“SO­GNA­VO UNA FA­MI­GLIA AL­LA DAL­LAS”

A Will Smi­th le sod­di­sfa­zio­ni del bot­te­ghi­no non ba­sta­no più. A 47 an­ni vo­le­va ren­der­si uti­le. E co­sì, do­po aver ade­ri­to al­la pro­te­sta an­ti-Oscar, con il suo ul­ti­mo film af­fron­ta un al­tro ta­bù: il foot­ball ame­ri­ca­no e i dan­ni che può pro­vo­ca­re. E an­che su

Corriere della Sera - Io Donna - - Cover Story - Di Ales­san­dra Ve­ne­zia, fo­to di Max Va­du­kul For­bes Zo­na d’om­bra, ri­de).

Si è pre­so due an­ni per ri­flet­te­re e vol­ta­re pa­gi­na. «Sen­ti­vo il bi­so­gno di nuo­ve sfi­de; a 45 an­ni vo­le­vo fa­re qual­co­sa di uti­le». Già, co­me se fos­se fa­ci­le tro­var­lo, il pro­get­to per­fet­to per Will Smi­th, una star il cui suc­ces­so a li­vel­lo glo­ba­le non ha pre­ce­den­ti nel­la sto­ria de­gli at­to­ri afro-ame­ri­ca­ni: lo de­fi­nì “La star più ven­di­bi­le al mon­do” per la som­ma stra­bi­lian­te che i suoi un­di­ci film ave­va­no rag­gra­nel­la­to al box of­fi­ce: 150 mi­liar­di di dol­la­ri. Qua­le sto­ria po­te­va dun­que at­trar­re lo spi­ri­to ir­re­quie­to e cu­rio­so di un ex-rap­per, eroe di film d’azio­ne, ma an­che in­ter­pre­te dram­ma­ti­co, co­mi­co e ro­man­ti­co? Un gior­no pe­rò gli ca­pi­tò tra le ma­ni la sce­neg­gia­tu­ra di la sto­ria ve­ra del me­di­co ni­ge­ria­no Ben­nett Oma­lu - lo sco­pri­to­re del­la Ch­ro­nic Trau­ma­tic En­ce­pha­lo­pa­thy, l’en­ce­fa­li­te de­ge­ne­ra­ti­va causata dai trau­mi cra­ni­ci spes­so su­bi­ti dai gio­ca­to­ri di foot­ball ame­ri­ca­no. Il pro­get­to era im­pe­gna­ti­vo, ma cri­ti­che e po­le­mi­che so­no sem­pre sta­te il suo pa­ne quo­ti­dia­no: in pas­sa­to era sta­to ac­cu­sa­to di so­ste­ne­re la chie­sa di Scien­to­lo­gy (di cui è sim­pa­tiz­zan­te la mo­glie Ja­da), e più di re­cen­te, con Ja­da e Spi­ke Lee, ha ade­ri­to al­la pro­te­sta dei film­ma­ker afroa­me­ri­ca­ni e boi­cot­ta­to la ce­ri­mo­nia de­gli Oscar “trop­po bian­chi”. Af­fron­ta­re la que­stio­ne de­gli ef­fet­ti col­la­te­ra­li di uno sport che ge­ne­ra ogni sta­gio­ne in Usa un bu­si­ness di ol­tre 10 mi­liar­di di dol­la­ri, non era im­pre­sa lie­ve, ma l’ex Prin­ci­pe di Bel-Air - lo show con cui di­ven­ne fa­mo­so ai pri­mi an­ni ’90ci si è but­ta­to sen­za re­ti­cen­ze. Zo­na d’om­bra So­no un “foot­ball dad”, mio fi­glio ha gio­ca­to per 4 an­ni, e il foot­ball mi ap­pas­sio­na da quan­do ero bam­bi­no. L’ul­ti­ma co­sa che avrei vo­lu­to fa­re era met­ter­lo in cat­ti­va lu­ce. Ma quan­do ho in­con­tra­to Ben­nett Oma­lu tut­to è cam­bia­to.

è un j’ac­cu­se im­po­po­la­re?

Ci par­li del vo­stro in­con­tro.

Oma­lu mi ha rac­con­ta­to di quan­do, bam­bi­no in Ni­ge­ria, era con­vin­to che il pa­ra­di­so fos­se qui in Ame­ri­ca, «il po­sto do­ve Dio man­da­va quel­li che pre­di­li­ge­va, gli elet­ti» ( Dif­fi­ci­le da cre­de­re, no? Per an­ni nes­su­no lo ave­va ascol­ta­to, né ave­va ri­co­no­sciu­to i ri­sul­ta­ti scien­ti­fi­ci del suo stu­dio. I pre­giu­di­zi so­no an­co­ra più in­si­dio­si,

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