La stra­te­gia del Te­so­ro per il do­po Bce

Nel 2017 Ban­ki­ta­lia ha com­pra­to ti­to­li per 118 mi­liar­di. Ha in bi­lan­cio il 16,3% del de­bi­to pub­bli­co

Corriere della Sera - - Primo Piano Politica Monetaria - Di Fe­de­ri­co Fu­bi­ni

Re­sta da ca­pi­re, ora che la Ban­ca cen­tra­le eu­ro­pea ha scel­to il suo per­cor­so di usci­ta, chi ne pren­de­rà il po­sto. Non sa­rà una ri­ti­ra­ta da po­co, quel­la che ini­zie­rà a far­si sen­ti­re dal 2019. Per con­to del­la Bce, ma as­su­men­do il ri­schio sul pro­prio bi­lan­cio, da ol­tre tre an­ni la Ban­ca d’ita­lia è il mag­gio­re ac­qui­ren­te di uno dei pro­dot­ti fi­nan­zia­ri più li­qui­di e ab­bon­dan­ti che esi­sta­no sui mer­ca­ti mon­dia­li: i ti­to­li di Sta­to con i qua­li l’ita­lia fi­nan­zia il pro­prio de­bi­to pub­bli­co da 2.300 mi­liar­di.

Svol­to su man­da­to del­la Bce, il ruo­lo del­la Ban­ca d’ita­lia in que­sti an­ni è sta­to de­ter­mi­nan­te nel ge­ne­ra­re e so­ste­ne­re la do­man­da per quei bond. L’an­no scor­so l’isti­tu­to cen­tra­le ne ha com­pra­ti per 118 mi­liar­di di eu­ro, me­tà di quan­to è ser­vi­to al go­ver­no per co­pri­re le pro­prie esi­gen­ze di fi­nan­zia­men­to a me­dio o lun­go ter­mi­ne e a rim­bor­sa­re i cre­di­to­ri quan­do i lo­ro ti­to­li sca­de­va­no. L’obiet­ti­vo del­la Bce era dis­si­pa­re la mi­nac­cia di una de­fla­zio­ne — una ca­du­ta ge­ne­ra­le dei prez­zi — che avreb­be cor­ro­so la ri­pre­sa nell’area eu­ro. Nel far­lo, pe­rò, la Bce ha do­vu­to ac­cet­ta­re che mol­ti si abi­tuas­se­ro a una si­tua­zio­ne tutt’al­tro che nor­ma­le. Se­con­do gli ul­ti­mi da­ti di Ban­ca d’ita­lia, ad apri­le l’isti­tu­to ave­va il 16,3% di tut­to il de­bi­to pub­bli­co del Pae­se; una pro­gres­sio­ne enor­me, per­ché ne ave­va non più del 10% due an­ni pri­ma e il 5% quat­tro an­ni fa. Per con­to del­la Bce, l’isti­tu­to di via Na­zio­na­le è di­ven­ta­to il fi­nan­zia­to­re ul­ti­mo dell’ita­lia, la re­te di si­cu­rez­za, men­tre i par­ti­ti can­cel­la­va­no il pre­lie­vo sul­la pri­ma ca­sa e pro­met­te­va­no tas­se «piat­te» o red­di­ti di cit­ta­di­nan­za.

Nel frat­tem­po, pre­ve­di­bil­men­te, al­tri in­ve­sti­to­ri si sta­va­no ri­ti­ran­do. Ad apri­le le ban­che del Pae­se ave­va­no in bi­lan­cio de­bi­to ita­lia­no per 50 mi­liar­di in me­no dei 402 di un an­no pri­ma. E con­ti­nue­ran­no a usci­re, per­ché i re­go­la­to­ri eu­ro­pei non ve­do­no di buon oc­chio il le­ga­me sia­me­se fra si­ste­ma pri­va­to del cre­di­to e de­bi­to pub­bli­co. Non sa­ran­no le ban­che a so­sti­tui­re la Bce dal 2019. Né sa­ran­no le as­si­cu­ra­zio­ni, per mo­ti­vi si­mi­li: nel com­ples­so i grup­pi fi­nan­zia­ri pe­sa­no or­mai per un quar­to nel­la pla­tea dei cre­di­to­ri dell’ita­lia, quan­do era­no un ter­zo ap­pe­na due an­ni fa. È im­pro­ba­bi­le an­che che tor­ni­no a com­pra­re di­ret­ta­men­te le fa­mi­glie, che or­mai de­ten­go­no po­co più del 5% del de­bi­to quan­do ne ave­va­no il 16% sei an­ni fa.

Re­sta dun­que per Gio­van­ni Tria lo stes­so di­lem­ma di qua­lun­que mi­ni­stro dell’eco­no­mia pri­ma di lui: chi è il com­pra­to­re «mar­gi­na­le», quel­lo in più; co­lei o co­lui che fa sì che la do­man­da di de­bi­to ita­lia­no co­pra be­ne l’of­fer­ta (os­sia il bi­so­gno di pre­sti­ti del­lo Sta­to) e dun­que i ren­di­men­ti dei ti­to­li non deb­ba­no esplo­de­re per tro­va­re cre­di­to­ri di­spo­sti. Per­ché è quel com­pra­to­re mar­gi­na­le, quel­lo in più, la ma­no che fa sì che l’ita­lia re­sti in equi­li­brio. Cer­to la ma­no del­la Bce (via Ban­ca d’ita­lia) l’an­no pros­si­mo non spa­ri­rà, per­ché riac­qui­ste­rà de­bi­to ita­lia­no con i pro­ven­ti dei ti­to­li che via via sca­do­no: ma poi­ché fin qui so­no sta­ti com­pra­ti in gran par­te a lun­ga sca­den­za, per ri­dur­ne i ren­di­men­ti, l’an­no pros­si­mo an­drà rim­bor­sa­to e riac­qui­sta­to ben po­co. Se­con­do Gold­man Sa­chs ap­pe­na 19 mi­liar­di, la quo­ta più bas­sa nell’area eu­ro in pro­por­zio­ne ai fi­nan­zia­men­ti a me­dio-lun­go ter­mi­ne ne­ces­sa­ri al Pae­se.

Ciò la­scia a Tria so­lo due op­zio­ni, in cer­ca di quel com­pra­to­re di de­bi­to «in più»: gli in­ve­sti­to­ri este­ri, spe­cie i

La cre­sci­ta

Pri­ma dell’ope­ra­zio­ne Quan­ti­ta­ti­ve Ea­sing, par­ti­ta tre an­ni fa, la quo­ta era del 5%

Le fa­mi­glie

Le fa­mi­glie ita­lia­ne han­no il 5% del de­bi­to pub­bli­co con­tro il 16% di 6 an­ni fa

gran­di fon­di, già sce­si dal 40% dei de­ten­to­ri di de­bi­to 8 an­ni fa al 32% di og­gi; e i fon­di co­mu­ni ita­lia­ni, sta­bi­li po­co sot­to al 20%. Tria de­ve con­vin­cer­li pro­prio men­tre la mag­gio­ran­za par­la di sman­tel­la­re par­te del­la ri­for­ma pen­sio­ni e del­le mi­su­re an­ti-eva­sio­ne, di red­di­to mi­ni­mo e del­la co­sid­det­ta «flat tax». Non è una mis­sio­ne im­pos­si­bi­le, spe­cie se i ren­di­men­ti sal­go­no e dun­que con lo­ro gli one­ri sui con­tri­buen­ti. Ma que­sti in­ve­sti­to­ri spes­so ba­sa­no mec­ca­ni­ca­men­te le lo­ro scel­te sui giu­di­zi del­le agen­zie di ra­ting, che de­clas­se­reb­be­ro l’ita­lia se fa­ces­se il pas­so più lun­go del­la gam­ba. Dun­que i mar­gi­ni sul de­fi­cit so­no tutt’al­tro che va­sti. E il mi­ni­stro lo sa.

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