RIN­GRA­ZIA­MEN­TO DA RI­CO­STRUI­RE

Corriere della Sera (Brescia) - - Da Prima Pagina - di Mas­si­mo Te­de­schi mte­de­schi58@gmail.com © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’al­tro gior­no, nel di­scor­so che ha pre­ce­du­to lo sco­pri­men­to dei no­mi dei 18 bre­scia­ni en­tra­ti nel fa­me­dio, il sin­da­co Emi­lio Del Bo­no ha usa­to una pa­ro­la in­fre­quen­te in un intervento pub­bli­co: «gra­ti­tu­di­ne». È il sen­ti­men­to più ve­ro che sta al­la ba­se del ri­to sem­pre più af­fol­la­to che da quat­tro an­ni si ce­le­bra nel Pan­theon cit­ta­di­no: scol­pi­re dei no­mi, col­lo­car­li fra i «gran­di» del pas­sa­to, è un mo­do per ce­le­brar­li, per ad­di­tar­li a esem­pio, per le­ni­re un di­stac­co. Ma è so­prat­tut­to un ge­sto di gra­ti­tu­di­ne per quel­lo che hanno fat­to — di­ret­ta­men­te o in­di­ret­ta­men­te — per Bre­scia, la lo­ro cit­tà, la no­stra co­mu­ni­tà. Nu­tri­re gra­ti­tu­di­ne, di­re gra­zie per qual­co­sa che ab­bia­mo ri­ce­vu­to, av­ver­ti­re che qual­co­sa ci è sta­to da­to gra­tis e gra­tis va re­sti­tui­to è un at­teg­gia­men­to sem­pre più in­con­sue­to. Ed è un ve­ro pec­ca­to. Quan­do era­va­mo una ci­vil­tà con­ta­di­na la fe­sta del rin­gra­zia­men­to era un gran­de ri­to, un la­va­cro col­let­ti­vo, una pub­bli­ca am­mis­sio­ne di quan­to (non sem­pre me­ri­ta­ta­men­te) ci era sta­to da­to. Ora che l’agri­col­tu­ra ha vi­sto ri­dur­si il pro­prio con­tri­bu­to a Pil e oc­cu­pa­zio­ne, la fe­sta del rin­gra­zia­men­to — fra trat­to­ri mi­lio­na­ri e tec­no-at­trez­za­tu­re — as­so­mi­glia so­prat­tut­to a un Deo gra­tia con­ta­bi­le: per­ché il ge­lo non ha fal­ci­dia­to il fat­tu­ra­to, il ga­so­lio agri­co­lo non è rin­ca­ra­to, l’Ue non è sta­ta trop­po ar­ci­gna. E co­sì ci man­ca sem­pre più un mo­men­to in cui di­re, tut­ti in­sie­me e sem­pli­ce­men­te, «gra­zie». Gli Usa, im­pa­sto di tra­di­zio­ne e fu­tu­ro, hanno co­me fe­sta na­zio­na­le più ca­ra pro­prio il thank­sgi­ving day che nel quar­to gio­ve­dì di no­vem­bre ri­cor­da i ri­ti di gra­ti­tu­di­ne che i pa­dri pel­le­gri­ni ce­le­bra­ro­no di fron­te al­la me­ra­vi­glia del lo­ro pri­mo rac­col­to nel Nuo­vo Mon­do. Noi no. Ci il­lu­dia­mo di ave­re tut­to il no­stro de­sti­no nel­le no­stre ma­ni. Una mia zia nu­bi­le che con­tri­buì al­la mia edu­ca­zio­ne mi in­se­gnò, da bam­bi­no, che quan­do si en­tra in un am­bien­te nuo­vo ci si an­nun­cia con un «buon­gior­no» e ci si con­ge­da con un «gra­zie»: per l’at­ten­zio­ne ri­ce­vu­ta, il pia­ce­re dell’in­con­tro, il tem­po de­di­ca­to. Era­va­mo gen­te di pae­se ma tro­vo quell’usan­za mol­to ur­ba­na: ho cer­ca­to di non ab­ban­do­nar­la più. In real­tà ba­sta ri­far­si ai te­sti più al­ti del­la spi­ri­tua­li­tà del Gran Bre­scia­no, Paolo VI. Il suo Te­sta­men­to, in cui de­fi­ni­sce la ter­ra «do­lo­ro­sa, dram­ma­ti­ca e ma­gni­fi­ca», è una se­quen­za di «gra­zie». E nel Pen­sie­ro al­la mor­te la ri­fles­sio­ne re­tro­spet­ti­va è net­ta: «Tut­to era do­no, tut­to era gra­zia». E dun­que il con­ge­do non può che «espri­mer­si in un gran­de e sem­pli­ce at­to di ri­co­no­scen­za, an­zi di gra­ti­tu­di­ne». Re­ga­lia­mo­ci una fe­sta del rin­gra­zia­men­to. Non co­sta nul­la. È gra­tis.

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