Pa­na­ma

Corriere della Sera - Io Donna - - Sommario - di Fa­bio Boz­za­to

Que­sto era un pez­zo di Sta­tes nell’om­be­li­co dei Tro­pi­ci. Qui so­no vis­su­te ge­ne­ra­zio­ni di ame­ri­ca­ni: era­no in 42 mi­la nel 1970

Il canale? un pa­ra­dos­so. Quel­la cer­nie­ra grin­ga e alie­na, “la Zo­na”, «è sem­pre sta­to il ri­fles­so del no­stro es­se­re pa­na­me–os » rac­con­ta Wa­lo

Araú­jo, uno che là è an­da­to a vi­ver­ci co­me mol­ti, una vol­ta che i co­lo­ni a stel­le e stri­sce che han­no oc­cu­pa­to quel ter­ri­to­rio per un se­co­lo fa­cen­do­si chia­ma­re Zo­nians han­no fat­to le va­li­gie. Wa­lo Araú­jo ha tro­va­to ca­sa pri­ma nel Cer­ro An­cón e poi dal 2009 nell’an­ti­co For­te Clay­ton do­ve og­gi c’è la Ciu­dad Sa­ber, un enor­me in­cu­ba­to­re di in­no­va­zio­ne di cui lui cu­ra il pro­gram­ma cul­tu­ra­le.

Co­me uno spec­chio de­for­man­te, il Canale ha sem­pre ri­ve­la­to ai pa­na­men­si tut­to ciò che non era­no. Là ci abi­ta­va­no i grin­gos. Ne usci­va un ri­vo­lo di ran­co­re e di de­si­de­rio, il bru­cio­re di una fe­ri­ta e l’an­sia da am­mi­ra­zio­ne. Il Canale ha sem­pre se­gna­to una fron­tie­ra in­ter­na da non ol­tre­pas­sa­re e un ta­bù da non vio­la­re. For­se per que­sto il mi­to del 1964 è ri­ma­sto co­sì im­pres­so. Quell’an­no gli stu­den­ti re­cla­ma­va­no il di­rit­to di al­za­re la ban­die­ra pa­na­men­se. Gli ame­ri­ca­ni li cac­cia­va­no a fu­ci­la­te, mi­li­ta­ri e ci­vi­li as­sie­me, su­sci­tan­do gran­di ma­ni­fe­sta­zio­ni. Fat­ti che se­gne­ran­no il len­to ma ir­re­ver­si­bi­le ad­dio yan­qui e la re­sti­tu­zio­ne di quel­la stri­scia di 81 km al pae­se ca­rai­bi­co.

Ora che è qua­si pron­to il rad­dop­pio del Canale, un’ope­ra fa­rao­ni­ca co­sta­ta 4 mi­liar­di di dol­la­ri (vin­ta da Im­pre­gi­lo) che ver­rà inau­gu­ra­ta il pros­si­mo apri­le, tut­ti i tas­sel­li del­la sto­ria ri­tor­na­no al lo­ro po­sto. Le me­ga-na­vi di nuo­va ge­ne­ra­zio­ne, le “po­st-Pa­na­max”, ca­pa­ci di tra­spor­ta­re 14.000 mi­la con­tai­ner, ri­vo­lu­zio­ne­ran­no le rot­te del­la lo­gi­sti­ca glo­ba­le, re­ga­lan­do a Cuba il ruo­lo di hub stra­te­gi­co e ab­bas­san­do i co­sti del tra­spor­to ma­rit­ti­mo del 34%. Con una ri­ca­du­ta, in pe­dag­gi, di 5 mi­liar­di di eu­ro l’an­no per lo Sta­to tra­scon­ti­nen­ta­le.

Se il Canale ha sem­pre for­gia­to l’idio­sin­cra­sia dei pa­na­men­si, per gli Sta­ti Uni­ti, fin­ché ne era­no pro­prie­ta­ri, è sta­to for­se il più pa­ra­dos­sa­le dei suoi ter­ri­to­ri. Per 95 an­ni a go­ver­nar­lo è

sta­ta un’im­pre­sa pro­tet­ta dai ma­ri­nes. Qui per qua­si un se­co­lo so­no vis­su­te al­cu­ne ge­ne­ra­zio­ni di ame­ri­ca­ni, se ne con­ta­va­no 42 mi­la nel 1970. Abi­tan­ti di un pez­zo di Sta­tes nell’om­be­li­co dei Tro­pi­ci. Qui non esi­ste­va pro­prie­tà pri­va­ta, non c’era­no di­soc­cu­pa­ti né ho­me­less: Pa­na­ma si da­va arie da bol­la so­cia­li­sta sfog­gia­ta co­me fio­re all’oc­chiel­lo dall’Im­pe­ro ca­pi­ta­li­sta.

La Com­pa­gnia del Canale ga­ran­ti­va tut­to agli Zo­nians: scuo­le, cli­ni­che, club, chie­se, cam­pi da golf, par­chi e as­so­cia­zio­ne boy scout. Era il cen­tro di un gran­de espe­ri­men­to ur­ba­ni­sti­co: per co­struir­lo i mi­glio­ri pro­get­ti­sti si so­no ispi­ra­ti al­la ciu­dad her­mo­sa di me­mo­ria coloniale e al­la cit­tà pro­gres­si­sta del­la scuo­la di Chi­ca­go. Ne è na­ta una ve­ra cit­tà-giar­di­no.

Nel 1999, ri­con­se­gna­to il Canale a Pa­na­ma, gli Zo­nians tor­na­va­no nel­la rou­let­te del li­be­ro mer­ca­to, spro­fon­dan­do in una nostalgia ama­ra. I pa­na­men­si en­tra­va­no de­fi­ni­ti­va­men­te nel­la Zo­na so­gna­ta e de­si­de­ra­ta, tro­van­do

un ca­stel­lo di car­ta, me­ra­vi­glio­so e in­ser­vi­bi­le, tut­to da rein­ven­ta­re. Per­ché del Canale, co­me spie­ga be­ne Ma­ga­li Ar­rio­la, che nel 2008 ha cu­ra­to una Bien­na­le d’ar­te tut­ta de­di­ca­ta al­la re­cen­te sto­ria dell’ist­mo, «esi­ste og­gi un ri­cor­do apo­cri­fo, ali­men­ta­to dal­le no­stal­gie di chi oc­cu­pò la ter­ra. Era il fan­ta­sma geo­gra­fi­co di una lun­ga sto­ria coloniale e post­co­lo­nia­le». Al­lo­ra bi­so­gna tor­na­re in­die­tro di un se­co­lo. Con la se­pa­ra­zio­ne di Pa­na­ma dal­la Colombia, nel 1903 Wa­shing­ton fir­mò un trat­ta­to con cui si pren­de­va “a per­pe­tui­tà” il Canale, crean­do la Zo­na. Gli zo­nians co­min­cia­ro­no a sbar­ca­re, por­tan­do­si un pez­zo di Mid­we­st e la lo­ro way of li­fe, alie­ni nel cor­po di un al­tro Pae­se. Tra­pian­ta­ro­no an­che i lo­ro tic, se­gre­ga­zio­ne raz­zia­le com­pre­sa, al­me­no fi­no agli an­ni ’60 e dop­pi li­vel­li sa­la­ria­li tra lo­ro e i criol­los. Poi ar­ri­vò an­che il ri­bol­lio an­ti­co­lo­nia­le. E le ge­ne­ra­zio­ni in fer­men­to. Il che por­tò

Gli edi­fi­ci, i cam­pi da golf, le chie­se han­no una pa­ti­na de­ca­den­te o so­no sta­ti tra­vol­ti dall’aspra con­fu­sio­ne ca­rai­bi­ca

nel 1979 Jim­my Car­ter e Omar Tor­ri­jos Her­re­ra, l’uo­mo for­te di Pa­na­ma, a fi rma­re un nuo­vo trat­ta­to che nel gi­ro di 22 an­ni avreb­be fat­to ab­bas­sa­re la ban­die­ra a stel­le e stri­sce lun­go tut­to il Canale.

Po­chi de­gli zo­nians so­no ri­ma­sti qui. Qual­cu­no ha con­ti­nua­to a la­vo­ra­re sul­le chiu­se. C’è chi si è spo­sa­to con pa­na­men­si. Ma qua­si tut­ti so­no vo­la­ti via. Co­sì ha fat­to an­che Bill P. McLau­ghlin. Ci era na­to nel 1939 e ci ha vis­su­to per 45 an­ni. Suo pa­dre Frank ci ha la­vo­ra­to per tre de­cen­ni. An­che la sua ca­sa è an­da­ta a una fa­mi­glia pa­na­men­se. «So­no tor­na­to lag­giù al­cu­ne vol­te, li ho in­con­tra­ti, era­no ca­ri­ni» ci rac­con­ta da Tam­pa, Flo­ri­da. «Ora non vo­glio più an­dar­ci, sen­to trop­pa tri­stez­za». An­che lui è mem­bro del­la Ca­nal So­cie­ty che ogni an­no or­ga­niz­za una reu­nion. Que­st’an­no si so­no ri­vi­sti in 300, a Or­lan­do.

Nel­la Zo­na i vec­chi edi­fi­ci, i cam­pi da golf, le chie­se han­no una pa­ti­na de­ca­den­te o so­no sta­ti tra­vol­ti dall’aspra con­fu­sio­ne ca­rai­bi­ca. Un pa­ra­di­so per­du­to. Un pa­ra­di­so in­ven­ta­to. «A quei tem­pi era tut­to per­fet­to. Ora è tut­ta un’al­tra co­sa» so­spi­ra McLau­ghlin. «Ab­bia­mo il do­ve­re di ri­cor­da­re». Per que­sto ha crea­to on-li­ne un suo mu­seo vir­tua­le, met­ten­do le im­ma­gi­ni di ol­tre mil­le og­get­ti rac­col­ti nel­la Zo­na. An­ti­chi mo­ni­li ispa­ni­ci e bot­ti­glie di cho­co­la­te milk, gli al­be­ri di Na­ta­le e le fo­to di fa­mi­glia, le sca­to­le di gelato Fla­vor Ri­ch. Una quan­ti­tà di me­mo­ra­bi­lia.

La me­lan­co­nia è l’uni­ca co­sa che ac­co­mu­na chi è usci­to e chi è en­tra­to. «Spes­so ho sen­ti­to di­re: “Quan­do i grin­gos era­no qui la Zo­na era co­sì bel­la, coi suoi pra­ti ben curati e tut­to co­sì pu­li­to”» rac­con­ta Wa­lo Araú­jo. «Sa­rà sta­to an­che ve­ro, ma è al­tret­tan­to ve­ro che Pa­na­ma è un Pae­se pie­no di con­trad­di­zio­ni e non un pa­ra­di­so pro­tet­to». Ri­pren­der­si il Canale è sta­to un so­gno e una ma­le­di­zio­ne: la ve­na aper­ta tra i due ocea­ni per i pa­na­men­si è la por­ta tra il den­tro e il fuo­ri di se stes­si. Zo­nians e pa­na­meños.

Le im­ma­gi­ni di que­sto ser­vi­zio so­no trat­te dal li­bro Zo­nians (ed.La F‡bri­ca) del fo­to­gra­fo Mat“as Co­sta, che ha do­cu­men­ta­to le re­si­due trac­ce del pe­rio­do coloniale ame­ri­ca­no a Pa­na­ma.

A si­ni­stra, par­ti­ta di flag foot­ball fem­mi­ni­le, ver­sio­ne pa­na­men­se del cal­cio ame­ri­ca­no. So­pra, la guar­dia di un cen­tro com­mer­cia­le e i par­te­ci­pan­ti al par­ty an­nua­le del­la Pa­na­ma Ca­nal So­cie­ty of Flo­ri­da.

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