Sia­mo bloc­ca­ti tra un pia­no e l’al­tro. In at­te­sa di rag­giun­ge­re l’at­ti­co. Ci ar­ri­ve­re­mo, ma dob­bia­mo vo­ler­lo. Per­ché in Ita­lia ci so­no le con­di­zio­ni fa­vo­re­vo­li, i luo­ghi adat­ti, il ca­rat­te­re giu­sto. Con­sa­pe­vo­li pe­rò che le na­zio­ni con una sto­ria lun­ga, co

Corriere della Sera - Io Donna - - E Se Domani... - Io don­na

è spen­ta la lu­ce, si è riac­ce­sa, qual­cu­no ha suo­na­to l’al­lar­me, al­tri gri­da­va­no: «Tran­quil­li, tut­to be­ne!». Pen­sa­te al­lo sta­to d’ani­mo de­gli oc­cu­pan­ti. In so­stan­za: ci sia­mo mos­si; ma non sia­mo ar­ri­va­ti do­ve vo­le­va­mo.

L’at­ti­co è il fu­tu­ro: co­me sa­rà l’Ita­lia tra vent’an­ni, nel 2036?

Per ri­spon­de­re, pas­so al­la mia se­con­da ru­bri­ca per ( 30 mar­zo 1996).

Se fos­si un lea­der po­li­ti­co ( per fortuna non lo so­no), e do­ves­si sce­glie­re un mot­to per il mio par­ti­to ( gra­zie al cie­lo non ho par­ti­ti), op­te­rei per un vo­ca­bo­lo: SEM­PLI­FI­CA­ZIO­NE! Gli av­ver­sa­ri mi da­reb­be­ro dell’in­ge­nuo; gli elet­to­ri, del sem­pli­ci­sta. Co­sì per­de­rei le ele­zio­ni e avrei già ini­zia­to a sem­pli­fi­ca­re la mia vi­ta. Il pro­gram­ma, tut­ta­via, re­sta de­gno. L’Oc­ci­den­te evo­lu­to ha vo­glia di ren­de­re me­no com­pli­ca­ta la pro­pria esi­sten­za; l’Ita­lia sen­te di do­ver­lo fa­re. Men­tre au­men­ta la scel­ta - dai par­ti­ti ai gior­na­li, dai ca­na­li tv ai gu­sti del­lo yo­gurt - il tem­po a no­stra di­spo­si­zio­ne si ri­du­ce. La ca­pa­ci­tà di “se­le­zio­na­re im­pie­to­sa­men­te” di­ven­ta fon­da­men­ta­le. Par­lia­mo­ci chia­ro: “pro­gres­so” non vuol di­re va­rie­tà cao­ti­ca, as­sag­gi con­ti­nui e scel­ta ca­sua­le.

Ec­co la mia ri­spo­sta: nel 2036 l’Ita­lia sa­rà, finalmente, più sem­pli­ce. Tra cin­que an­ni ca­pi­re­mo che la stra­da è quel­la; tra die­ci an­ni, non avre­mo dub­bi. Per­ché so­no cer­to? Per­ché non esi­sto­no al­ter­na­ti­ve. L’Ita­lia sa­rà un Pae­se più sem­pli­ce, op­pu­re una pe­ri­fe­ria. La pe­ri­fe­ria be­ne­stan­te del Nor­da­fri­ca o la pe­ri­fe­ria eso­ti­ca del Nor­deu­ro­pa, co­mun­que un luo­go mar­gi­na­le. E a noi que­sto de­sti­no non pia­ce. Ca­si­ni­sti, for­se; ma or­go­glio­si.

Qual­cu­no di­rà: stia­mo scher­zan­do? Dal 1996 al 2036 pas­sa­no qua­rant’an­ni! E stia­mo par­lan­do del­le stes­se co­se? Ri­spo­sta: le na­zio­ni con una sto­ria lun­ga han­no un fu­tu­ro len­to. Gli Sta­ti Uni­ti cor­ro­no; noi pro­ce­dia­mo, co­me i gre­ci e i fran­ce­si. La Ci­na? Un’ec­ce­zio­ne: lì il fu­tu­ro è frut­to di un tra­pian­to. Non sa­rà nel­la for­ma nar­ci­sti­ca e os­ses­si­va di que­sti an­ni. Im­ma­gi­na­te un pia­ce­re che s’av­vi­ci­na all’ar­mo­nia. Sì, an­che in Ita­lia, do­ve ci sa­ran­no le con­di­zio­ni fa­vo­re­vo­li, i luo­ghi adat­ti, il ca­rat­te­re giu­sto. Ci so­no an­che og­gi, a di­re il ve­ro. Ba­sta sce­glier­la, l’ar­mo­nia, e lei sce­glie­rà noi.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.