La re­clu­sio­ne era dop­pia: non po­te­va­no usci­re dal tra­mon­to all’al­ba, e non po­te­va­no abi­ta­re al­tro­ve. Per que­sto le ca­se di­ven­ta­ro­no sem­pre più al­te

Corriere della Sera - Io Donna - - Separati In Città -

Ci si la­scia al­le spal­le il pon­te del­le Gu­glie e ci si ri­tro­va sul­la spon­da del ca­na­le di Can­na­re­gio. Con quei suoi obe­li­schi bian­chi che svet­ta­no al­te­ri il pon­te me­ri­ta an­co­ra uno sguar­do a ri­tro­so. Il ca­na­le è sem­pre ani­ma­to: ar­ri­va il va­po­ri­no, sbuf­fa, sbat­te con­tro la bar­rie­ra del mo­lo pro­du­cen­do un ton­fo sor­do, ri­par­te la­scian­do­si die­tro qual­che on­da, uno scia­bor­dio che du­ra po­co.

Po­co più in là c’è un an­gu­sto So­to­por­te­go, un pas­sag­gio stret­to e buio che bi­so­gna cer­ca­re e sa­pe­re che c’è, al­tri­men­ti non si ve­de. Im­boc­can­do­lo, d’istin­to si ab­bas­sa il ca­po per non in­con­tra­re il sof­fit­to: il ge­sto in­vo­lon­ta­rio at­tra­ver­san­do il con­fi­ne tra quel fuo­ri e quel den­tro è il sim­bo­lo del­la lun­ga e straor­di­na­ria sto­ria che sta pro­prio in quel var­co fra un mon­do e l’al­tro. Per­ché in quel pun­to pre­ci­so un tem­po c’era­no i can­cel­li del ghet­to, che la se­ra si chiu­de­va­no e la mat­ti­na si apri­va­no, sem­pre pre­si­dia­ti da del­le guar­die: fuo­ri c’era il mon­do di tut­ti, den­tro c’era quel­lo de­gli ebrei.

È una sto­ria an­ti­ca. Una sto­ria scan­da­lo­sa nel suo se­gno di se­gre­ga­zio­ne, ma an­che ric­ca di vi­ta. Pie­na di con­trad­di­zio­ni e per que­sto uni­ca. Nel mar­zo del 1516, esat­ta­men­te mez­zo mil­len­nio fa, il con­ci­lio di Ve­ne­zia de­ci­de di “espel­le­re” gli ebrei

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