“SCRI­VO ALL’AL­BA, MA NON SO­NO ROMANTICO: EVITO I FI­GLI”

Die­ci an­ni di si­len­zio (a par­te un sag­gio di­rom­pen­te), ma l’at­te­sa è fi­ni­ta: Jo­na­than Sa­fran Foer tor­na con “Ec­co­mi” pub­bli­ca­to pri­ma in Ita­lia, poi ne­gli Usa (e qui spie­ga per­ché). Ar­chi­via­ta la di­men­sio­ne fan­ta­sti­ca, met­te a fuo­co lo sfa­scio di una fa­mi

Corriere della Sera - Io Donna - - Cover Story - di Mas­si­mo Gag­gi, fo­to di Ste­ve Py­ke per Io don­na

Jo­na­than Sa­fran Foer è na­to a Washington nel 1977. Ha scrit­to Ogni co­sa è il­lu­mi­na­ta e Mol­to for­te in­cre­di­bil­men­te vi­ci­no (en­tram­bi Guan­da).

Pa­dre, ma­ri­to, ebreo, pro­fes­sio­ni­sta del­la scrit­tu­ra (sce­neg­gia­to­re), Ja­cob Blo­ch, il pro­ta­go­ni­sta del nuo­vo ro­man­zo di Jo­na­than Sa­fran Foer, so­mi­glia all’au­to­re nel­la sua fa­ti­ca di te­ne­re in­sie­me que­ste di­ver­se iden­ti­tà con le lo­ro esi­gen­ze spes­so con­flig­gen­ti. Al cen­tro di Ec­co­mi c’è un terremoto che scon­vol­ge il Me­dio Orien­te of­fren­do ai Pae­si ara­bi un’oc­ca­sio­ne per at­tac­ca­re Israe­le. Lo Sta­to ebrai­co so­prav­vi­ve a fa­ti­ca, fe­ri­to e mu­ti­la­to. Ma la ve­ra sto­ria è quel­la di una fa­mi­glia jewi­sh di New York, con le sue ten­sio­ni e i suoi di­lem­mi, che al­la fi­ne si sfa­scia: un amo­re che pian pia­no di­ven­ta in­dif­fe­ren­za. E, per Ja­cob, la “missione im­pos­si­bi­le” di es­se­re in­sie­me pa­dre sem­pre pre­sen­te, ma­ri­to pre­mu­ro­so, buon cit­ta­di­no. «Mi fa pia­ce­re che l’ab­bia let­to co­sì» di­ce Sa­fran Foer che mi ri­ce­ve nel­la sua bel­la ca­sa di Broo­klyn, una vec­chia to­w­n­hou­se dal­le gran­di ve­tra­te. «Al­cu­ni mi di­co­no: hai scrit­to un ro­man­zo su Israe­le. E in­ve­ce no: la guer­ra per me è una cor­ni­ce, lo sfon­do. La sto­ria ve­ra è il dram­ma fa­mi­lia­re». Nel suo ro­man­zo d’esordio, Ogni co­sa è il­lu­mi­na­ta, do­mi­na il pas­sa­to: un viag­gio nel­le sue ra­di­ci eu­ro­pee. Il se­con­do, Mol­to for­te, in­cre­di­bil­men­te vi­ci­no, è af­fac­cia­to sul pre­sen­te: un bim­bo che ha per­so il pa­dre ne­gli at­ten­ta­ti dell’11 set­tem­bre 2001. Il sag­gio più re­cen­te, Ea­ting Ani­mals, guar­da al fu­tu­ro: co­sa ac­ca­drà all’ambiente se l’uma­ni­tà con­ti­nue­rà a man­gia­re car­ne co­me fan­no oggi gli ame­ri­ca­ni. Ec­co­mi do­ve lo col­lo­chia­mo? Cer­co di pas­sa­re dal­la sca­la cro­no­lo­gi­ca dei pri­mi la­vo­ri a quel­la del­la di­men­sio­ne e del­la di­stan­za. Nel pri­mo cer­ca­vo di col­pi­re coi pae­sag­gi ma­gi­ci, nel se­con­do do­mi­na­va la fan­ta­sia di un bam­bi­no: di­men­sio­ne fan­ta­sti­ca, ef­fet­ti spe­cia­li. Col sag­gio ar­ri­vo al­la di­men­sio­ne scien­ti­fi­ca. Ora ten­to di cat­tu­ra­re l’at­ten­zio­ne del let­to­re sen­za ef­fet­ti spe­cia­li. Tut­to si svol­ge in una ca­sa di Washington:

in ca­me­ra da let­to, in ba­gno. Uso mol­to i dia­lo­ghi, co­me non ave­vo mai fat­to pri­ma. Il ro­man­zo del­la ma­tu­ri­tà? Cre­do che sia un la­vo­ro più ma­tu­ro ma è il let­to­re a do­ver giu­di­ca­re. Io pro­vo a met­ter­ci un’one­sta esplo­ra­zio­ne del rap­por­to tra es­se­ri uma­ni. Cos’è “ca­sa”? La fa­mi­glia, la pa­tria, una per­so­na, il luo­go in cui ci sen­tia­mo si­cu­ri? E poi il ma­tri­mo­nio che nel ro­man­zo si dis­sol­ve. Un amo­re pro­fon­do che eva­po­ra nel­lo scon­cer­to di Ja­cob e an­che di Ju­lia. “Ogni amo­re è scol­pi­to nel­la per­di­ta” ave­va scrit­to nel suo pri­mo ro­man­zo... Non pre­ten­do di of­fri­re un pa­ra­dig­ma dell’amo­re, ce ne so­no tan­ti ti­pi: dal pri­mo amo­re, pas­sio­na­le, a quel­lo ma­tu­ro che di­ven­ta de­vo­zio­ne. Cer­to mi fa pia­ce­re quan­do chi leg­ge mi di­ce di ri­tro­var­si nel­le de­scri­zio­ne di quei si­len­zi che ca­la­no all’im­prov­vi­so tra coniugi non più af­fia­ta­ti, ma a me in­te­res­sa­va di più de­scri­ve­re le iden­ti­tà con­fl ig­gen­ti. So­no pa­dre in mo­do in­con­di­zio­na­to, so­no ma­ri­to de­vo­to, ma de­vo an­che es­se­re un pro­fes­sio­ni­sta che dà tut­to. He­re I am, Ec­co­mi, la ri­spo­sta di Abra­mo a Dio che gli chie­de di sa­cri­fi­car­gli un fi­glio: de­di­zio­ne as­so­lu­ta. Quan­do ha de­ci­so di ti­ra­re in bal­lo Abra­mo? Fin dall’ini­zio ho avu­to in te­sta quel­la fra­se: ec­co­mi, so­no qui, puoi con­ta­re su di me. Ma so­lo al­la fi ne è di­ven­ta­ta ti­to­lo. Cam­bian­do la pro­spet­ti­va del li­bro. Un li­bro sof­fer­to: so­no pas­sa­ti die­ci an­ni dal suo ul­ti­mo ro­man­zo. Die­ci an­ni di ri­sve­gli all’al­ba per scri­ve­re. Ha sa­cri­fi­ca­to lo scrit­to­re al pa­dre? Quan­to al ma­tri­mo­nio, poi, lei ha di­vor­zia­to due an­ni fa da Ni­co­le Krauss: quan­to ha pe­sa­to sul li­bro? Non è au­to­bio­gra­fi­co, ha det­to. Ma ha an­che det­to che ogni li­bro è un au­to­ri­trat­to. La mia vi­cen­da è en­tra­ta nel li­bro, cer­to, ma non nel­la de­scri­zio­ne del di­vor­zio: l’ho scrit­ta di­ver­si an­ni fa, ben pri­ma di di­vor­zia­re real­men­te. È uno di quei ca­si nei qua­li non sai se sia la vi­ta che imi­ta l’ar­te o vi­ce­ver­sa. Quan­to al­lo scri­ve­re all’al­ba, era so­lo il ten­ta­ti­vo di la­vo­ra­re un po’ pri­ma del ri­sve­glio dei ra­gaz­zi. Ha pre­sen­te? Si al­za­no tar­di, stan­no trop­po in ba­gno, vo­glio­no ci­bi di­ver­si per co­la­zio­ne, an­che i den­ti­fri­ci de­vo­no es­se­re di­ver­si. Corsa tra­fe­la­ta ver­so la scuola. Poi lo­ro cre­sco­no e tu ti riap­pro­pri di un pez­zo di vi­ta. I no­stri ge­ni­to­ri vo­le­va­no cam­bia­re il mon­do, se­gui­va­no me­no i fi­gli. Noi sia­mo più pre­sen­ti, sa­cri­fi­chia­mo il la­vo­ro. E ri­schia­mo di di­ven­ta­re i lo­ro “spaz­za­ne­ve”... Ve­ro, ma è un mon­do di­ver­so. Mia ma­dre era un’im­mi­gra­ta: do­ve­va pro­cu­ra­re il ci­bo, pa­ga­re l’af­fit­to e il ri­scal­da­men­to. Noi pos­sia­mo per­met­ter­ci il lus­so di ve­de­re le co­se in mo­do di­ver­so. Al­tra cul­tu­ra, al­tre prio­ri­tà. Guar­di Do­nald Trump: rio­rien­ta tut­to su se stes­so, crea ad­di­rit­tu­ra un mu­ro at­tor­no a sé. Hil­la­ry, in­ve­ce, è più con­nes­sa: con la so­cie­tà ame­ri­ca­na e nei rap­por­ti col re­sto del mon­do. Aiu­te­rà la Clin­ton co­me ha fat­to 4 an­ni fa con Oba­ma? Pro­ve­rò: un po’ di fun­drai­sing, la co­sa più sem­pli­ce. Deluso da Oba­ma, co­me al­tri scrit­to­ri che l’ave­va­no so­ste­nu­to in­sie­me a lei? Deluso dal si­ste­ma, dal­la pa­ra­li­si del Con­gres­so, dal cli­ma nel Pae­se, non da Oba­ma. Con­si­de­ro un pri­vi­le­gio aver vis­su­to nell’era del­la sua pre­si­den­za. Ec­co­mi esce da noi (il 29 ago­sto, ndr) an­co­ra pri­ma che ne­gli Usa e lei ver­rà su­bi­to qui a pre­sen­tar­lo. Co­me mai que­sto amo­re per l’Ita­lia? Amo il Pae­se, la cul­tu­ra, gli au­to­ri, da Pri­mo Le­vi a Cal­vi­no. C’è un rap­por­to spe­cia­le con la gen­te - la let­tu­ra più me­mo­ra­bi­le l’ho fat­ta al Fo­ro Ro­ma­no - ma so­prat­tut­to con Guan­da: il pri­mo edi­to­re stra­nie­ro che ha cre­du­to in me, ai tem­pi del­la mia opera pri­ma.

Tut­to si svol­ge in una ca­sa di Washington. Ma cos’è “ca­sa”? La fa­mi­glia, la pa­tria, una per­so­na, il luo­go in cui ci sen­tia­mo si­cu­ri?

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