Heart of a Dog.

Corriere della Sera - Io Donna - - Giovani Dentro E Anche Fuori) - Is a gho­st sto­ry, Eve­ry lo­ve sto­ry ndr).

ri­tor­na, ti pren­de al­le spal­le: co­sì, co­me di­ce il mae­stro di me­di­ta­zio­ne mio e di Lou, Min­gyur Rin­po­che, de­vi im­pa­ra­re a sen­tir­ti tri­ste sen­za es­se­re tri­ste. Non sta­re se­du­ti a pian­ge­re ma fa­re qual­co­sa. Agi­re, al­zar­si in pie­di. Non sia­mo qui per sem­pre. Guar­dia­mo la vi­ta, ci so­no an­che mo­men­ti mol­to bel­li. Per­ché ha scel­to lo stes­so ti­to­lo del ro­man­zo di Mi­chail Bul­ga­kov, Cuo­re di ca­ne? In ef­fet­ti du­ran­te la la­vo­ra­zio­ne il ti­to­lo non era que­sto, ma

uno dei miei ver­si pre­fe­ri­ti di Da­vid Fo­ster Wal­la­ce. Poi mi è ca­pi­ta­to tra le ma­ni il ro­man­zo, do­ve un ca­ne di­ven­ta uo­mo; e il mio fi lm ini­zia con me che par­to­ri­sco il ca­ne... In co­mu­ne c’è an­che la cri­ti­ca ai re­gi­mi che vo­glio­no de­ci­de­re chi sei: per Bul­ga­kov il co­mu­ni­smo, per me Ama­zon! Com­pri un li­bro e su­bi­to cer­ca­no di for­zar­ti: hai ac­qui­sta­to que­sto, Ti­zio? Guar­da qui, po­treb­be pia­cer­ti an­che que­st’al­tro. Ma io di­co ehi, aspet­ta un mo­men­to, che ne sai di me, ho com­pra­to quel li­bro so­lo per leg­ge­re qual­co­sa men­tre ave­vo l’in­fluen­za. Il suo film è ispi­ra­to all’idea del “bar­do”, se­con­do la tra­di­zio­ne ti­be­ta­na il pe­rio­do di 49 gior­ni do­po la mor­te in cui ci si pre­pa­ra a un’al­tra for­ma di vi­ta. Am­met­te­rà che è com­pli­ca­to e che non tut­to è chia­ris­si­mo. È un espe­ri­men­to. Non c’è mai sta­ta una sce­neg­gia­tu­ra, ag­giun­ge­vo pez­zi via via. Mi fi­do dell’im­ma­gi­na­zio­ne del­la gen­te, co­me nel­la mu­si­ca. E la vi­ta, co­mun­que, è an­co­ra più com­pli­ca­ta. La mia non ha una tra­ma: è di­sor­di­ne, va qua e là. Ci so­no mol­ti ri­fe­ri­men­ti all’11 set­tem­bre: quan­to è sta­to per­so­na­le? Mol­to, per­ché la mia ca­sa è vi­ci­no a Ground Ze­ro. Io amo il cie­lo, ma da al­lo­ra quan­do lo guar­do non mi dà più quel sen­so di li­ber­tà di pri­ma. In Heart of a Dog ve­dia­mo spes­so sua ma­dre. Lei di­ce: ci ten­go, ma non le vo­glio be­ne. Può spie­gar­lo? No, non pos­so: non lo so, era co­sì e ba­sta ( la ma­dre di Lau­rie An­der­son è scom­par­sa al­cu­ni an­ni fa, Non ama­re la pro­pria ma­dre è una spe­cie di ta­bù, non si può di­re. Ci so­no mo­di per cam­bia­re la si­tua­zio­ne, qual­cu­no fa­reb­be psi­ca­na­li­si per vent’an­ni per sco­pri­re i mo­ti­vi del non amo­re, ma io non mi sen­to adat­ta per la psi­ca­na­li­si. Ca­pi­ta di non es­se­re em­pa­ti­ci con una per­so­na ma non c’è una ra­gio­ne: suc­ce­de, non sen­ti nien­te e non sai per­ché. Non le è suc­ces­so con Lou Reed. Che co­sa le ha la­scia­to? Lou ave­va tre re­go­le. La pri­ma, non ave­re pau­ra di nes­su­no; la se­con­da, se ve­di ro­ba che ti pia­ce fat­ta da al­tri, guar­da e im­pa­ra; la ter­za, de­vi es­se­re sem­pre mol­to, mol­to te­ne­ro. So­no an­che le sue re­go­le? Sì. Da quan­do? Da tut­ta la vi­ta.

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