Un Pa­dre per tut­ti noi, è la de­mo­cra­zia del Cie­lo

Corriere della Sera - - CULTURA - Di Car­lo Ba­ro­ni

ALui che sta nei cie­li chie­dia­mo da due­mi­la an­ni il pa­ne quo­ti­dia­no e di li­be­rar­ci dal ma­le. For­se non ci ascol­ta sem­pre. Ma­ga­ri sia­mo noi che non sap­pia­mo co­me dir­lo. An­che se le pa­ro­le giu­ste ci era­no sta­te sug­ge­ri­te. Ma ognu­no ha qual­co­sa in più e di di­ver­so. Il mio Pa­dre No­stro (edi­zio­ni Im­pri­ma­tur) è l’ul­ti­mo «re­ga­lo» di Car­lo Ma­ria Mar­ti­ni: l’idea, na­ta tre an­ni fa, di far ri­scri­ve­re la pre­ghie­ra del­le pre­ghie­re a per­so­ne di­ver­se per cul­tu­ra, ce­to so­cia­le, età. E rac­col­te da Gior­gio Ro­ve­sti. Non a ca­so pe­dia­tra e poe­ta.

Per­ché nell’in­vo­ca­zio­ne al pa­dre sia­mo tut­ti co­me bam­bi­ni. Si co­min­cia da Adria­no, astro­no­mo, e si ar­ri­va a Vit­to­ria, che con i suoi novant’an­ni è la me­no gio­va­ne di tut­ti. C’è la na­tu­ra­le ne­ces­si­tà, il bi­so­gno di met­ter­si in ascol­to per­si­no quan­do sia­mo noi a fa­re le do­man­de. La fe­de sem­pli­ce fat­ta di pa­ro­le di­ret­te, sen­za fron­zo­li o so­fi­smi da in­tel­let­tua­le.

Gia­co­mo, che un me­stie­re non ce l’ha più e di­ce che «non gli re­sta che pre­ga­re», ma non è una re­sa. So­lo l’uni­ca co­sa da fa­re. E par­la a Dio co­me ci si ri­vol­ge all’ami­co fi­da­to per­ché «ci met­ta una pez­za». Aldo, bio­lo­go, ci ve­de il «mi­ra­co­lo del­la vi­ta», per lui che ogni gior­no la in­con­tra al di là di un mi­cro­sco­pio ed è sem­pre una do­man­da con trop­pe ri­spo­ste e, tal­vol­ta, nes­su­na. C’è An­na, psi­co­te­ra­peu­ta, che viag­gia, balla il tan­go, fo­to­gra­fa e scri­ve. E la­vo­ra per aiu­ta­re le per­so­ne trau­ma­tiz­za­te a «ram­men­da­re l’amo­re per la pro­pria sto­ria». Jes­si­ca ven­de il suo cor­po e «non si ver­go­gna di am­met­ter­lo». Le ba­sta­no no­ve pa­ro­le per ri­vol­ger­si a chi può ten­der­le una ma­no: «Pa­dre No­stro, ren­di­mi de­gna, non re­spin­ger­mi. Ti pre­go, aiu­ta­mi».

Tra le ses­san­ta­sei vo­ci che si ri­vol­go­no al di­vi­no an­che i no­mi di chi la vi­ta, il la­vo­ro ha mes­so in copertina. Al­ba­no Car­ri­si ve­de il Pa­dre «nei co­lo­ri dell’ar­co­ba­le­no, nei

Pun­ti di vi­sta Ses­san­ta­sei con­tri­bu­ti tra gio­va­ni e an­zia­ni, no­mi umi­li e sco­no­sciu­ti, per­so­nag­gi fa­mo­si

vul­ca­ni che ar­do­no sem­pre, nel­le ne­nie di po­po­li lon­ta­ni». Ro­ber­to Do­na­do­ni sa che ba­sta chie­de­re per­ché ci ven­ga da­to. La per­so­na­le pre­ghie­ra di Er­man­no Ol­mi si con­clu­de con l’esor­ta­zio­ne a li­be­rar­ci da «ogni egoi­smo e pre­va­ri­ca­zio­ne sui fratelli più de­bo­li». Quel­lo di Giu­lio Gio­rel­lo è il Pa­dre No­stro del ri­bel­le, quel­lo pen­sa­to per ri­cor­da­re il gior­no del­la mor­te di Bob­by Sands. Fer­ruc­cio de Bor­to­li, au­to­re an­che del­la pre­fa­zio­ne, par­la al Pa­dre dei suoi dub­bi e chie­de un «or­meg­gio per la sua ani­ma» e la ca­pa­ci­tà di ri­co­no­sce­re il «Ma­le, an­che quan­do que­sto ve­ste abi­ti ele­gan­ti e in­can­ta con il suo elo­quio». Mar­co Gar­zo­nio chie­de il do­no di es­se­re re­so «di­sce­po­lo del­la Tua Pa­ro­la».

Pre­ghie­re che ti­ra­no fuo­ri le sto­rie di cia­scu­no di noi. Do­ve ri­co­no­scer­ci. Per­ché se il Pa­dre è uno so­lo, an­che i fi­gli so­no tut­ti ugua­li. E non con­ta da do­ve vie­ni o quan­ti an­ni hai. La de­mo­cra­zia del Cie­lo che si span­de so­pra tut­ti. Bi­so­gno­si di un aiu­to sen­za es­se­re mai ras­se­gna­ti, pe­rò. An­che nel do­lo­re, per­si­no nell’ine­lut­ta­bi­li­tà di una si­tua­zio­ne sen­za sboc­chi, la di­spe­ra­zio­ne re­sta sem­pre fuo­ri dal­la por­ta. Pos­so­no es­ser­ci le la­cri­me, si può pro­va­re un sen­so di in­giu­sti­zia, ma nien­te che pos­sa spin­ger­ci sot­to per sem­pre.

Ci so­no le pre­ghie­re dei bam­bi­ni, quel­li che han­no sem­pre ca­pi­to tut­to in an­ti­ci­po. E qual­che vol­ta la pre­ghie­ra na­scon­de il de­si­de­rio che ci ven­ga­no ri­co­no­sciu­ti i no­stri me­ri­ti che il mon­do non vuo­le ve­de­re. O, peg­gio, pre­ten­de­re ven­det­ta per chi ci ha fat­to del ma­le. So­no le vol­te che gli oc­chi non ce la fac­cia­mo, non pos­sia­mo al­zar­li e le pa­ro­le ci esco­no da lab­bra sem­pre scre­po­la­te dall’odio.

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