VIDEOCRAZIA

Corriere della Sera - Sette - - Numero - di Mat­teo Per­si­va­le

Twin Peaks? Più che un se­rial tv, un’in­stal­la­zio­ne per la Bien­na­le

È COLPA DI TWIT­TER se ho guar­da­to la tv per 18 ore con­se­cu­ti­ve e se ades­so, a qua­si qua­rant’anni dall’ul­ti­ma vol­ta che mi era suc­ces­so (in ter­za ele­men­ta­re) ho pau­ra a sta­re da so­lo in una stan­za buia. Pro­prio io che ave­vo de­ci­so che non avrei guar­da­to il ri­tor­no di Twin Peaks – do­po 27 anni -- per una se­rie di ra­gio­ni che ave­vo elen­ca­to su Videocrazia e che mi pa­re­va­no sen­sa­te. Ma poi la se­rie è fi­ni­ta e ho fat­to una di quel­le vi­deoab­buf­fa­te da mal­con­si­glia­ti che ades­so si chia­ma­no bin­ge-wat­ching. Gran­de am­mi­ra­to­re di Da­vid Lyn­ch, mi ero av­ven­ta­ta­men­te de­fi­ni­to in que­sta ru­bri­ca «un No Twin Peaks, sen­za se e sen­za ma » . Mi fa­ce­va im­pres­sio­ne che Lyn­ch, or­mai emar­gi­na­to dall’in­du­stria del ci­ne­ma hol­ly­woo­dia­no, aves­se de­ci­so di rie­su­ma­re l’uni­co ve­ro gran­de suc­ces­so com­mer­cia­le (spot mo­da­io­li a par­te) del­la sua car­rie­ra co­sì avant-gar­de.

UNA SET­TI­MA­NA DO­PO L’AL­TRA, un epi­so­dio do­po l’al­tro (pro­dot­to dall’ame­ri­ca­na Sho­w­ti­me, è an­da­to in on­da in Ita­lia su Sky Atlan­tic), ave­vo con­ti­nua­to lo scio­pe­ro bian­co. Fin­ché, qual­che gior­no fa, su Twit­ter, in una di­scus­sio­ne che non c’en­tra­va nean­che con Twin Peaks, qual­cu­no ha scrit­to che la sce­na, in tv, che gli ave­va fat­to più pau­ra era l’uc­ci­sio­ne di Mad­die, cu­gi­na di Lau­ra Pal­mer, in Twin Peaks. Io mi ero tro­va­to d’ac­cor­do: a di­stan­za di un quar­to di se­co­lo, mi met­te an­co­ra a di­sa­gio e non l’ho più ri­vi­sta. È ri­tor­na­ta in me la de­vo­zio­ne del vecchio fan; ho chie­sto aiu­to a un ami­co che ave­va re­gi­stra­to le 18 pun­ta­te, e ho de­di­ca­to una gior­na­ta (16 ore con­se­cu­ti­ve dal­le 8 al­le 24, più due il mat­ti­no se­guen­te per l’epi­lo­go) al­la vi­sio­ne con­ti­nua­ta del­la ter­za se­rie di Twin Peaks. Che non è più un se­rial tv, se per se­rial tv de­fi­nia­mo un pro­dot­to nar­ra­ti­vo con un ini­zio, uno svol­gi­men­to e una fi­ne che per­met­te al­lo spet­ta­to­re di com­pren­de­re il sen­so dell’azio­ne e chi sia­no i per­so­nag­gi. No, è ba­sta­ta la prima mezz’ora per ca­pi­re che la ter­za se­rie di Twin Peaks non è un se­rial né una soap ope­ra hor­ror ma è un’in­stal­la­zio­ne, più da Bien­na­le di Ve­ne­zia o Art Ba­sel che da Sky Atlan­tic.

I PER­SO­NAG­GI DIVENTANO DOPPI o tri­pli – le for­ze del ma­le ge­ne­ra­no so­sia mal­va­gi – o, in un ca­so, si tra­sfor­ma­no in gi­gan­te­sche teie­re par­lan­ti. Com­pa­io­no gi­gan­ti, na­ni, ca­da­ve­ri se­du­ti com­po­sta­men­te su una se­dia che nes­su­no dei pre­sen­ti nel ti­nel­lo de­gna di uno sguar­do (so­no invisibili?). Si fan­no ri­fe­ri­men­ti a per­so­nag­gi che nes­su­no ha mai sen­ti­to no­mi­na­re prima. Si par­la per enig­mi, in­do­vi­nel­li, oscu­ri pre­sa­gi. Sen­za sen­so? Pro­ba­bil­men­te, an­che se i fan più in­cor­reg­gi­bi­li dia­lo­ga­no su In­ter­net in grup­pi di di­scus­sio­ne de­di­ca­ti all’ese­ge­si im­pos­si­bi­le. Pe­rò Lyn­ch quan­do vuo­le far­ci mo­ri­re di pau­ra, in­ve­ce di far­ci mo­ri­re di no­ia, ci rie­sce an­co­ra be­nis­si­mo. Gli ba­sta una fo­re­sta buia, il suo­no del vento, una ca­sa abi­ta­ta da qual­cu­no che lì non do­vreb­be pro­prio star­ci. Il fi­na­le, con un ur­lo che mi ha fat­to let­te­ral­men­te ve­ni­re la pel­le d’oca ? Lo ri­cor­de­rò tra 27 anni con lo stes­so di­sa­gio con il qua­le ri­cor­do og­gi la mat­tan­za del­la po­ve­ra Mad­die nel 1991. E ades­so il cor­ri­do­io di ca­sa, di se­ra, se non ac­cen­do su­bi­to la lu­ce, mi pre­oc­cu­pa co­me non mi ca­pi­ta­va dal 1978.

ART-DE­TEC­TI­VE Ky­le Ma­cLa­chlan, ov­ve­ro l’agente Da­le Coo­per, nell’ul­ti­ma se­rie di Twin Peaks

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