«Noi, che fer­mia­mo gli uo­mi­ni pri­ma del ba­ra­tro. La pri­ma co­sa? Bloc­ca­re la lo­ro rab­bia»

Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) - - Regione Attualità - Ni­co­la Mu­na­ro © RIPRODUZIONE RISERVATA

MON­TE­BEL­LU­NA (TRE­VI­SO) An­to­nio lo di­ce sem­pre e la me­ta­fo­ra ren­de be­ne. Con vo­ce cal­ma ri­pe­te che «an­che chi è ar­ri­va­to a de­ci­de­re la fi­na­le di un mon­dia­le di cal­cio ha ini­zia­to co­me i tan­ti che poi si so­no per­si lun­go la stra­da, cioè ti­ran­do cal­ci nel cor­ti­le die­tro ca­sa». Lo ri­pe­te a tut­ti que­gli uo­mi­ni che al­za­no il te­le­fo­no - spin­ti da qual­cu­no o per spon­ta­nea vo­lon­tà - e gli chie­do­no se an­che lo­ro pos­sa­no mai com­met­te­re fem­mi­ni­ci­di. A lo­ro An­to­nio Ro­meo, co­fon­da­to­re del cen­tro di ascolto «Cam­bia­men­to Ma­schi­le» di Mon­te­bel­lu­na, ri­spon­de co­me al so­li­to: iden­ti­co l’ini­zio tra chi gio­ca la fi­na­le dei mon­dia­li di cal­cio e chi non ce la fa com’è iden­ti­co il primo trat­to di stra­da tra chi uc­ci­de la com­pa­gna e chi in­ve­ce a quel li­vel­lo non ci ar­ri­va mai. La differenza è in ciò che c’è di mez­zo. Nel­la de­ci­sio­ne di sal­var­si un at­ti­mo pri­ma del sal­to nel vuo­to.

«Ma si par­te sem­pre da lì, da uno schiaf­fo o da una pa­ro­la di trop­po. Per­ché il fem­mi­ni­ci­dio è in ca­po all’uo­mo», spie­ga An­to­nio. Lui, con l’aiu­to di una psi­co­lo­ga, dal 2015 ha ri­spo­sto al­le ri­chie­ste di sal­vez­za di una tren­ti­na di uo­mi­ni. Per­so­ne che han­no vi­sto il ba­ra­tro e si so­no fer­ma­te a un cen­ti­me­tro dall’abis­so. Uo­mi­ni di ogni età e di qua­lun­que pro­fes­sio­ne: ope­rai, me­di­ci, in­se­gnan­ti, ar­ti­gia­ni, po­li­ziot­ti, mi­li­ta­ri, fun­zio­na­ri. Dai 29 ai 74 an­ni. Non uo­mi­ni che odia­no le don­ne, ma uo­mi­ni «che non san­no con­trol­la­re la lo­ro rab­bia. Che non san­no dare il giu­sto no­me al­le co­se».

«Il ca­no­vac­cio - pre­ci­sa An­to­nio Ro­meo - è sem­pre lo stes­so: di fon­do c’è un’in­ca­pa­ci­tà di co­mu­ni­ca­re i pro­pri sen­ti­men­ti e la pau­ra di fal­li­re di fron­te agli ste­reo­ti­pi che ven­go­no in­cul­ca­ti nel­la te­sta dei ma­schi, fin da pic­co­li». L’idea di una don­na co­me «ro­ba mia» è la pri­ma da smon­ta­re.

«Chiun­que chia­mi al nu­me­ro del cen­tro (345.9528685, ndr) ini­zia sem­pre con pa­ro­le che ten­do­no al­la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne - rac­con­ta -. Chi chia­ma par­la di un “pic­co­lo schiaf­fo” da­to o di “ten­ta­ti­vi di sui­ci­di in­sce­na­ti dal­la mo­glie”, in­cen­tran­do l’in­te­ro di­scor­so su co­me sia “sta­ta lei” a fa­re qual­co­sa. Io al­lo­ra ri­spon­do: “con­cen­tria­mo­ci su di te”. Ed è co­sì che ci ac­cet­ta, si apre». E si sal­va Un per­cor­so non fa­ci­le quel­lo pro­po­sto da «Cam­bia­men­to ma­schi­le»: cin­que in­con­tri sin­go­li, 17 di grup­po e poi un an­no di af­fian­ca­men­to. «Noi non giu­sti­fi­chia­mo, non in­ter­pre­tia­mo e non con­si­glia­mo: chi vie­ne da noi de­ve sa­pe­re che de­ve far­ce­la da so­lo. Via i luo­ghi co­mu­ni sul ma­schio che non de­ve chie­de­re e pie­na con­sa­pe­vo­lez­za di co­me go­ver­na­re la rab­bia. La vio­len­za non ha giu­sti­fi­ca­zio­ni».

La scom­mes­sa pe­rò sem­bra riu­sci­re: di mol­le che so­no sul pun­to di sal­ta­re, ne sal­ta­no sem­pre me­no. Tra chi chia­ma per­ché «a ca­sa non mi sto com­por­tan­do mol­to be­ne» e chi la­scia per stra­da, c’è an­che chi ce l’ha fat­ta. «Una vol­ta un uo­mo che era ve­nu­to da noi an­nun­cian­do che avreb­be uc­ci­so la com­pa­gna e poi si sa­reb­be uc­ci­so in ca­so di se­pa­ra­zio­ne. Do­po al­cu­ni me­si di si­len­zio, mi ha chia­ma­to in un bar e mi ha det­to “Tu mi hai cam­bia­to la te­sta. Ho ac­cet­ta­to la se­pa­ra­zio­ne e so­no se­re­no”. Ma io non ave­vo fat­to nulla - è la te­si di An­to­nio ha fat­to tut­to lui. La real­tà è ben di­ver­sa da quel­lo che si leg­ge: non esi­sto­no rap­tus di fol­lia, non esi­sto­no mo­stri. Chi com­met­te un fem­mi­ni­ci­dio o usa vio­len­za sul­le don­ne è un uo­mo co­me tan­ti, una per­so­na nor­ma­le. Noi in­se­gnia­mo a lo­ro a ri­co­no­sce­re i pro­pri pun­ti de­bo­li, a non sen­tir­si umi­lia­ti nel con­fes­sa­re al­la com­pa­gna even­tua­li fal­li­men­ti. A cam­bia­re l’ini­zio del­la sto­ria. Per­ché tut­ti par­to­no dal­lo stes­so pun­to. Ma in mez­zo ci si può an­che sal­va­re».

An­to­nio Ro­meo

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