Se­gna­li di li­ber­tà

Corriere della Sera - Io Donna - - Moda - Sto, me­ga­trends, di Giu­si Fer­ré An­ti-Fashion Ma­ni­feL’im­pe­ro dell’ef­fi­me­ro).

uan­do io don­na avrà un’al­tra vol­ta vent’an­ni, co­me sa­rà la mo­da? Pa­gi­na bian­ca sul­la qua­le scri­ve­re, sguar­do che si spin­ge lon­ta­no, i fashion editor han­no de­ci­so di fis­sa­re

una spe­cie di nuo­vo con­fi­ne da do­ve tut­to po­treb­be ri­co­min­cia­re per le im­ma­gi­ni di eyewear e abi­ti to­tal whi­te di que­sto nu­me­ro spe­cia­le.

Ba­sta guar­dar­si in­tor­no per ca­pi­re che la mo­da og­gi è di­ven­ta­ta trop­po gran­de, trop­po in­fluen­te per po­ter es­se­re con­si­de­ra­ta un fe­no­me­no mi­no­re. È la su­pre­ma­zia del­la mo­da che, se­con­do il fi­lo­so­fo Gil­les Li­po­ve­tsky, ha pro­dot­to i nuo­vi cit­ta­di­ni del mon­do: in­di­vi­dui mo­bi­li, sen­za pre­giu­di­zi, dal­la per­so­na­li­tà aper­ta e dai gu­sti che mu­ta­no con­ti­nua­men­te. E dal­la con­ver­gen­za tra cul­tu­ra al­ta e ar­te po­po­la­re na­sce il suo po­te­re che pe­rò è in via di cam­bia­men­to e che, se­con­do i cri­ti­ci più ra­di­ca­li, po­treb­be fi­ni­re. Lo ha af­fer­ma­to Li Edel­koort, la stu­dio­sa e an­ti­ci­pa­tri­ce dei co­sid­det­ti tra feb­bra­io e mar­zo 2015 in oc­ca­sio­ne del De­si­gn In­da­ba, la con­fe­ren­za or­ga­niz­za­ta ogni an­no in Su­da­fri­ca de­di­ca­ta al me­glio del­la crea­ti­vi­tà in­ter­na­zio­na­le. Con il suo

spie­ga che po­treb­be tra­sfor­mar­si nel­la pa­ro­dia un po’ tri­ste di quel­lo che è sta­ta per­ché si sta po­si­zio­nan­do pe­ri­co­lo­sa­men­te al di fuo­ri del­la so­cie­tà, ri­schian­do di per­de­re con­tat­to con ciò che sta av­ve­nen­do nel mon­do. Al con­tra­rio di ciò che è sem­pre sta­ta: uno stru­men­to che in­ter­pre­ta im­ma­gi­ni e de­si­de­ri de­gli uo­mi­ni. Ma è dif­fi­ci­le so­ste­ner­lo in un con­te­sto do­ve in nem­me­no mez­zo se­co­lo se­du­zio­ne ed ef­fi­me­ro so­no di­ven­ta­ti i prin­ci­pi or­ga­niz­za­to­ri del­la vi­ta col­let­ti­va. Se­con­do le pa­ro­le di Li­po­ve­tsky, il fashion ha una for­za nel com­ples­so po­si­ti­va per le isti­tu­zio­ni de­mo­cra­ti­che e l’au­to­no­mia del­le co­scien­ze, aven­do pla­sma­to «un ma­te­ria­le uma­no più dut­ti­le di quan­to si pen­si per­ché ha ac­cet­ta­to la le­git­ti­mi­tà del cam­bia­men­to e ri­nun­cia­to al­la vi­sio­ne di una real­tà ri­vo­lu­zio­na­ria/ma­ni­chea» (da

An­che tra vent’an­ni la mo­da sa­rà un se­gna­le di li­ber­tà, un’espres­sio­ne in­di­vi­dua­le che can­cel­la uni­for­mi­tà di con­vin­zio­ni e comportamenti. Quan­to ai mo­del­li e al­le for­me che pren­de­rà, può ri­spon­de­re Tho­mas Stearns Eliot. «Il tem­po pre­sen­te e il tem­po pas­sa­to/Son for­se pre­sen­ti en­tram­bi nel tem­po fu­tu­ro,/ E il tem­po fu­tu­ro è con­te­nu­to nel tem­po pas­sa­to». Per il fashion, in­som­ma, tut­to si gio­ca tra vin­ta­ge e in­no­va­zio­ne estre­ma.

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