A scuo­la mi ac­cu­sa­va­no di por­ta­re ci­glia fin­te e di usa­re len­ti a con­tat­to per al­te­ra­re il co­lo­re de­gli oc­chi. Ero pic­co­la, mi pa­re­va­no cri­ti­che in­cre­di­bi­li

Corriere della Sera - Io Donna - - Cover Story -

for­te e fra­gi­le al­lo stes­so tempo, co­me da pic­co­la: pian­ge­vo quan­do in­con­tra­vo un sen­za tet­to, per dolore e com­pas­sio­ne. Pian­go al cinema e per mil­le al­tre ra­gio­ni. Per esem­pio? Quan­do mi sen­to sen­za spe­ran­za. L’al­tra not­te ero a let­to al buio e mi in­ter­ro­ga­vo sul­la vi­ta e sui pro­ble­mi in ge­ne­ra­le. De­ve es­ser­ci una sor­ta di or­di­ne spi­ri­tua­le- mi di­ce­vo- un si­ste­ma, qual­co­sa che dia un sen­so a tut­to que­sto. Cre­do nel viag­gio kar­mi­co e nel­la cre­sci­ta dell’anima: la vi­ta al­tri­men­ti sa­reb­be in­tol­le­ra­bi­le. Lei qual­che an­no fa mi dis­se che l’amo­re è dolore. Mi ri­fe­ri­vo all’amo­re per i fi­gli: pro­vi un amo­re smi­su­ra­to, che fa ma­le. Ha trent’an­ni, una lun­ga re­la­zio­ne con suo ma­ri­to e una bel­la fa­mi­glia. Qual­che me­se fa, tut­ta­via, ha chie­sto il di­vor­zio, per ora in stand by da­ta la sua ter­za gra­vi­dan­za. Che co­sa cer­ca og­gi in una re­la­zio­ne con il part­ner? Do­po la na­sci­ta dei miei bam­bi­ni il mio rapporto con Brian è cam­bia­to; se ne so­no an­da­te al ven­to tut­te quel­le ro­man­ti­che­rie da can­zo­ni d’amo­re, co­sì in­ge­nue; l’amo­re che pro­vi per un fi­glio è unico e in­com­pa­ra­bi­le, e non po­trai mai più pro­va­re le stes­se emo­zio­ni con un adul­to. Cer­to: è bel­lo ave­re un ami­co, un part­ner, spe­cie quan­do hai dei bam­bi­ni, ma l’idea di te­ner­si per ma­no e scam­biar­si dei re­ga­li­ni a San Va­len­ti­no, ec­co, non ne sen­to pro­prio il bi­so­gno. Mi sem­bra­no del­le fan­ta­sie pue­ri­li. E il la­vo­ro? Che co­sa rap­pre­sen­ta in que­sta fa­se del­la sua vi­ta? Ne­gli ul­ti­mi an­ni ho pre­fe­ri­to le com­me­die e ho ri­fiu­ta­to i fi lm dram­ma­ti­ci: non vo­glio por­tar­mi a ca­sa dal set emo­zio­ni vio­len­te. Co­mun­que mi sen­to più sicura co­me at­tri­ce e più a mio agio quan­do gi­ro. Con­ti­nuo a ave­re grandi op­por­tu­ni­tà, e mi chie­do per­ché mai suc­ce­da pro­prio a me, una che in­ve­ste ben poche ener­gie nel­la pro­fes­sio­ne. È di­ven­ta­ta at­tri­ce per caso, in­som­ma? Ma no, già a quat­tro an­ni ave­vo de­ci­so che avrei re­ci­ta­to: «Fa­rò l’at­tri­ce» con­ti­nua­vo a ri­pe­te­re a mia ma­dre. Sa­pe­vo che sa­reb­be suc­ces­so, ma non ne ca­pi­vo il per­ché. E og­gi? Cer­co ancora di spie­gar­me­lo.

Me­gan Fox in una sce­na di di Da­vid Green.

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