«Met­te­te via quel te­le­fo­ni­no»

«La ri­vo­lu­zio­ne di­gi­ta­le è un rim­be­cil­li­men­to». «No, pa­pà: la re­te è par­te es­sen­zia­le del­la vi­ta»

Corriere della Sera - - DA PRIMA PAGINA - di Al­do Caz­zul­lo con Ros­sa­na e Fran­ce­sco

Non è pos­si­bi­le che, quan­do an­dia­mo in piz­ze­ria, an­zi­ché i vo­stri vol­ti mi ve­da sem­pre da­van­ti i vo­stri cel­lu­la­ri. Non è pos­si­bi­le che, quan­do en­tria­mo in un al­ber­go, co­me pri­ma co­sa voi due, Fran­ce­sco e Ros­sa­na, chie­dia­te la pas­sword del wi-fi.

Non è pos­si­bi­le che ovun­que si va­da, all’este­ro o in Li­gu­ria dai non­ni, voi due vi por­tia­te die­tro il vo­stro pic­co­lo mon­do, chiu­so nel te­le­fo­ni­no. Vi ri­cor­da­te quel­la gi­ta in Pro­ven­za? I cam­pi di la­van­da in fio­re era­no bel­lis­si­mi; ma voi non li guar­da­va­te; era­va­te sem­pre chi­ni sui cel­lu­la­ri. Vi ri­cor­da­te do­me­ni­ca scor­sa a ca­sa dei non­ni? Era­va­te as­sen­ti, di­stan­ti, tut­ti pre­si dal­lo smart­pho­ne. Ed è un pec­ca­to, per­ché l’amo­re a cer­chio di vi­ta tra i non­ni e i ni­po­ti è me­ra­vi­glio­so.

Si vi­ve con lo spec­chio in ma­no. Sie­te una ge­ne­ra­zio­ne con lo sguar­do bas­so; e l’im­ma­gi­ne ri­fles­sa su cui sie­te chi­ni è sem­pre la vo­stra.

Non ve lo di­co co­me po­le­mi­ca, ma con in­fi­ni­to amo­re e un po’ di pre­oc­cu­pa­zio­ne, per­ché ve­do in voi i pri­mi sin­to­mi del­la ma­lat­tia che ha già con­ta­gia­to per pri­mi noi adul­ti: il nar­ci­si­smo di mas­sa. Spe­ro che or­mai vi sia chia­ro: il cel­lu­la­re in real­tà è uno spec­chio. Fa­te­ci ca­so: le don­ne non gi­ra­no più con lo spec­chiet­to nel­la bor­sa, per con­trol­la­re il sor­ri­so e il truc­co; han­no il cel­lu­la­re, con la fo­to­ca­me­ra in­cor­po­ra­ta. Ma non è so­lo quel­lo. Nar­ci­so al­me­no do­ve­va an­da­re al fiu­me per rin­na­mo­rar­si ogni vol­ta di se stes­so. Voi, ma do­vrei di­re noi, ab­bia­mo sem­pre il cel­lu­la­re a por­ta­ta di ma­no. Non riu­scia­mo a sta­re sen­za per cin­que mi­nu­ti. E lo usia­mo per far sa­pe­re agli al­tri quel­lo che fac­cia­mo, pen­sia­mo, man­gia­mo, be­via­mo, so­gnia­mo. Ma in real­tà stia­mo par­lan­do da so­li. Per­ché agli al­tri di noi non im­por­ta nul­la. In re­te tut­ti chiac­chie­ra­no, mol­ti gri­da­no, qual­cu­no in­sul­ta, mi­nac­cia, ca­lun­nia; e nes­su­no ascol­ta. Al­la di­spe­ra­ta ri­cer­ca di at­ten­zio­ne e aiu­to, tan­ti ra­gaz­zi af­fi­da­no a YouTu­be e ai so­cial le lo­ro co­se più in­ti­me, ta­lo­ra ver­go­gno­se, co­me nau­fra­ghi che in­fi­la­no il mes­sag­gio nel­la bot­ti­glia e la af­fi­da­no al­le on­de dell’ocea­no, fi­du­cio­si che la por­ti­no nel­le ma­ni di un soc­cor­ri­to­re; che pe­rò non c’è. Sa­pe­te qua­li so­no le oc­cu­pa­zio­ni a cui in me­dia si de­di­ca più tem­po on­li­ne? Il por­no e i vi­deo­gio­chi.

Tut­te co­se che si fan­no da so­li. So­li­tu­di­ne, al­tro che so­cial. La ri­vo­lu­zio­ne di­gi­ta­le è il più gran­de rin­co­glio­ni­men­to di mas­sa nel­la sto­ria dell’uma­ni­tà. Non sol­tan­to di­strug­ge la­vo­ro e crea fal­si ido­li, ar­ric­chen­do mi­liar­da­ri ca­li­for­nia­ni re­stii a pa­ga­re le tas­se; di­strug­ge un pa­tri­mo­nio di cul­tu­ra e di ci­vil­tà. Se­co­li di let­te­ra­tu­ra, ar­te, mu­si­ca en­tra­no nel cel­lu­la­re, ven­go­no fat­ti a pez­zi e get­ta­ti in aria co­me co­rian­do­li. Il me­glio di quel che l’uo­mo ha scrit­to, di­pin­to, com­po­sto, pen­sa­to vie­ne tri­tu­ra­to e ri­dot­to a fram­men­ti, de­sti­na­ti a per­der­si nell’ocea­no del­le scioc­chez­ze e del­le fal­si­tà. Non ve­do li­bri, gior­na­li, dvd, cd in ma­no ai vo­stri coe­ta­nei, e nep­pu­re ai tren­ten­ni. Non vi ve­do al ci­ne­ma, a tea­tro, all’ope­ra, al­lo sta­dio. Per­ché un film du­ra due ore, una par­ti­ta no­van­ta mi­nu­ti più re­cu­pe­ri; i fil­ma­ti su YouTu­be do­po po­chi se­con­di vi han­no già an­no­ia­to.

Noi non era­va­mo sem­pre con­nes­si; e que­sto ci ha da­to mo­do di eser­ci­ta­re la fan­ta­sia. Non ave­va­mo Wi­ki­pe­dia; e que­sto ci ha al­le­na­to la me­mo­ria. Non era­va­mo pri­gio­nie­ri del­la re­te co­me cri­ce­ti nel­la ruo­ta; e que­sto ci ha in­se­gna­to ad as­sa­po­ra­re il tem­po, a vol­te per­si­no la no­ia.

Cer­to, an­che noi ge­ni­to­ri sia­mo iper­con­nes­si. Co­me ha scrit­to Al­tan: «È re­cord, ogni cel­lu­la­re pos­sie­de un ita­lia­no». Ma per un bam­bi­no o un ado­le­scen­te l’os­ses­sio­ne di es­se­re sem­pre on­li­ne può di­ven­ta­re un pe­ri­co­lo an­co­ra più gran­de. Per­ché co­sì ri­schia di as­sue­far­si al­la vi­ta vir­tua­le, pri­ma an­co­ra di aver co­min­cia­to a vi­ve­re quel­la ve­ra.

Fran­ce­sco & Ros­sa­na

Pa­pà, non è pos­si­bi­le che tu non ci ab­bia da­to ret­ta. Te l’ave­va­mo det­to in tut­ti i mo­di di non scri­ve­re que­sto li­bro. Fi­ni­rai per far­ti odia­re dal­la no­stra ge­ne­ra­zio­ne, e an­che dal­la tua.

Noi non met­te­re­mo via il cel­lu­la­re, al­me­no non quan­do ce lo di­ci tu. Ogni ri­vo­lu­zio­ne ha avu­to i suoi ha­ter, i suoi odia­to­ri: i lud­di­sti vo­le­va­no di­strug­ge­re i te­lai a va­po­re, il tre­no era un’ope­ra di Sa­ta­na; c’era­no quel­li che non vo­le­va­no viag­gia­re in au­to­mo­bi­le, quel­li che ri­fiu­ta­va­no di sa­li­re su­gli ae­rei.

La re­te per la no­stra ge­ne­ra­zio­ne è par­te es­sen­zia­le del­la vi­ta; e que­sto va­le an­che per te, vi­sto che sei sem­pre chi­no sul cel­lu­la­re.

La re­te è lo spa­zio del­la li­ber­tà, of­fre tan­tis­si­me oc­ca­sio­ni: leg­ge­re gli scrit­to­ri che pre­fe­ri­sci, ascol­ta­re la mu­si­ca che ti va in quel mo­men­to, par­la­re con una per­so­na di cui sen­ti la man­can­za, so­prat­tut­to co­no­scer­ne di nuo­ve. E il te­le­fo­ni­no può aiu­tar­ti a sta­re me­glio an­che con la per­so­na che hai di fron­te. Quan­te vol­te sia­mo an­da­ti a cer­ca­re su Wi­ki­pe­dia il no­me che non ri­cor­da­vi, ci sia­mo vi­sti il gol del­la Ju­ve in di­ret­ta, ab­bia­mo sa­lu­ta­to i cu­gi­net­ti su Sky­pe?

Non è ve­ro che il te­le­fo­ni­no ci iso­la dal mon­do, ce lo crea. Pos­sia­mo de­ci­de­re di sta­re so­li, o pos­sia­mo de­ci­de­re di sta­re con gli al­tri. Pos­sia­mo spe­gner­lo e usci­re con gli ami­ci, o con­fron­tar­ci con gli stes­si ami­ci stan­do a ca­sa. Or­mai ci è in­di­spen­sa­bi­le per stu­dia­re, per leg­ge­re, per scri­ve­re; an­che a scuo­la, se usa­to be­ne. Tra l’al­tro, in Pro­ven­za non sa­rem­mo mai an­da­ti, se non ti aves­si­mo mo­stra­to su In­sta­gram le fo­to del­la fio­ri­tu­ra del­la la­van­da; tu non sa­pe­vi nep­pu­re che esi­stes­se.

Non è ve­ro nep­pu­re che la re­te di­strug­ge il la­vo­ro, lo cam­bia. In fu­tu­ro ci sa­rà qual­che po­sto no­io­so e ri­pe­ti­ti­vo in me­no, per­ché quel la­vo­ro lo fa­rà la tec­no­lo­gia per noi; ma ci sa­ran­no mol­ti po­sti crea­ti­vi, per­ché la re­te si rin­no­va di con­ti­nuo, rein­ven­ta tut­to, col­le­ga mon­di e ne co­strui­sce di nuo­vi. E ren­der­la più uma­na sa­rà la sfi­da del­la no­stra ge­ne­ra­zio­ne.

Non de­vi pen­sa­re che lo smart­pho­ne pos­sa so­sti­tui­re la fi­gu­ra del ge­ni­to­re, sem­mai spes­so so­no i ge­ni­to­ri a usar­li per di­strar­re i lo­ro fi­gli, co­me ma­ga­ri an­che tu da pic­co­lo ve­ni­vi mes­so da­van­ti al­la te­le­vi­sio­ne. Voi man­te­ne­te sem­pre il vo­stro ruo­lo fon­da­men­ta­le di tra­smet­te­re va­lo­ri, pas­sio­ni e in­te­res­si. La re­spon­sa­bi­li­tà di quel che sia­mo è vo­stra; non del te­le­fo­ni­no, che sem­mai è il vo­stro ali­bi.

Con­ta­gio «Ve­do i sin­to­mi del nar­ci­si­smo di mas­sa. E spe­ro che or­mai vi sia chia­ro: il cel­lu­la­re in real­tà è uno spec­chio» Il web è lo spa­zio del­la li­ber­tà, of­fre tan­tis­si­me oc­ca­sio­ni: leg­ge­re gli scrit­to­ri che ami, ascol­ta­re la mu­si­ca che ti va, par­la­re con una per­so­na di cui sen­ti la man­can­za, co­no­scer­ne di nuo­ve

ILLUSTRAZIONE DI BEP­PE GIACOBBE

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