LO SCAR­TO FRA VE­NE­TO E GER­MA­NIA

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - Di Gi­gi Co­piel­lo

Apro il gior­na­le sul pc, scor­ro i ti­to­li e uno mi pren­de: «Il Ve­ne­to è me­glio del­la Ger­ma­nia». So­no a Monaco da qual­che gior­no. L’al­ber­go è sul pri­mo ring at­tor­no al cen­tro, da­van­ti all’area dell’Oc­to­ber Fe­st, ma traf­fi­co e ru­mo­ri so­no da Val­da­sti­co Sud. An­dan­do in cit­tà, il pro­ble­ma più se­rio è non fi­ni­re sot­to le bi­ci­clet­te. Il mio te­de­sco di­stin­gue Ver­stand e Ver­nunft, nien­te di più. Ma a Monaco mi muo­vo di gior­no e di se­ra, di qua e di là, con me­no ri­guar­di che a Vi­cen­za. Ie­ri sia­mo sta­ti all’En­gli­scher Gar­ten: è gran­dis­si­mo ol­tre che splen­di­do e si en­tra e si esce da ogni par­te, di gior­no e di not­te. A Lon­dra i par­chi so­no chiu­si e da noi quel­li aper­ti so­no un bel pro­ble­ma. Ep­pu­re c’è di tut­to in gi­ro per Monaco: tan­te lin­gue, mai vi­ste tan­te don­ne ve­la­te, non po­chi i «ne­ri», «pa­dro­ni» di tut­ti i la­vo­ri di pu­li­zia nel­le bir­re­rie. Ho sen­ti­to an­che un «ciao Bru­no, go fi­nio, se ve­de­mo»: età sui cin­quant’an­ni, la­vo­ra in un chio­sco del Gar­ten. Tan­ti te­de­schi, in­som­ma, ma an­che tan­ti al­tri, da ogni par­te del mon­do. Co­me si conviene ad una me­tro­po­li. Ma, a ve­de­re, con­vi­vo­no be­ne e non se la pas­sa­no ma­le. Per nien­te ma­le. Stan­dard abi­ta­ti­vi, ser­vi­zi, ci­lin­dra­ta del­le au­to. Per­si­no il ve­sti­re, che non è la spe­cia­li­tà dei te­de­schi. «Il Ve­ne­to è me­glio del­la Ger­ma­nia». Deb­bo leg­ge­re per for­za l’ar­ti­co­lo. Al­la fi­ne è tut­ta que­stio­ne di ex­port: sia­mo un de­ci­mo, per­si­no un de­ci­mo so­pra di lo­ro. Ma non si fa cen­no che un bel pez­zo del no­stro ex­port va pro­prio in Ger­ma­nia, che poi lo ri­ven­de, co­me suo, in ogni par­te del mon­do.

Co­me fa la BMW, che ha se­de qui a Monaco e di cui sia­mo i prin­ci­pa­li for­ni­to­ri. «Il Ve­ne­to è me­glio del­la Ger­ma­nia». Ma sì, dai che è ve­ro. A la­vo­ra­re sia­mo bra­vi. E lo­ro poi, non la­vo­ra­no mi­ca tan­to. So­no l’uni­co pae­se al mon­do con le 35 ore set­ti­ma­na­li. E do­po le 18, non tro­vi un ne­go­zio aper­to. Noi la­vo­ria­mo be­ne e so­prat­tut­to di più. Ma tut­to fi­ni­sce qui. Lo­ro han­no an­che e so­prat­tut­to un li­vel­lo di con­vi­ven­za. Noi, sem­pli­ce­men­te, non ce l’ab­bia­mo. Pren­dia­mo i tra­spor­ti pub­bli­ci: la re­gia è del­la cit­tà me­tro­po­li­ta­na di Monaco che ha mes­so il ser­vi­zio sul mer­ca­to, in ga­ra. Ha co­sì eli­mi­na­to il mo­no­po­lio di Deu­tschBahn, ma ha an­che rea­liz­za­to un au­men­to del 70% di cit­ta­di­ni tra­spor­ta­ti. A Mi­la­no han­no scio­pe­ra­to so­lo all’idea che pos­sa suc­ce­de­re, a Ro­ma man­co ci pen­sa­no, nel Ve­ne­to dell’au­to­no­mia co­man­da­no sen­za ga­ra le Fer­ro­vie del­lo Sta­to cen­tra­le e na­zio­na­le. Si di­ce­va cit­tà me­tro­po­li­ta­na: Monaco lo è da tem­po e sfio­ra i tre mi­lio­ni di abi­tan­ti. In­som­ma: vai in Ger­ma­nia, un pae­se che cam­bia e con­ti­nua a cam­bia­re. Ma sen­ti un pae­se che ha im­pa­ra­to la con­vi­ven­za nel cam­bia­men­to. La vi­ta nel­la gran­de Monaco te lo fa ve­de­re. Tor­ni in Ita­lia, nel Ve­ne­to, a ca­sa e sai che tro­vi so­lo chi sof­fia sui fuo­chi ac­ce­si dal cam­bia­men­to. Mi­ca si pen­sa a go­ver­nar­li. Va be­ne l’ex­port, ma è so­lo ro­ba, per quan­to di prez­zo e di pre­gio. Ve­dia­mo di fa­re an­che un po’ di im­port, da que­sta Ger­ma­nia che ha im­pa­ra­to la con­vi­ven­za nel cam­bia­men­to.

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