ha ri­ce­vu­to una chia­ma­ta dal­la Sviz­ze­ra, dall’al­tro ca­po del fi­lo so­lo una pa­ro­la: «Su­per». E nient’al­tro. «Jo­na­than», l’ag­giu­sta-uo­mi­ni che non vuo­le il suo no­me sul gior­na­le, man­da avan­ti la ba­rac­ca as­sem­blan­do com­po­nen­ti di pla­sti­ca per una dit­ta di ac­ces­so­ri per ca­ni, la Mps, 5 mi­la di fat­tu­ra­to al me­se, il re­sto gli vie­ne dal­la pub­bli­ca ge­ne­ro­si­tà. Ma gli uo­mi­ni re­sta­no la sua specialità e, an­che se i pez­zi man­can­ti so­no dif­fi­ci­li da tro­va­re, non do­vreb­be es­se­re dif­fi­ci­le au­men­ta­re la pro­du­zio­ne.

Le ver­sio­ni Di ogni uo­mo che en­tra ho 3 ver­sio­ni: quel­la dei gior­na­li, dell’Ar­ma e la sua Le col­pe Il pezzo che man­ca sem­pre è la ca­pa­ci­tà di ca­pi­re il male che han­no fat­to

Co­la­zio­ne da Jo­na­than Gli ospi­ti della co­mu­ni­tà di re­cu­pe­ro vi­cen­ti­na in un mo­men­to di ri­po­so. Du­ran­te il gior­no fan­no an­che un’at­ti­vi­tà la­vo­ra­ti­va: as­sem­bla­no pez­zi in pla­sti­ca

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