VO­CA­ZIO­NE “MAM­MA A TEM­PO”

Non è af­fi­do né ado­zio­ne, ma “pron­ta ac­co­glien­za” di bam­bi­ni al­lon­ta­na­ti da si­tua­zio­ni dif­fi­ci­li, come il neo­na­to del­la “cop­pia dell’aci­do”. Vi­ci­no a Ve­ro­na, a ca­sa di Lau­ra Ber­nar­del­li, 41 an­ni, ma­ri­to e due fi­gli, è un via vai di pic­co­li che re­sta­no gio

Corriere della Sera - Io Donna - - La Legge Del Cuore - Di Giu­si Fa­sa­no, fo­to di Lo­ren­zo Pe­sce per Io don­na

Gli oc­chi dei bam­bi­ni quan­do se ne van­no. La ma­ni­na stret­ta nel­la ma­no di un adul­to e la fac­cet­ta che con­ti­nua a vol­tar­si. Ec­co. Quel­lo è il mo­men­to più dif­fi­ci­le. Il di­stac­co. Lau­ra l’ha vis­su­to co­sì tan­te vol­te che ha do­vu­to im­pa­ra­re: nien­te la­cri­me, sem­mai un ab­brac­cio, ba­ci, ca­rez­ze. Ogni pic­co­li­no la­scia la sua ca­sa fe­li­ce più di quand’è ar­ri­va­to, si me­ri­ta quan­to­me­no un sor­ri­so di in­co­rag­gia­men­to. E lei, Lau­ra, con i sor­ri­si ci sa fa­re. «Ti au­gu­ro tut­to il be­ne che si può, te­so­ro» di­co­no i suoi pensieri men­tre sa­lu­ta il bim­bo o la bim­ba di tur­no. Poi la porta si chiu­de. Fi­ne. È già tem­po per un al­tro bam­bi­no. Non è un af­fi­do, non c’en­tra con l’ado­zio­ne. Si chia­ma pron­ta ac­co­glien­za. Fa­mi­glie come quel­la di Lau­ra che of­fro­no di­spo­ni­bi­li­tà per pren­de­si cu­ra, tem­po­ra­nea­men­te, di bam­bi­ni in dif­fi­col­tà. E i bam­bi­ni ar­ri­va­no: uno do­po l’al­tro, qual­che vol­ta an­che due as­sie­me, se so­no fra­tel­li. È co­sì che si di­ven­ta ma­dri e pa­dri “a tem­po”, ge­ni­to­ri con­sa­pe­vo­li fin dall’ini­zio di fa­re sol­tan­to un pez­zet­ti­no di stra­da bre­vis­si­mo as­sie­me a quei pic­co­li. Po­tran­no ac­com­pa­gnar­li fi­no all’in­cro­cio del fu­tu­ro, por­tar­li fi­no al­la so­glia del­le lo­ro tre pos­si­bi­li­tà: un af­fi­do, l’ado­zio­ne op­pu­re il rien­tro nel­la fa­mi­glia di ori­gi­ne, se è ces­sa­ta l’emer­gen­za che li ha al­lon­ta­na­ti. È una ma­dre a tem­po, per esem­pio, la don­na che si pren­de cu­ra di Achil­le, il fi­glio del­la “cop­pia dell’aci­do”. So­no ma­dri e pa­dri a tem­po gli ope­ra­to­ri e le ope­ra­tri­ci del­le co­mu­ni­tà per l’in­fan­zia dove i bam­bi­ni aspet­ta­no che i giu­di­ci de­ci­da­no del­la lo­ro vi­ta. E poi ci so­no le fa­mi­glie in­te­re, a tem­po. Come quel­la di Lau­ra, che ha 41 an­ni e di co­gno­me fa Ber­nar­del­li. Ca­sa, vi­ta pro­pria e vi­te al­trui in un pae­si­no in pro­vin­cia di Ve­ro­na. Lei, ca­sa­lin­ga, suo ma­ri­to An­to­nio (Ci­re­sa, 43 an­ni, idrau­li­co) e i suoi fi­gli Da­vi­de (15) e Yu­ri (13) da die­ci an­ni ac­col­go­no, ac­cu­di­sco­no, coc­co­la­no bim­bet­ti non piú gran­di di due an­ni e mezzo che spes­so ar­ri­va­no nel­le lo­ro gior­na­te all’im­prov­vi­so, da un’ora all’al­tra. C’è chi si fer­ma per un so­lo gior­no, come le due so­rel­li­ne che ri­ma­se­ro 30 ore ad aspet­ta­re gli zii do­po l’ar­re­sto del­la mam­ma. E c’è chi ri­ma­ne mol­to di più, come i due ge­mel­li­ni ap­pe­na na­ti che si fer­ma­ro­no ot­to me­si. Un’av­ven­tu­ra na­ta dall’idea di un’ado­zio­ne, rac­con­ta Lau­ra. «I miei bim­bi era­no an­co­ra pic­co­li quan­do io e mio ma­ri­to de­ci­dem­mo di adot­ta­re un ter­zo fi­glio, come ave­va­mo sem­pre so­gna­to. Du­ran­te uno dei col­lo­qui con gli as­si­sten­ti so­cia­li ci dis­se­ro: per­ché non un af­fi­do re­si­den­zia­le? Al­lo­ra co­min­ciam­mo a pren­de­re in con­si­de­ra­zio­ne quell’ipo­te­si. Usci­va­mo dal­la stan­za dei col­lo­qui per le ado­zio­ni, en­tra­va­mo in quel­la de­gli af­fi­di. Si pre­sen­tò la pri­ma oc­ca­sio­ne: avrem­mo do­vu­to ave­re un pa­io di in­con­tri e poi ci avreb­be­ro pre­sen­ta­to il bam­bi­no. Era­va­mo di­spo­ni­bi­li, ma quell’in­con­tro non av­ven­ne mai per­ché il bim­bo fu af­fi­da­to ad al­tri. Suc­ces­se un’al­tra co­sa che cam­biò tut­to. Ci dis­se­ro che spes­so si pre­sen­ta­va­no ur­gen­ze dif­fi­ci­li da fron­teg­gia­re, bam­bi­ni e bam­bi­ne che bi­so­gna­va ac­co­glie­re da un mo­men­to all’al­tro per tem­pi li­mi­ta­ti. Ser­vi­va­no ge­ni­to­ri per quel ti­po di ser­vi­zio e chie­se­ro a noi se ci an­da­va di pro­va­re...». Da al­lo­ra in poi la vi­ta, a ca­sa di Lau­ra e An­to­nio, non è sta­ta più la stes­sa. «Cer­to era stra­no il con­ti­nuo ar­ri­vo di bim­bi sco­no­sciu­ti in ca­sa no­stra,

“Ai no­stri due fi­gli ab­bia­mo spie­ga­to che al mon­do ci so­no bam­bi­ni sfor­tu­na­ti e che al­cu­ni di lo­ro sa­reb­be­ro sta­ti con noi

per un po’. Ge­lo­si? Mai”

“Vi­sta do­po die­ci an­ni, que­sta

av­ven­tu­ra ha due “pe­ri­co­li”: il ri­schio di af­fe­zio­nar­si trop­po e la tri­stez­za de­gli ad­dii. Ca­pi­ta quan­do la con­vi­ven­za è lun­ga”

nel­le no­stre gior­na­te. Ab­bia­mo spie­ga­to Da­vi­de Yu­ri che al mon­do ci so­no bam­bi­ni più sfor­tu­na­ti di lo­ro e che, uno al­la vol­ta - se ca­pi­ta­va an­che due - al­cu­ni di quei bam­bi­ni sa­reb­be­ro sta­ti con noi per un po’. Lo­ro non so­no mai sta­ti ge­lo­si e ora che so­no più gran­di dan­no una ma­no: fan­no gio­ca­re i pic­co­li, li cam­bia­no e quan­do ri­ma­nia­mo so­li per qual­che gior­no di­ven­ta­no im­pa­zien­ti: “Mam­ma, ma non ci man­da­no nes­su­no?” chie­do­no ogni vol­ta che suo­na il te­le­fo­no». Vi­sta do­po die­ci an­ni, que­st’av­ven­tu­ra ha due so­le con­tro­in­di­ca­zio­ni, il ri­schio di af­fe­zio­nar­si trop­po e la tri­stez­za de­gli ad­dii. Ca­pi­ta, quan­do la con­vi­ven­za è lun­ga. «Io mi con­so­lo ogni vol­ta sa­pen­do che se van­no via è per­ché li aspet­ta una so­lu­zio­ne idea­le e una fa­mi­glia sta­bi­le» dice Lau­ra. «Lo­ro non han­no col­pe ep­pu­re pa­ga­no il prez­zo di er­ro­ri com­mes­si da adulti, han­no bi­so­gno di ave­re tut­te le chan­ce possibili per an­da­re in­con­tro al fu­tu­ro e so­no or­go­glio­sa di sa­pe­re che la mia fa­mi­glia in qual­che mo­do è l’ini­zio del­la lo­ro nuo­va esi­sten­za. Non do­vrei ma qual­che vol­ta non re­si­sto e do­po me­si o an­ni, chie­do al­le as­si­sten­ti se quel bam­bi­no o quel­la bam­bi­na stan­no be­ne». Le re­go­le, a ca­sa di Lau­ra e An­to­nio, val­go­no per tut­ti, bim­bi com­pre­si. «Spes­so ar­ri­va­no cre­den­do di aver­la vin­ta su ogni ca­pric­cio per­ché so­no abi­tua­ti ad ave­re quel che vo­glio­no se pian­go­no o si la­men­ta­no un po’. Qui non va­le. Si tro­va­no da­van­ti a un muro, ap­pli­chia­mo le stes­se re­go­le che ab­bia­mo avu­to per i no­stri fi­gli e do­po un pri­mo choc de­vo di­re che ca­pi­sco­no e si ade­gua­no». Il ri­cor­do si spo­sta a quei pri­mi tem­pi, die­ci an­ni fa. «Ci pren­de­va­no tut­ti per paz­zi... Quan­do ar­ri­va­ro­no i due ge­mel­li­ni, ami­ci e pa­ren­ti ci guar­da­va­no come ve­nis­si­mo da Mar­te. Poi so­no ve­nu­ti a co­no­scer­li e nel gi­ro di po­chi gior­ni è sta­ta una ga­ra a chi sa­pe­va es­se­re più non­na o più zia! Da lì in poi ogni bam­bi­no in ar­ri­vo è di­ven­ta­to fi­glio, fra­tel­lo, ni­po­te di un’in­te­ra co­mu­ni­tà. Vi­ve il pri­vi­le­gio di una fa­mi­glia mol­to al­lar­ga­ta, di­cia­mo...». “Que­sta è la non­na”, op­pu­re “lui è lo zio” si può di­re. Si può an­che di­re “fra­tel­li­no” dei suoi due fi­gli bio­lo­gi­ci. «Quel­lo che io e An­to­nio non fac­cia­mo mai - rac­con­ta Lau­ra - è far­ci chia­ma­re mam­ma o papà. Se ca­pi­ta spie­go sem­pre che io so­no Lau­ra, che la sua mam­ma è un’al­tra».

mai una vol­ta che si sia det­ta “Chi me l’ha fat­to fa­re”, mai che si sia sco­rag­gia­ta da­van­ti a un bam­bi­no dif­fi­ci­le. «L’uni­co li­mi­te che ve­do da­van­ti a me è quel­lo del­la no­stra età. Non avre­mo sem­pre le stes­se ener­gie per un im­pe­gno co­sì to­ta­liz­zan­te...». Gli aiu­ti so­no i fi­nan­zia­men­ti dell’Uni­tà sa­ni­ta­ria lo­ca­le che ba­sta­no ap­pe­na per ci­bo, pan­no­li­ni, spe­se me­di­che («Non pen­si che noi ci gua­da­gnia­mo, per ca­ri­tà») op­pu­re so­no i ve­sti­ti­ni che re­ga­la­no le ami­che con fi­gli pic­co­li. Per­ché Lau­ra e An­to­nio so­no di­ven­ta­ti per tut­ti “la cop­pia dei bam­bi­ni pic­co­li” an­che se all’ini­zio, quan­do si trat­tò di sce­glie­re la fa­scia di età, scris­se­ro da ze­ro a die­ci an­ni. “Mai arrivati più gran­di di due an­ni e mezzo” dice lei. Ca­pi­ta che qual­cu­no se ne va­da por­tan­do­si via un ri­cor­do. Come Lu­ca, che ar­ri­vò ter­ro­riz­za­to dal­la parola “nan­na”, for­se dal buio. Ci so­no vo­lu­te mol­te set­ti­ma­ne per far­lo ad­dor­men­ta­re nel suo let­ti­no, con un pu­paz­zet­to stret­to fra le brac­cia. Ave­va su­pe­ra­to il suo pri­mo gran­de osta­co­lo. Se lo meritava, quel pu­paz­zet­to.

Lau­ra Ber­nar­del­li, 41 an­ni, da tem­po ac­co­glie in ca­sa bam­bi­ni in dif­fi­col­tà.

Da­vi­de e Yu­ri, fi­gli di Lau­ra e di An­to­nio, han­no ac­cet­ta­to vo­len­tie­ri di ave­re ogni tan­to un fra­tel­li­no “a tem­po”.

Le fa­mi­glie che ac­cet­ta­no di ospi­ta­re per un bre­ve pe­rio­do bam­bi­ni in dif­fi­col­tà pos­so­no con­ta­re su un con­tri­bu­to, di mo­de­sta en­ti­tà.

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