“PRI­MA DI DI­VEN­TA­RE LA SE­GRE­TA­RIA DI NEL­SON MAN­DE­LA ERO UNA RA­GAZ­ZI­NA BIAN­CA E PER­SI­NO RAZ­ZI­STA”

Zel­da La Gran­ge è sta­ta dat­ti­lo­gra­fa e poi brac­cio de­stro del pre­si­den­te su­da­fri­ca­no. Una straor­di­na­ria av­ven­tu­ra che ora è di­ven­ta­ta un li­bro. Sor­pren­den­te

Corriere della Sera - Io Donna - - L’incontro Che Ti Cambia - Di Mar­zia Ni­co­li­ni

La chia­ma­va af­fet­tuo­sa­men­te Zel­di­na e la con­si­de­ra­va il suo brac­cio de­stro, ma an­che una ni­po­te, una com­pli­ce, “una di ca­sa”. Par­lia­mo di Nel­son Man­de­la, pri­mo pre­si­den­te a es­se­re elet­to do­po la fi­ne dell’apar­theid in Sud Afri­ca, pre­mio No­bel per la pa­ce nel 1993, e del­la sua se­gre­ta­ria - di­ve­nu­ta ne­gli an­ni ben più che una sem­pli­ce aiu­tan­te - Zel­da La Gran­ge. Clas­se 1970, su­da­fri­ca­na bian­ca, Zel­da è en­tra­ta come dat­ti­lo­gra­fa nell’uf­fi­cio di Man­de­la nel 1990, po­co do­po la sua ele­zio­ne, av­ve­nu­ta do­po 27 an­ni di car­ce­re per op­po­si­zio­ne all’apar­theid. Ri­ma­sta al suo fian­co fi­no al­la sua mor­te, av­ve­nu­ta il 5 di­cem­bre 2013, Zel­da ha cam­bia­to pro­spet­ti­ve: da “ra­gaz­za raz­zi­sta” è di­ven­ta­ta una don­na aper­ta, capace di di­stac­car­si dal suo back­ground cul­tu­ra­le – la sua fa­mi­glia ap­par­te­ne­va al­la pic­co­la bor­ghe­sia bian­ca li­gia al­le leg­gi del­lo sta­to e del­la chie­sa, a

par­ti­re dal­la ri­gi­da di­stin­zio­ne tra bian­chi e ne­ri - e spo­sa­re una nuo­va men­ta­li­tà. «Man­di­ba mi ha ri­vo­lu­zio­na­to la vi­ta » dice Zel­da, che og­gi ha de­di­ca­to a que­sto in­con­tro spe­cia­le il li­bro au­to­bio­gra­fi­co Good mor­ning Mr. Man­de­la, edi­to da Piem­me. Ec­co co­sa ci ha rac­con­ta­to, tra una pre­sen­ta­zio­ne e l’al­tra in gi­ro per il mon­do. Qual • il pri­mo ri­cor­do che le vie­ne in men­te pen­san­do a Man­de­la?

Si­cu­ra­men­te il suo gran­de sor­ri­so con­ta­gio­so, ma an­che quel mo­do di far sen­ti­re tut­ti par­te­ci­pi e il suo equi­li­brio nel ve­de­re il mon­do e i suoi pro­ble­mi. Sap­pia­mo che Man­de­la ha tra­scor­so pi• ore con lei che con chiun­que al­tro do­po es­se­re sta­to ri­la­scia­to dal car­ce­re. Com’era il vo­stro rap­por­to? In prin­ci­pio era sol­tan­to una re­la­zio­ne pro­fes­sio­na­le, ma nel tem­po si è evo­lu­ta ed è di­ven­ta­to un le­ga­me per­so­na­le e sin­ce­ro. Per me Man­de­la è sta­to come un non­no. Quan­to a lui, mi ha ascol­ta­ta e ac­cu­di­ta come una ni­po­te. Con que­sto li­bro spe­ra di por­ta­re un mes­sag­gio?

Sì, più di uno, a di­re il ve­ro. Il pri­mo è che se ho po­tu­to cam­bia­re pun­to di vi­sta e men­ta­li­tà si­gni­fi­ca che chiun­que può far­lo, in qual­sia­si mo­men­to del­la sua vi­ta. Vor­rei di­re ai gio­va­ni di es­se­re cu­rio­si, fa­re do­man­de e non ac­cet­ta­re nes­su­na ve­ri­tà del pro­prio am­bien­te so­cia­le sen­za pri­ma met­ter­la in di­scus­sio­ne. Inol­tre, vor­rei che la mia espe­rien­za di­mo­stras­se che con de­di­zio­ne, leal­tà e im­pe­gno si pos­so­no ot­te­ne­re gran­di ri­sul­ta­ti nel­la vi­ta. E, ov­via­men­te, vor­rei con­di­vi­de­re la gran­dez­za di Man­de­la: ho avu­to la for­tu­na di

90 co­no­sce­re una per­so­na uni­ca e pen­so che le sue espe­rien­ze pos­sa­no es­se­re uti­li a tan­te per­so­ne nel mon­do. Scri­ve che pri­ma di in­con­trar­lo non era che “una ra­gaz­za bian­ca e raz­zi­sta”. Che pre­giu­di­zi ave­va? Il fat­to è che tut­te le per­so­ne bian­che cre­sciu­te in Su­da­fri­ca du­ran­te l’apar­theid ten­do­no a non met­te­re in di­scus­sio­ne il lo­ro am­bien­te di pro­ve­nien­za e, ten­den­zial­men­te, a es­se- re raz­zi­sti. Nel­la vi­ta o sei un col­pe­vo­le o sei uno spet­ta­to­re o sei uno che si al­za e fa sen­ti­re la sua vo­ce. A un cer­to pun­to mi so­no re­sa con­to che ero col­pe­vo­le. Col­pe­vo­le di es­ser­mi la­scia­ta in­dot­tri­na­re dal re­gi­me: in­vo­lon­ta­ria­men­te ero di­ven­ta­ta lo­ro com­pli­ce. Non ve­de­vo nul­la di sba­glia­to nel trat­ta­re con su­pe­rio­ri­tà le per­so­ne di co­lo­re, non ero in­te­res­sa­ta ai ne­ri in quan­to es­se­ri uma­ni, non li con­si­de­ra­vo per­so­ne con pro­prie opi­nio­ni e sen­ti­men­ti. Ero

raz­zi­sta e igno­ran­te: giu­di­ca­vo so­lo dall’aspet­to este­rio­re per­ché co­sì ave­vo sem­pre vi­sto fa­re. Co­sa la colp“del suo pri­mo in­con­tro con Man­de­la?

Mi ave­va im­pres­sio­na­to che si ri­vol

ges­se a me in afri­kaans - la mia lin­gua e la lin­gua dell’op­pres­so­re. Ri­cor­do che pen­sai quan­to po­tes­se odiar­la, ri­pen­san­do a tut­to quel­lo che noi bian­chi ave­va­mo fat­to al­la sua gen­te. Ep­pu­re la usa­va se­re­na­men­te. Du­ran­te quei pri­mi cinque mi­nu­ti di col­lo­quio mi so­no sentita ri­spet­ta­ta e ascol­ta­ta per quel­lo che ero, sen­za al­cun giu­di­zio. Quan­do ha ini­zia­to a la­vo­ra­re per Man­de­la, i suoi ge­ni­to­ri era­no so­spet­to­si o nu­tri­va­no qual­che ti­mo­re nei suoi con­fron­ti? Si aspet­ta­va­no - ci aspet­ta­va­mo - che i ne­ri vo­les­se­ro ven­di­car­si per quel­lo che ave­va­mo fat­to lo­ro du­ran­te l’apar­theid. I miei ge­ni­to­ri, quin­di, te­me­va­no per la mia si­cu­rez­za. Sa­pe­vo che era­no in gran­de an­sia, ma non me l’han­no mai det­to aper­ta­men­te. Che cos’• ac­ca­du­to do­po la sua mor­te? Ha qual­che rim­pian­to?

Ab­bia­mo fat­to qua­dra­re i con­ti in uf­fi­cio e con­se­gna­to il tut­to agli av­vo­ca­ti che ge­sti­sco­no il suo pa­tri­mo­nio. Da al­lo­ra so­no sta­ta mol­to in­daf­fa­ra­ta a scri­ve­re il li­bro, cui te­ne­vo mol­to, e a gi­ra­re per il mon­do a rac­con­ta­re la mia sto­ria e quel­la di Man­de­la. Ho an­co­ra dei con­tat­ti con la sua fa­mi­glia, ma non riesco a ve­der­li tan­to quan­to vor­rei. E no, nes­sun rim­pian­to.

Un’al­tra le­zio­ne di Man­de­la?

Sì. È sta­to lui a in­se­gnar­mi che il rim­pian­to è un’emo­zio­ne inu­ti­le: nes­sun rim­pian­to può cam­bia­re il cor­so del pas­sa­to.

Non ve­de­vo nul­la di sba­glia­to nel trat­ta­re con su­pe­rio­ri­tà le per­so­ne di co­lo­re, non li con­si­de­ra­vo

per­so­ne con pro­prie opi­nio­ni e sen­ti­men­ti

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