La scom­mes­sa: «Un ge­nio, ci cre­do» «No, un az­zar­do»

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Da Prima Pagina - di Ni­co­la Mu­na­ro e Re­na­to Pi­va

VENEZIA Av­vi­so ai na­vi­gan­ti: chi non ha mai avu­to la bal­za­na idea di so­sti­tui­re sa­cre ef­fi­gi con una pro­sai­ca fo­to di Cas­sa­no An­to­nio da Ba­ri, quel­la vec­chia pe­rò, si leg­ga il pez­zo a fian­co. Per­ché il cal­cio non è una scien­za esat­ta. E di esat­to in Cas­sa­no non c’è pro­prio nul­la. Per quel­lo ci pia­ce.

In che ruo­lo gio­ca? È uti­le o dan­no­so? La do­man­da è sem­pre la stes­sa da quel­la not­te (18 di­cem­bre 1999) in cui il­lu­mi­nò il mon­do con uno stop di tac­co, fin­ta a un cer­to Blanc e Fer­ron tra­fit­to. Gol. In­ter (di Lip­pi, uno che non lo amò mai for­se per quel­la not­te) in gi­noc­chio, Ba­ri in de­li­rio: epi­fa­nia di un fe­no­me­no. Uti­le o dan­no­so? Co­me ogni co­sa bel­la, co­me ogni co­sa di cui non si può fa­re a me­no. Tot­ti, uno che ha se­gna­to un’epo­ca, ha det­to che «Cas­sa­no è quel­lo con cui mi so­no di­ver­ti­to di più». Ec­co: di­ver­ti­to. Cas­sa­no non è un 9 ma se­gna, non è un 10 ma in­ven­ta. Gio­ca a cal­cio a cin­que in un cam­po da un­di­ci: tac­co, stop di suo­la, cor­po in pro­te­zio­ne e pun­ta­ta. Non lo fa nes­su­no ol­tre a lui. È una con­trad­di­zio­ne.

Cas­sa­no An­to­nio è la bel­lez­za di quell’es­se­re che non è sta­to. Ma non è sta­to per scel­ta, non per al­tro de­sti­no. È pu­ro pia­ce­re este­ti­co, il bri­vi­do dell’at­te­sa, il ri­schio di non sa­pe­re co­sa suc­ce­de­rà. C’è una not­te che lui non di­men­ti­che­rà mai, e non lo fa­ran­no i ti­fo­si del­la Samp­do­ria, co­me chi scri­ve. Ge­no­va, sta­dio Ma­ras­si, 25 ago­sto 2010, ri­tor­no dei pre­li­mi­na­ri di Champions Lea­gue, Samp­do­ria-Wer­der. I blu­cer­chia­ti de­vo­no re­cu­pe­ra­re il 3-1 dell’an­da­ta in Ger­ma­nia e si af­fi­da­no a Cas­sa­no-Paz­zi­ni: gli stes­si a cui guar­de­ran­no Pec­chia e l’Hel­las da do­ma­ni. Paz­zi­ni-Paz­zi­ni e Cas­sa­no. Di tac­co all’85esi­mo. Tre a ze­ro Do­ria a cin­que mi­nu­ti dal so­gno. Tut­to inu­ti­le. La cro­na­ca, crudele, rac­con­ta di un mor­ti­fe­ro uno-due del Bre­ma e di una Samp fuo­ri.

In quel­la not­te di Ma­ras­si, con lo sta­dio che ap­plau­de e giu­ra amo­re eter­no al ra­gaz­zo di Ba­ri Vec­chia, è di­pin­ta la car­rie­ra di Cas­sa­no. L’api­ce che di­ven­ta il pri­mo pas­so per la ca­du­ta. Ar­ri­va­to dal Real Ma­drid nel 2007, il nu­me­ro 99 ri­vi­ve in 120 mi­nu­ti la ver­ti­gi­ne dei gior­ni pas­sa­ti con ad­dos­so la ma­glia del club più for­te del mon­do, dov’è di­ven­ta­to fa­mo­so più per l’imi­ta­zio­ne del mi­ster Ca­pel­lo che per le gio­ca­te.

In vet­ta, in­som­ma, crol­la. Il gio­ca­to­re di­ven­ta­to buo­no, con le fa­mi­ge­ra­te «cas­sa­na­te» mes­se in un ri­po­sti­glio, tor­na a per­de­re la bus­so­la. Tre me­si do­po, li­te tre­men­da con Ric­car­do Gar­ro­ne e al­lon­ta­na­men­to. Cas­sa­no va al Mi­lan, lui che è in­te­ri­sta. E ai pri­mi pas­si da ros­so­ne­ro, in una ven­to­sa e ano­ni­ma gior­na­ta di cam­pio­na­to a Ca­glia­ri, con un col­po di ge­nio (da fermo, ma a chi im­por­ta poi) met­te ta­le Stras­ser a un me­tro dal­la por­ta: gol e 1-0 del Mi­lan di Al­le­gri, che sban­ca Ca­glia­ri e si lan­cia ver­so il ti­to­lo, uni­co scu­det­to di FantAntonio (ol­tre a una Li­ga col Real nel 2007).

Nel 2012, al­tra ri­vo­lu­zio­ne: An­to­nio cam­bia spon­da del Na­vi­glio e va all’In­ter, ma non c’è fee­ling. Ar­ri­va Par­ma: un an­no e mez­zo fol­le che lo ri­por­ta in Na­zio­na­le con i du­ca­li tra­sci­na­ti in pa­ra­di­so (Ue­fa) e ab­ban­do­na­ti sul­la boc­ca dell’in­fer­no, quan­do c’era da gio­ca­re sen­za la cer­tez­za del­lo sti­pen­dio. Sem­bra­va la fi­ne di tut­to, era so­lo l’en­ne­si­ma at­te­sa. Cas­sa­no tor­na a ca­sa, da noi, al­la Samp, do­ve in un’al­tra not­te - 6 gen­na­io 2016 - ro­ve­scia il cie­lo con tre aper­tu­re che spia­na­no al Do­ria la stra­da del suc­ces­so nel derby. Fi­ni­rà quel­la sta­gio­ne, poi un an­no ai mar­gi­ni e ora Ve­ro­na. Nel­la cit­tà con­se­gna­ta all’eter­ni­tà da Sha­ke­spea­re, non po­te­va che es­ser­ci una nuo­va vi­ta per la poe­sia di Fantantonio. Che non è un ta­len­to spre­ca­to: è uno che il ta­len­to ha de­ci­so di vi­ver­lo co­sì. Ha scel­to di ri­ma­ne­re per sem­pre Pe­ter Pan, di non cre­sce­re mai e di il­lu­mi­na­re le not­ti di chi la ma­gia la cer­ca in una pal­la che ro­to­la. E Pe­ter Pan, co­me Cas­sa­no, è una fa­vo­la a cui è trop­po dif­fi­ci­le ri­nun­cia­re. A cui io non so ri­nun­cia­re.

Ha scel­to di es­se­re Pe­ter Pan A chi im­por­ta se gio­ca da fermo, con uno stop e un «no look» può ro­ve­scia­re il cie­lo so­pra la par­ti­ta. È l’ul­ti­mo ar­ti­sta del pal­lo­ne.

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