Il buio di chi usa bom­be car­ta

Corriere della Sera - - Da Prima Pagina - di Fio­ren­za Sar­za­ni­ni

Due gior­ni fa, du­ran­te la ma­ni­fe­sta­zio­ne de­gli stu­den­ti, so­no sta­ti bru­cia­ti in piaz­za due fan­toc­ci che raf­fi­gu­ra­va­no i vi­ce­pre­mier Lui­gi Di Ma­io e Mat­teo Sal­vi­ni. Era già suc­ces­so che i ra­gaz­zi se la pren­des­se­ro con il go­ver­nan­te di tur­no per ma­ni­fe­sta­re di­sa­gio e pro­te­sta con­tro l’ul­ti­ma ri­for­ma del­la scuo­la.

Amo i tre­ni: li uso per viag­gia­re, per guar­da­re, per la­vo­ra­re, per rac­con­ta­re, per leg­ge­re e per pen­sa­re. So­no og­get­ti ro­man­ti­ci e per­fet­ti, co­me le bi­ci­clet­te, i li­bri e gli oro­lo­gi. Cam­bia­no le tec­no­lo­gie, ma l’idea in sé — i bi­na­ri che cor­ro­no, le due ruo­te che gi­ra­no, le pa­gi­ne che se­guo­no, il tem­po che la­scia il se­gno — è perfetta. Si può mi­glio­ra­re, non si può ab­ban­do­na­re.

In tre­no so­no an­da­to da Mo­sca a Pechino (1986), dal Bal­ti­co al Bo­sfo­ro (1989), da Mo­sca a Li­sbo­na (2011), dall’atlan­ti­co al Pa­ci­fi­co (2012), da Sydney a Per­th (2007), da Berlino a Pa­ler­mo (2010), da Trie­ste a Tra­pa­ni (2013) e da Na­po­li a Lon­dra (2017) con una sta­tuet­ta di Do­nald Trump (ri­spet­to all’ori­gi­na­le pre­sen­ta­va due van­tag­gi: ta­ce­va e non twit­ta­va). Ho ac­cet­ta­to di rac­con­ta­re «L’italia del tre­no» per Hi­sto­ry Chan­nel (dal 22 ot­to­bre, cin­que pun­ta­te). Ho pub­bli­ca­to un libro sui tre­ni nel 2015 che, ag­gior­na­to, usci­rà ne­gli Usa in pri­ma­ve­ra ( «Off The Rails», Pen­guin). Ho scrit­to tutto que­sto per ac­cre­di­tar­mi: amo i tre­ni, non da og­gi. Ho tro­va­to una fo­to­gra­fia del 1958 in cui tra­sci­no una pic­co­la lo­co­mo­ti­va di le­gno (la pla­sti­ca è ar­ri­va­ta do­po); e, da un cas­set­to­ne, è sal­ta­ta an­che la lo­co­mo­ti­va in que­stio­ne. So di es­se­re partito da mol­to lon­ta­no, ma mi chie­do, da inof­fen­si­vo fa­na­ti­co qua­le so­no: per­ché mai Fer­ro­vie del­lo Sta­to vuo­le com­pra­re Ali­ta­lia?! Non so­lo man­ca­no i sol­di, ne­ces­sa­ri per qual­sia­si ope­ra­zio­ne fi­nan­zia­ria — un det­ta­glio che al vi­ce­pre­mier Lui­gi Di Ma­io con­ti­nua a sfug­gi­re. Le Fer­ro­vie — lo di­ce il no­me — si oc­cu­pa­no di tre­ni, non di ae­rei.

Pen­si­no al tra­spor­to re­gio­na­le, su cui fi­nal­men­te stan­no in­ve­sten­do: una mi­nie­ra d’oro, a sa­per­la sfrut­ta­re. Va­le an­che per Tre­nord e le al­tre so­cie­tà lo­ca­li. Non so­no i prez­zi che of­fen­do­no; ma, spes­so, il ser­vi­zio. La mia ado­ra­ta Cre­ma sta a 40 km da Milano e al­tret­tan­ti da Cre­mo­na: ma è co­me se fos­si­mo se­pa­ra­ti da una fron­tie­ra. Tre­ni len­ti, mal­con­ci, ge­li­di d’in­ver­no e tor­ri­di d’esta­te, ser­vi­zi can­cel­la­ti (tre gior­ni fa, pen­do­la­ri ca­ri­ca­ti co­me be­stia­me sul tre­no suc­ces­si­vo). Un let­to­re — Ales­san­dro Fu­sar­po­li, 46 an­ni — per­cor­re quel­la trat­ta da 25 an­ni: ie­ri mi ha fer­ma­to al bar e mi ha im­plo­ra­to di rac­con­tar­lo. È giu­sto: per­ché ci so­no mi­lio­ni di ita­lia­ni co­me lui. Al­tro che Ali­ta­lia, mi­ni­stri To­ni­nel­li e Di Ma­io! E lei, Sal­vi­ni, che que­ste co­se le sa, che fa: ta­ce?

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