«Da un pro­dut­to­re avan­ces a 24 an­ni Ma gli dis­si di no»

L’at­to­re di Sar­ni­co e l’epi­so­dio av­ve­nu­to a New York a 24 an­ni «Aiu­ta­to dai va­lo­ri che mi ha tra­smes­so la fa­mi­glia»

Corriere della Sera (Bergamo) - - DA PRIMA PAGINA - Scar­di

Ales­sio Bo­ni in­ter­vie­ne sul ca­so che sta agi­tan­do il mon­do del­lo spet­ta­co­lo: «An­che io ho su­bì­to del­le avan­ces da un pro­dut­to­re ame­ri­ca­no. Ho ri­spo­sto di no e me ne so­no tor­na­to in Ita­lia. So­no sta­to aiu­ta­to an­che dai va­lo­ri che mi ha tra­smes­so la fa­mi­glia».

Su­bì un’avan­ce che fi­nì nel nul­la, sen­za trau­mi. Una ri­ve­la­zio­ne che por­ta Ales­sio Bo­ni a in­ter­ve­ni­re sul te­ma del­le mo­le­stie ses­sua­li. Nei ci­ne­ma con «La ra­gaz­za nel­la neb­bia» per la re­gia di Do­na­to Car­ri­si e da gio­ve­dì con «Aga­dah» di Al­ber­to Ron­dal­li, men­tre, da sta­se­ra su Ra­iu­no, è il pro­ta­go­ni­sta del­la fic­tion «La stra­da di ca­sa», l’at­to­re di Sar­ni­co af­fron­ta la que­stio­ne pur­ché non se ne par­li con leg­ge­rez­za, né in mo­do da agi­ta­re il pol­ve­ric­cio del gos­sip. A scop­pia­re, per pri­mo, è sta­to lo scan­da­lo che ve­de pro­ta­go­ni­sta il pro­dut­to­re hol­ly­woo­dia­no Har­vey Wein­stein, di­la­ga­to in Ita­lia con la de­nun­cia di Asia Ar­gen­to, se­gui­ta dall’ou­ting di tan­te col­le­ghe. Ci rac­con­ti co­sa è suc­ces­so quan­do ave­va 24 an­ni.

«Do­ve­vo gi­ra­re un film e an­dai a New York per di­scu­te­re dei det­ta­gli con il pro­dut­to­re. La se­ra pri­ma mi fe­ce co­no­sce­re mo­glie e fi­glio, non po­te­vo im­ma­gi­na­re fos­se bi­ses­sua­le. Quan­do ci pro­vò, ri­spo­si: no, mi spia­ce. E tor­nai a ca­sa. Oggi mi fa sor­ri­de­re, ma al­lo­ra per nien­te. Non ho su­bì­to vio­len­ze e in fon­do mi ero fat­to un viag­gio ne­gli Sta­ti Uni­ti spe­sa­to. Que­sto è un ca­so stu­pi­do che può suc­ce­de­re a chiun­que, an­che a una ra­gaz­za che ri­ce­ve per stra­da un com­pli­men­to da un gar­zo­ne. Tut­to­ra mi fan­no avan­ces. Sta a noi ave­re la for­za di re­spin­ger­le». Al­tra co­sa so­no le mo­le­stie.

«Ogni epi­so­dio è a se stan­te, va in­da­ga­to e può suc­ce­de­re an­che ai ra­gaz­zi. Il pre­da­to­re eser­ci­ta una vio­len­za psi­co­lo­gi­ca, ha le an­ten­ne, sa chi de­ve pun- ta­re, terrorizza, mi­nac­cia di fa­re ter­ra bru­cia­ta at­tor­no al­la vit­ti­ma. Si cre­de sia una pra­ti­ca da mon­do del­lo spet­ta­co­lo, in real­tà ac­ca­de ovun­que ci sia una for­ma di po­te­re: ne­gli uf­fi­ci, nel­le ban­che, do­ve sei co­stret­ta a es­se­re in ghin­ghe­ri sot­to pres­sio­ne per ot­to ore al gior­no. Se non ci stai sei fuo­ri, scar­ta­ta. Lui eser­ci­ta la pro­pria au­to­ri­tà for­te di una po­si­zio­ne, ma è un de­bo­le. La ra­gaz­za fi­ni­sce per sen­tir­si stu­pi­da e com­pli­ce. Non si con­fi­da con nes­su­no. Suc­ce­de a una se­gre­ta­ria o a una com­mes­sa, fi­gu­ria­mo­ci se hai da­van­ti il più im­por­tan­te dei pro­dut­to­ri. Ma non è una scu­san­te».

Co­sa bi­so­gna fa­re per non ca­de­re in trap­po­la?

«De­nun­cia­re do­po 5 mi­nu­ti, ma an­che do­po vent’an­ni. E un pre­da­to­re ci pen­se­rà die­ci vol­te pri­ma di com­met­te­re un abu­so. Per op­por­si, al­la ba­se de­vo­no es­ser­ci va­lo­ri cul­tu­ra­li for­ti. Io, sep­pur mol­to gio­va­ne, ave­vo le ba­si so­li­de del­la mia fa­mi­glia. Ma una ra­gaz­za può ca­scar­ci, so­prat­tut­to se non si sman­tel­la la men­ta­li­tà che se non sei ca­ri­na o non vai a ce­na col tuo ca­po, non ot­ter­rai un la­vo­ro».

Lo scan­da­lo è di­la­ga­to in Ita­lia. Co­sa ne pen­sa?

«La giu­sti­zia de­ve fa­re il suo cor­so an­che qui da noi ov­via­men­te, ma abor­ro la stru­men­ta­liz­za­zio­ne, per­fi­no do­po un ter­re­mo­to ar­ri­va­no gli scia­cal­li, fi­gu­ria­mo­ci in uno scan­da­lo di que­ste di­men­sio­ni. E, in cer­te di­chia­ra­zio­ni, pur­trop­po sen­to puz­za di vit­ti­mi­smo, bi­so­gne­reb­be in­da­ga­re sia sul de­nun­cia­to sia su chi de­nun­cia per­ché non ci vuo­le nien­te per ap­pro­fit­tar­se­ne. Spun­ta­no no­mi di per­so­nag­gi che non si sen­ti­va­no più, ma die­tro ci so­no fa­mi­glie che po­treb­be­ro es­se­re ro­vi­na­te. Ri­cor­dia­mo­ci il ca­so di En­zo Tor­to­ra, un pro­fes­sio­ni­sta per be­ne, ro­vi­na­to per­ché si era cre­du­to al­la pa­ro­la di un ca­mor­ri­sta».

Ve­nia­mo al­la vio­len­za dai ri­svol­ti pe­na­li: nel cor­to «Uc­ci­sa in at­te­sa di giu­di­zio» in­ter­pre­ta uno stal­ker che per­se­gui­ta l’ex, im­per­so­na­ta da Am­bra An­gio­li­ni, per l’as­so­cia­zio­ne «Dop­pia di­fe­sa».

«Non si con­ta­no le don­ne che so­no as­sas­si­na­te per­ché le lo­ro de­nun­ce so­no sta­te trat­ta­te al­la stre­gua di una li­te con­do­mi­nia­le. Se so­no al pron­to soc­cor­so per­ché mi so­no ta­glia­to un di­to, è giu­sto che pas­si avan­ti chi sta aven­do un in­far­to. Il pro­ble­ma è che da noi man­ca un co­di­ce ros­so».

Stru­men­ta­liz­za­zio­ni «In cer­te di­chia­ra­zio­ni sen­to puz­za di vit­ti­mi­smo, in­da­ga­re an­che su chi de­nun­cia»

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