Vor­rei rin­gra­zia­re la Di­sney e la Pi­xar per aver ri­fiu­ta­to il mio sog­get­to, co­strin­gen­do­mi co­sì a im­pu­gna­re la pen­na

Corriere della Sera - Io Donna - - Paradiso Per Bovini - F*cking Dent, Hi­gh­wa­ter, Buc­ky Hell or Twin Peaks

Mes­si­co: «Nem­me­no quel­la sta ren­den­do fe­li­ce qual­cu­no».

Da­vid Du­cho­v­ny co­no­sce la geo­po­li­ti­ca e co­no­sce la let­te­ra­tu­ra. A dif­fe­ren­za del­la mag­gior par­te del­le ce­le­bri­ty ha stu­dia­to. For­se fin trop­po. Pri­ma a Prin­ce­ton e poi a Ya­le. In Ame­ri­ca è ap­pe­na usci­to

il suo ro­man­zo nu­me­ro due. E an­che se la cri­ti­ca non l’ha osan­na­to, lui pen­sa «di an­da­re avan­ti su que­sta stra­da. So­no uno scrit­to­re fin­ché ho idee. E sic­co­me ne ho un al­tro pa­io…». Del re­sto lo di­ce chia­ro in

la can­zo­ne che ha scrit­to (e de­li­zio­sa­men­te can­ta­to), nel suo al­bum di esor­dio: «I’ve do­ne so­me good, I’ve do­ne so­me bad», co­me di­re: qual­cu­na l’ho az­zec­ca­ta, al­tre no. I suoi film da re­gi­sta, per dir­ne una, non so­no sta­ti dei suc­ces­si. E, spie­ga: «Le por­te de­gli Stu­dio dif­fi­cil­men­te si ria­pro­no se in pas­sa­to non hai gua­da­gna­to ci­fre stra­to­sfe­ri­che». Co­sì, qual­che sas­so­li­no dal­la scar­pa, se lo le­va: «Quan­do cer­chi di fa­re un film di­pen­di da mol­te per­so­ne e hai bi­so­gno di enor­mi quan­ti­tà di de­na­ro. La fru­stra­zio­ne che que­sto ha rap­pre­sen­ta­to per me ne­gli an­ni è cre­sciu­ta. Per­ciò a un cer­to pun­to ho sen­ti­to che do­ve­vo fa­re qual­co­sa di più leg­ge­ro: se­der­mi su una se­dia e, sen­za bi­so­gno di sol­di, pro­va­re a rac­con­ta­re una sto­ria. È sta­to mol­to li­be­ra­to­rio».

Du­cho­v­ny non è Ja­mes Fran­co e nem­me­no Ethan Ha­w­ke, due no­mi il­lu­stri nell’eser­ci­to di at­to­ri ame­ri­ca­ni che, pri­ma di lui, si so­no mi­su­ra­ti con il ro­man­zo. Sgan­cia ci­ta­zio­ni d’epo­ca - dai Led Zep­pe­lin e dai Pink Floyd ( la mu­si­ca con cui un new­yor­che­se del 1960 è cre­sciu­to) - co­me bom­be a grap­po­lo, ma sen­ti che non ha mai vo­glia di es­se­re cool a ogni co­sto. La­scia che El­sie dia­lo­ghi con la sua edi­tor a pro­po­si­to di chi po­treb­be in­car­nar­la nel film trat­to dal li­bro e con­clu­de che l’in­ter­pre­te per­fet­ta è Jen­ni­fer La­w­ren­ce. Se lui ha ap­pe­na ri­ve­sti­to i pan­ni di Den­nis / De­ni­se, l’agen­te Fbi trans che è tor­na­to a in­ter­pre­ta­re per il nuo­vo

che Da­vid Lyn­ch ci con­se­gne­rà ad apri­le 2017 («Non pos­so di­re una pa­ro­la. È il pro­get­to più blin­da­to cui ab­bia mai par­te­ci­pa­to»), che co­sa mai po­treb­be im­pe­di­re al­la pro­ta­go­ni­sta di di in­ter­pre­ta­re una muc­ca?

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