Il mo­del­lo da se­gui­re è lo scrit­to­re Hen­ry Tho­reau. Per ri­tro­va­re se stes­so, si co­struì un ca­pan­no sul la­go. Ne uscì due an­ni do­po con il suo mi­glio­re ro­man­zo

Corriere della Sera - Io Donna - - Orizzonti Alternativi - La­st Child in the Woods. li­ke”. Na­tu­re De­fi­cit Di­sor­der.

col­la­te­vi dal com­pu­ter e se­de­te­vi a guar­da­re un vul­ca­no, una ca­sca­ta o più sem­pli­ce­men­te il cie­lo fuo­ri dal­la fi­ne­stra. È que­sta, in sin­te­si, l’ul­ti­ma ri­cet­ta per l’au­to­co­scien­za pro­mos­sa da Ma­ri­na Abra­mo­vic, for­se l’ar­ti­sta più po­po­la­re del mo­men­to. Pic­co­lo pa­ra­dos­so: il suo mes­sag­gio è sta­to dif­fu­so via Fa­ce­book, to­ta­liz­zan­do cen­ti­na­ia di mi­glia­ia di “Ma non è que­sto il pun­to. Il pun­to è che l’ar­ti­sta è un si­smo­gra­fo in gra­do di cap­ta­re pri­ma de­gli al­tri i cam­bia­men­ti del­la so­cie­tà (co­sì si di­ce), quin­di ha sen­so pen­sa­re che la Abra­mo­vic ab­bia dav­ve­ro in­ter­cet­ta­to uno dei ma­li dell’uo­mo mo­der­no, me­tro­po­li­ta­no e iper­con­nes­so: aver per­so di vi­sta la na­tu­ra. Sia­mo a ri­schio di ma­lu­mo­ri, de­pres­sio­ne, in­de­bo­li­men­to dei sen­si. Si chia­ma Co­sì al­me­no l’ha bat­tez­za­to il gior­na­li­sta Ame­ri­ca­no Ri­chard Louv nel suo bestsel­ler La cu­ra è sem­pli­ce: ri­ti­rar­si per un po’ (an­che il tem­po di un wee­kend) ai mar­gi­ni del­la ci­vi­li­tà. La Abra­mo­vic lo fa nel­la sua im­men­sa te­nu­ta fuo­ri New York, e si met­te in po­sa di bian­co ve­sti­ta men­tre fa le­gna nei bo­schi con un’espres­sio­ne esta­ti­ca. L’al­ter­na­ti­va fru­ga­le? Do­tar­si di un ca­pan­no. Me­no im­pe­gna­ti­vo (e più ro­man­ti­co) del­la tra­di­zio­na­le se­con­da ca­sa, il ri­fu­gio ran­da­gio sen­za

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